SARS-CoV-2

 

La scoperta può aiutare nello sviluppo di nuovi vaccini che imiteranno in modo più accurato la risposta del nostro sistema immunitario al virus.

 

Analizzando a fondo le sequenze genetiche del coronavirus SARS-CoV-2, il patogeno pandemico, gli scienziati hanno identificato altre 23 proteine, il cui ruolo non era ben compreso. E che, invece, sembrano avere un ruolo chiave per attivare una potente difesa immunitaria dell’organismo contro il virus. Tale dal renderlo del tutto innocuo.

Ora un team di ricerca composto da scienziati del National Emerging Infectious Diseases Laboratories (NEIDL) dell’Università di Boston, del Broad Institute del Massachusetts Institure of Technology (MIT) e dell’Università di Harvard, ha individuato 23 proteine virali finora passate inosservate che giocano un ruolo di primaria importanza nell’attivare il sistema immunitario contro il SARS-CoV-2, in particolar modo la risposta che innesca le cellule killer di cellule già infettate.

Per comprendere il significato di questa scoperta, bisogna tener presente che la risposta immunitaria si divide in due “braccia” principali: la risposta anticorpale o umorale, che determina la produzione di anticorpi neutralizzanti da parte dei linfociti B; e la risposta cellulare, legata alla produzione dei linfociti T, veri e propri killer che vanno a caccia delle cellule già infettate dagli agenti patogeni per distruggerle.

Gli attuali vaccini già autorizzati si basano su una trentina di proteine che fanno capo alla proteina S o Spike del coronavirus SARS-CoV-2, il “grimaldello biologico” che il patogeno sfrutta per legarsi al recettore ACE-2 delle cellule umane, rompere la parete cellulare, inserire l’RNA virale e avviare la replicazione, processo alla base dell’infezione (Covid-19). Queste proteine sono particolarmente efficaci nello stimolare la risposta anticorpale, ovvero la produzione di anticorpi neutralizzanti.

“È abbastanza notevole che una firma immunitaria così forte del virus provenga da regioni della sequenza genetica del virus che non comprendevamo (o che finora non era stata considerata, ndr) – dichiara in un comunicato stampa Weingarten-Gabby, uno degli autori della ricerca -. Questo è un sorprendente promemoria del fatto che la ricerca guidata dalla curiosità è alla base delle scoperte che possono trasformare lo sviluppo di vaccini e terapie”.

In Italia attualmente ci sono quattro vaccini anti Covid approvati per l’uso di emergenza: il BNT162b2/Tozinameran (nome commerciale Comirnaty) di Pfizer-BioNTech; il VaxZevria di AstraZeneca; l’mRNA-1273 di Moderna-NIAID; e il JNJ-78436735 di Johnson & Johnson. Sono tutti vaccini di prima generazione che stanno dando un contributo enorme nella lotta alla pandemia, facendo crollare contagi, ricoveri in ospedale e decessi dove sono più diffusi.

Ma il continuo emergere di varianti di preoccupazione (VOC), alcune delle quali caratterizzate da mutazioni di fuga immunitaria, potrebbero renderli sensibilmente meno efficaci in futuro. Adesso, grazie alla nuova scoperta, i prossimi vaccini anti Covid potrebbero essere sensibilmente più potenti di quelli attuali. In parole semplici, le 23 proteine identificate del SARS-CoV-2 sarebbero in grado di stimolare meglio la risposta immunitaria cellulare, potenziando in modo significativo eventuali farmaci basati su di esse. Introducendo queste proteine nei vaccini, infatti, li si potenzierebbe in modo significativo.

“La nostra scoperta può aiutare nello sviluppo di nuovi vaccini che imiteranno in modo più accurato la risposta del nostro sistema immunitario al virus”, afferma Pardis Sabeti, un genetista computazionale. Le cellule T, del resto, non solo attaccano e distruggono le cellule infettate, ma si “ricordano” del virus e possono aggredirlo in modo più deciso e rapido nel caso in cui dovesse ripresentarsi. I vaccini di nuova generazione, pertanto, promettono di essere ancora più efficaci nel proteggere dalla Covid-19, anche quella innescata dalle nuove varianti. I dettagli della ricerca “Profiling SARS-CoV-2 HLA-I peptidome reveals T cell epitopes from out-of-frame ORFs” sono stati pubblicati dalla rivista scientifica Cell.

 

 

 

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