Per la prima volta è stato stabilito che era primavera quando l’asteroide che accelerò l’estinzione di massa del Cretaceo colpì il pianeta 66 mioni di anni fa.

 

L’impatto di un asteroide di una decina di chilometri di diametro in quella che oggi è la penisola dello Yucatán in Messico, quasi 66 milioni di anni fa, segnò non solo la fine dell’era mesozoica, ma anche quella dei dinosauri.

L’evento infatti diede il colpo di grazia, o comunque favorì parecchio, l’estinzione degli antenati degli uccelli, che avevano dominato la Terra per centinaia di milioni di anni.

Quando il corpo celeste colpì il nostro pianeta era primavera nell’emisfero boreale. Lo afferma uno stuidio pubblicato il 23 febbraio 2022 su Nature a firma di Melanie During, dell’università di Uppsala, in Svezia.

‎Gli studi che esaminano questo evento si sono concentrati su tempistiche millenarie, lasciando sconosciuta la stagione dell’impatto. Per risolvere questo problema, Melanie During e colleghi hanno analizzato i resti di storioni e pesci pagaia morti in massa nel giorno dell’impatto.

All’interno delle ossa fossili ben conservate sono stati osservati i modelli di crescita tridimensionale, che hanno fornito una registrazione del cambiamento stagionale. Combinati con i dati sugli isotopi di carbonio, questi risultati suggeriscono che i pesci sono morti nella primavera dell’emisfero settentrionale.‎

‎I pesci sono stati trovati in un deposito del tardo Cretaceo nel Nord Dakota. Avevano detriti da impatto depositati nelle loro branchie, ma da nessuna altra parte nel sistema digestivo, indicando una morte quasi istantanea, a causa di un’onda di sessa (fenomeno che si verifica nei bacini idrici) innescata dall’impatto.

Il fatto che questo evento catastrofico sia avvenuto in primavera avrebbe coinciso con uno stadio particolarmente sensibile per le molte specie dell’emisfero settentrionale, che si riproducono e hanno prole in via di sviluppo proprio durante la bella stagione.

Gli ecosistemi dell’emisfero australe, invece, che sono stati colpiti durante l’autunno, sembrano essersi ripresi fino a due volte più velocemente di quelli dell’emisfero settentrionale, secondo i ricercatori.‎

 

 

 

Immagine: Joschua Knüppe

 

 

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