Prevenire la formazione delle cicatrici e favorire il ripristino dell’integrità dei tessuti sono tra le principali sfide della medicina rigenerativa.

 

Un importante passo in avanti arriva da un team di ricerca dell’Università di Stanford, in California, che ha sviluppato una nuova tecnica che stimola le ferite a guarire senza la formazione di tessuto fibroso.

Il metodo, descritto in uno studio pubblicato sulla rivista Science, si basa sulla riprogrammazione di alcune cellule del tessuto connettivo, chiamate fibroblasti. “Impedendo a queste cellule di esprimere il fattore di trascrizione Engrailed-1 (En-1) – spiegano i ricercatori – abbiamo fatto in modo che le stesse assumessero un’identità diversa e fossero in grado di rigenerare la pelle ferita, comprese le strutture come follicoli piliferi e ghiandole sudoripare”.

Per spingere i fibroblasti in questa direzione e dunque consentire di rigenerare completamente la lesione cutanea, gli studiosi hanno utilizzato un composto inibitore, la verteporfina, un farmaco già impiegato per il trattamento di una malattia degli occhi legata all’invecchiamento. Questa strategia, che di fatto ha mostrato di prevenire il processo fibrotico della formazione delle cicatrici in vitro, è stata testata sui topi di laboratorio con risultati promettenti.

“La pelle guarita sembrava completamente normale – ha affermato Michael Longaker, chirurgo della Stanford University School of Medicine –. La prima cosa di cui siamo rimasti scioccati è stata la presenza dei follicoli piliferi a livello della lesione guarita. Siamo stati anche in grado di osservare le ghiandole sudoripare e abbiamo dimostrato che la pelle rigenerata era resistente quanto quella non lesa”.

Gli studiosi hanno anche sviluppato un algoritmo di intelligenza artificiale per verificare la completa rigenerazione del tessuto e, il confronto con le immagini al microscopio, non ha mostrato alcuna differenza tra la cute rigenerata con l’ausilio della veterporfina e quella non danneggiata.

“Ora dovremo verificare se lo stesso approccio sarà in grado di prevenire la formazione di cicatrici in altri tipi di tessuti” ha anticipato Geoffrey Gurtner, docente di Chirurgia presso la Stanford University, ritenendo possibile che diverse condizioni, come le fibrosi epatiche, le ustioni, le aderenze addominali, la sclerodermia e le cicatrici al tessuto cardiaco dopo un infarto, possano essere trattate con lo stesso approccio. La fase successiva della ricerca sarà un ulteriore lavoro preclinico su altri modelli animali. Se questi test avranno successo, partirà un trial clinico. “Andando avanti nella sperimentazione – aggiunge Shamik Mascharak, ricercatore della Stanford University, primo autore dello studio – sarà possibile in futuro mettere a punto terapie per ridurre o evitare completamente le cicatrici negli esseri umani e favorire l’attivazione delle proprietà rigenerative della pelle”.

 

 

 

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