“Con i nuovi farmaci antiproliferativi e terapie biologiche come le immunoterapie, spesso in combinazione, la prospettiva di trattare i pazienti con più opzioni terapeutiche permette di allungare significativamente la loro sopravvivenza”.

 

 

 

Lo scenario della ricerca, del management e della terapia del tumore del fegato o epatocarcinoma sta mutando in maniera repentina e continua, con farmaci da poco disponibili (o in via di approvazione) in grado di cambiare in maniera drastica lo stato dell’arte nella sua diagnosi e cura. Questo significa che per i pazienti si aprono nuove speranze.

È una delle patologie tumorali con il più alto livello di mortalità nel mondo, con circa 800mila decessi l’anno e un aumento stimato a oltre 1 milione di decessi entro il 2030.

Il miglioramento delle terapie antivirali o di supporto ai pazienti cirrotici ha permesso ai pazienti con epatopatia cronica avanzata di limitare episodi di scompenso, rendendo sempre più evidente il ruolo dell’epatocarcinoma quale causa di morbilità e mortalità in questi soggetti – sottolinea Mario Masarone, Comitato Scientifico AISF – D’altro canto, l’epatocarcinoma compare sempre più anche in pazienti non cirrotici, provocando un mutamento totale del paradigma prognostico e diagnostico. Questo fenomeno avviene a causa dell’avanzamento della Metabolic associated fatty liver disease (MAFLD) (in particolare della sua forma progressiva, la steatoepatite non alcolica, non alcoholic steato hepatitis – NASH) che è portatrice di fattori di rischio metabolici e genetici che si aggiungono a quelli classici, che vedono la cirrosi equivalente ad una lesione precancerosa”.

Nell’ultimo decennio, in alternativa a chirurgia e trapianto, vi era un unico farmaco, che determinava un significativo anche se modesto beneficio di sopravvivenza – sottolinea Mario MasaroneCon l’avvento di nuovi farmaci antiproliferativi e di terapie biologiche come le immunoterapie, spesso in combinazione, c’è una prospettiva di multipli trattamenti che permette di migliorare la sopravvivenza dei pazienti, con una percentuale di pazienti che raggiunge significativi tempi di sopravvivenza. Da una parte, si aprono nuove sfide per i clinici, che si devono confrontare con problematiche diagnostiche, gestionali, di stadiazione, che rendono fondamentale l’approccio multidisciplinare e una costante interazione con l’oncologo; dall’altra, nascono grandi opportunità per i pazienti”.

La cura dell’epatocarcinoma si trova oggi a un punto di svolta, poiché, nel breve periodo è previsto l’arrivo di numerose terapie innovative come le combinazioni basate sull’immunoterapia – evidenzia Giuseppe Cabibbo, Comitato Scientifico AISF – Tra queste, il  farmaco immunoterapico Atezolizumab, in combinazione con Bevacizumab, fornisce tra le terapie sistemiche la più lunga sopravvivenza globale osservata in uno studio di fase III in prima linea nell’epatocarcinoma non operabile, e sarà lo standard di cura anche in Italia già nei prossimi mesi. Queste terapie saranno in grado di incidere notevolmente sull’aspettativa di vita dei soggetti affetti da epatocarcinoma. L’analisi aggiornata dello studio IMbrave 150 ha infatti mostrato una sopravvivenza libera da progressione di malattia del gruppo trattato con la combinazione Atezolizumab più Bevacizumab di 6,9 mesi, significativamente superiore a quella del gruppo trattato con Sorafenib (4,3 mesi); ancora più rilevati i dati relativi alla sopravvivenza complessiva che è risultata essere 19,2 mesi nel gruppo trattato con la combinazione di Atezolizumab più Bevacizumab e di 13,4 mesi nel gruppo trattato con sorafenib. I risultati aggiornati sono stati coerenti con quelli dell’analisi primaria e supportano l’uso della combinazione delle terapie”.

Se ne parla nel Position Paper sulle terapie sistemiche dell’epatocarcinoma firmato dal Comitato Scientifico dell’AISF e pubblicato sulla rivista “Digestive and Liver Disease” a febbraio 2022.

Il documento fa il punto sulle ultime evidenze scientifiche sulle nuove terapie a bersaglio molecolare e sull’immunoterapia (attuale standard di cura) per l’epatocarcinoma – sottolinea Giuseppe CabibboIl documento propone un algoritmo di terapia di sequenza che possa essere seguito quando, dopo il fallimento di una prima terapia, è necessario passare alle successive linee di trattamento. Tra gli aspetti più rilevanti del documento, vi sono analisi accurate relative alla specificità dell’epatocarcinoma, che a differenza di altre neoplasie, insorge nella maggior parte dei casi come complicanza di una malattia cronica del fegato, quale è la cirrosi. Questa particolare condizione implica la necessità di disegnare le future sperimentazioni cliniche dedicando attenzione alla funzione epatica. Una delle ragioni dell’elevato numero di fallimenti che si è osservato in passato nello sviluppo di nuovi farmaci è infatti quello di avere poco considerato l’instabile equilibrio fra efficacia antitumorale ed effetto sulla funzione epatica. In questo senso, pur nell’ambito di un necessario percorso multidisciplinare, appare chiaro il ruolo chiave che l’epatologo svolge dalla diagnosi, agli stadi precoci, fino a quelli avanzati, con una funzione di ‘regista’ sia per i trattamenti chirurgici, che per quelli locoregionali e sistemici”.

 

 

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