Siamo il Paese EU che fa minore ricorso all’ospedalizzazione (in rapporto alla popolazione). Il minor ricorso al ricovero è stato accompagnato da una progressiva chiusura di posti letto.

 

 

“Come tutti gli eventi eccezionali, la pandemia è molto probabile che lascerà il segno anche sul versante delle disuguaglianze”. È quanto evidenzia il XVII Rapporto del Crea Sanità dell’Università Tor Vergata di Roma, presentato il 19 gennaio 2022.

Le famiglie “meno abbienti” soffrono di un crescente impatto dei consumi sanitari sui loro bilanci. Complessivamente, cure odontoiatriche e servizi diagnostici, si confermano le principali cause di “iniquità”. Seppure con lievi segnali di miglioramento, l’impoverimento continua a colpire oltre 410.000 famiglie, la catastroficità (spese rilevanti rispetto ai budget familiari) oltre 630.000 ed il disagio economico per cause sanitarie oltre un milione; le Regioni del Sud continuano ad essere le più colpite.

Quello delle disuguaglianze è uno degli aspetti monitorati dal 17° Rapporto Crea Sanità presentato a Roma. “La pandemia in atto – afferma Crea Sanità – sicuramente ha impattato sui più fragili: per il prossimo anno ci si aspetta quindi un ulteriore peggioramento degli indicatori di equità, soprattutto di quello del disagio economico, a causa del fenomeno delle rinunce e/o di un possibile maggior ricorso da parte dei “meno abbienti” a strutture specialistiche private, dovuto alla sospensione delle attività non urgenti nelle strutture pubbliche”.

Andando a effettuare un confronto storico con la media dei Paesi dell’Europa a 14 emerge come tra il 2012 e il 2019 la spesa sanitaria è cresciuta ad un ritmo del 3,3% medio annuo contro lo 0,8% medio annuo italiano.

Nell’ultimo anno (2020/2019), malgrado l’accelerazione del finanziamento, la crescita italiana è rimasta ancora inferiore di 1,5 punti percentuali rispetto alla media europea. Se è decisamente apprezzabile lo sforzo, la spesa sanitaria pubblica italiana rimane, di conseguenza, nettamente al di sotto della spesa media dell’Europa (a 14) con un gap di circa il 40% (ancora, seppure lieve, crescita rispetto all’anno precedente).

Anche il gap della spesa privata è andato incrementandosi: in maniera netta, per effetto della battuta di arresto del 2020 (evidentemente dovuta alla posticipazione o alla rinuncia alle cure.

L’impatto della pandemia sulle strutture del SSN è stato dirompente, in particolare per quelle ospedaliere: in particolare nella prima ondata, nelle Regioni con maggiore incidenza di contagi, sono andate in affanno le terapie intensive; nella seconda, la pressione si è allargata anche ai letti “ordinari”, con interi reparti riconvertiti a “posti COVID”: situazione che, evidentemente, ha inciso sulla possibilità delle strutture di far fronte alle esigenze dei malati con altre patologie.

Sebbene l’“affanno” non sia problema solo nazionale, vale la pena di analizzare la dinamica evolutiva del sistema ospedaliero italiano, che presenta caratteristiche peculiari come già segnalato nelle precedenti edizioni del Rapporto C.R.E.A. Sanità: in particolare, segnaliamo una diminuzione dei tassi di ospedalizzazione senza precedenti storici, che ha portato l’Italia come ad essere il Paese europeo con il più basso livello di ricorso al ricovero in acuzie.

Le politiche di deospedalizzazione, spinte anche dalle esigenze di razionalizzazione della spesa, con la conseguente chiusura di strutture e posti letto, oltre che di blocco delle assunzioni, vanno almeno aggiornate alla luce dell’evento pandemico. L’analisi quantitativa ci dice che:

  • siamo il Paese EU che fa minore ricorso all’ospedalizzazione (in rapporto alla popolazione)
    • il minor ricorso al ricovero è stato accompagnato da una progressiva chiusura di posti letto, sebbene con una significativa variabilità regionale
    • i tassi di occupazione dei letti rimangono però in media su livelli che non sembrerebbero indicare un particolare rischio di stress sul lato dell’offerta… se non fosse che la distribuzione non è affatto omogenea: se i letti di terapie intensiva, prima della pandemia, risultavano occupati sotto il 50%, risultava invece elevatissima l’occupazione dei posti letto delle pneumologie e nei reparti di malattie infettive, oltre che nelle medicine interne, ovvero nei reparti maggiormente chiamati in causa dal COVID
    • in alcune discipline, più che i letti sono carenti gli organici… ma mentre è del tutto evidente la carenza di infermieri, anche confrontandosi con la media dei principali Paesi europei, quella di personale medico va riferita a particolari specializzazioni, in primis gli anestesisti e rianimatori.

Seppure con tutti caveat del caso, piuttosto che una generalizzata carenza di offerta, se non in specifiche aree e specializzazioni, sembra che si debba rimettere mano alla programmazione dell’offerta.

Il rischio del permanere di ondate successive di concentrazione di ricoveri, indica che la soluzione ai problemi di saturazione registrati durante la pandemia sia da ricercarsi essenzialmente in nuove forme di flessibilità organizzativa e redistribuzione dei posti letto, piuttosto che in diffusi incrementi dell’offerta attuale.

Un’attenta pianificazione del sistema dal punto di vista degli ingressi di personale, anche alla luce delle previsioni sulle uscite future e sul ruolo che la tecnologia potrà giocare nell’imminente futuro, non è differibile.

Purtroppo, la scarsa “flessibilità” del nostro sistema sanitario è evidente anche nella sua governance; basti analizzare l’esito dei meccanismi di stanziamento delle risorse destinate a fronteggiare il COVID (che, in prospettiva, va segnalato non essere particolarmente difformi da quelli con cui verranno allocate le risorse del PNRR), che ha portato ad una erogazione delle risorse in larga misura slegata dal dato di bisogno, almeno come riassunto dal numero di contagi.

 

 

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