Per questi test si possono utilizzare pseudo-virus costruiti in laboratorio, ovvero “virus modificati inerti” che presentano tutte le mutazioni del nuovo lignaggio emerso in Sudafrica.

 

Si ritiene che la variante Omicron possa essere fino al 500% più contagiosa del virus originale di Wuhan. In più si è dimostrata in grado di superare le difese immunitarie dei guariti (il rischio di reinfezione è 2,4 volte più elevato rispetto a quanto osservato con Beta e Delta) e probabilmente anche di eludere, almeno in parte, quelle dei vaccini.

Come sottolineato dall’amministratore delegato di BioNTech Ugur Sahin, ci si aspetta che la Omicron possa in qualche modo “bucare” la protezione dei vaccini e contagiare; tuttavia, la protezione dalla malattia grave sarebbe mantenuta.

Sin da quando è emersa la nuova variante, i cui sintomi potrebbero essere lievi a causa dell’acquisizione di un “pezzo” di materiale genetico di un virus del raffreddore, gli scienziati hanno sottolineato che ci sarebbero volute un paio di settimane per scoprire se sia effettivamente in grado di eludere i vaccini, grazie a specifici test di laboratorio.

Ma di quali esami si tratta? A spiegarlo all’Ansa è Francesco Broccolo, docente di Microbiologia Clinica presso l’Università Milano-Bicocca: “I test sono di due tipi: il primo, chiamato ‘test di siero neutralizzazione’, verifica il comportamento degli anticorpi presenti nel sangue delle persone vaccinate (nei laboratori stanno analizzando gli effetti sia con due sia con tre dosi); il secondo, un test di cito fluorimetria chiamato Elispot, analizza l’efficienza della memoria dei linfociti T, ovvero l’esercito di cellule immunitarie che va a caccia delle cellule già infettate dal coronavirus SARS-CoV-2 e le distrugge. Si tratta di due tipi di esperimenti che, in modo differente, permetteranno di capire la tenuta dei vaccini attuali”, spiega Broccolo.

Il test di siero neutralizzazione è utile per verificare se gli anticorpi acquisiti dopo la vaccinazione (con 2 o 3 dosi) sono in grado di eliminare anche la variante Omicron.

Poiché si tratta di una variante super mutata proprio a livello della proteina S o Spike, il bersaglio contro il quale i vaccini innescano l’immunità, non è detto che la risposta sia ancora pienamente efficace contro questo ceppo.

Per questo test si possono utilizzare pseudo-virus costruiti in laboratorio, ovvero “virus modificati inerti” che presentano tutte le mutazioni del nuovo lignaggio emerso in Sudafrica.

In base a come, e quanto, gli anticorpi neutralizzanti ottenuti dal sangue dei vaccinati riescono a eliminare virus e/o pseudo-virus, si determina quanto è stata influenzata l’efficacia dei vaccini.

Il secondo test, l’Elispot (acronimo di Enzyme-Linked immunoSPOT), è una cito fluorimetria che verifica l’efficienza della memoria dei linfociti T. “In questo caso si va a vedere se, a contatto con l’antigene Spike della nuova variante, i linfociti T memoria sono ancora in grado di riconoscerla nonostante le diversità presenti tra la proteina Spike della Omicron e quella del vaccino, misurando la produzione specifica di interferone a seguito della stimolazione antigenica”, conclude Broccolo.

Entrambi i test richiedono un paio di settimane per dare un risultato; pertanto, la pubblicazione dei risultati dovrebbe essere prossima.

Sono molto attesi da esperti e governi perché se confermata la capacità della variante Omicron di eludere le difese immunitarie, è molto probabile che i vaccini attuali dovranno essere aggiornati, con la predisposizione di richiami ad hoc.

 

 

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