La variante inglese probabilmente è destinata a diventare quella prevalente nei prossimi mesi.

Le varianti del nuovo coronavirus causa della malattia Covid-19 stanno preoccupando scienziati, governi e produttori di vaccini. Rischiano, infatti, di azzerare, o quasi, quanto fatto finora e prevedere vaccini continuamente aggiornati. Anche l’economia trema e chi prevede i passaporti vaccinali.

Il mondo sta richiudendo le frontiere. E l’Italia non ne è esente. La prima indagine nazionale sulla “variante inglese” ci dice che nel nostro Paese, così come nel resto d’Europa (in Francia la prevalenza è del 20-25%, in Germania è sopra il 20%), c’è una circolazione sostenuta della variante, che probabilmente è destinata a diventare quella prevalente nei prossimi mesi.

Intanto, i “colori” delle Regioni già ne tengono conto. Dal 14 febbraio la Sicilia diventa zona gialla insieme ad altre 14 Regioni, passano in fascia arancione Toscana, Abruzzo, Provincia autonoma di Trento (gli impianti di sci restano chiusi) e Liguria, che vanno a fare compagnia all’Umbria. Le Province di Pescara e Chieti zona rossa da domenica per variante inglese (50% dei nuovi casi) in Abruzzo. Per tutti i territori, a prescindere dal colore, restano in vigore il coprifuoco notturno dalle ore 22 alle 05 del mattino e il divieto di uscire dalla propria Regione o provincia fino al 25 febbraio.

Sale a 0,95 l’Rt, cioè l’indice di trasmissibilità del virus, a livello nazionale dallo 0,84 della scorsa settimana. Inoltre, in Italia è stop agli arrivi dal Brasile (dove imperversa un’altra variante) e test e quarantena obbligatoria per chi arriva dall’Austria (travolta dalla variante sudafricana). Lo ha annunciato il ministro della Salute confermato Roberto Speranza: “La lotta alla pandemia non si ferma. La diffusione delle varianti Covid ci impone la massima prudenza”.

Ma dove sono comparse le varianti nel nostro Paese? Le mutazioni del virus sono state segnalate in diverse Regioni dove hanno dato vita anche a focolai più o meno estesi che hanno portato le autorità locali a far scattare zone rosse anche a livello di provincia. Secondo l’indagine condotta dall’Istituto superiore di sanità insieme al ministero della Salute, la variante cosiddetta inglese si stima abbia una percentuale del 17,8% di tutte le infezioni.

Per l’indagine è stato chiesto ai laboratori delle Regioni e Province autonome di selezionare dei sottocampioni di casi positivi e di sequenziare il genoma del virus. Il risultato medio è in linea con quello di altre survey condotte in Europa: c’è una circolazione sostenuta della variante inglese, che probabilmente è destinata a diventare quella prevalente nei prossimi mesi.

Il virus muta continuamente e sono già state isolate centinaia di varianti, anche se la maggior parte di queste non cambia le caratteristiche del virus. La vigilanza deve restare alta però per individuare, come viene già fatto, quelle che potrebbero peggiorare la situazione in termini di trasmissibilità, sintomatologia o sensibilità nei confronti di vaccini e anticorpi, tenendo presente che questi ultimi possono essere comunque modificati per adeguarli alle versioni più pericolose.

I vaccini anti-Covid 19 funzionano anche sulle varianti? Diversi studi sono in corso nel mondo per rispondere a questa domanda. Al momento i vaccini sembrano essere pienamente efficaci sulla variante inglese, mentre per quella sudafricana e quella brasiliana potrebbe esserci una diminuzione nell’efficacia.

Al momento sono tre le varianti che vengono attentamente monitorate e che prendono il nome dal luogo dove sono state osservate per la prima volta. In tutti e tre i casi il virus presenta delle mutazioni sulla cosiddetta proteina spike, che è quella con cui il virus si attacca alla cellula.

La variante inglese (VOC 202012/01) è stata isolata per la prima volta nel settembre 2020 in Gran Bretagna, mentre in Europa il primo caso rilevato risale al 9 novembre 2020. È monitorata perché ha una trasmissibilità più elevata, ipotizzata anche un maggiore patogenicità, ma al momento non sono emerse evidenze di un effetto negativo sull’efficacia dei vaccini.

La variante sudafricana (501 Y.V2) è stata isolata per la prima volta nell’ottobre 2020 in Sud Africa, mentre in Europa il primo caso rilevato risale al 28 dicembre 2020. È monitorata perché ha una trasmissibilità più elevata, e perché dai primi studi sembra che possa diminuire l’efficacia del vaccino. Si studia se possa causare un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti da Covid-19.

La variante brasiliana (P.1) è stata isolata per la prima volta nel gennaio 2021 in Brasile e Giappone. Alla data del 25 gennaio 2021 è stata segnalata in 8 Paesi, compresa l’Italia. È monitorata perché ha una trasmissibilità più elevata e perché dai primi studi sembra che possa diminuire l’efficacia del vaccino. Si studia se possa causare un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti da Covid-19.

 

Umbria

Una delle regioni dove l’allarme è più alto è l’Umbria che ha visto un’accelerazione dei contagi covid che ha portato la regione in zona arancione. Una incidenza che per gli esperti può dipendere proprio dalle varianti che sono più contagiose. Già nelle scorse settimane erano stati individuati almeno 18 casi di variante inglese e 12 di quella brasiliana, soprattutto nell’area tra il Perugino e il Trasimeno che non a caso erano già state proclamate zone rosse. Ora quasi due terzi del territorio è zona rossa.

 

Abruzzo

Decine di casi di variante covid segnalati anche nelle vicine Marche ma a preoccupare è soprattutto l’Abruzzo dove l’impennata di casi ha portato a mini zone rosse locali con le province di Pescara e Chieti che si aggiungono alla provincia di Perugia e ai sei comuni del Ternano. Massima allerta anche nelle province di L’Aquila e Teramo visto che, secondo le stime, le variante covid sono responsabili ormai della metà dei contagi in Abruzzo.

 

Molise

Molti casi di variante covid inglese segnalati anche in Molise soprattutto nell’area del Basso Molise dove si va verso un allargamento della zona rossa come anticipato dal governatore Donato Toma. La stragrande maggioranza dei campioni inviati dalla Asrem all’istituto Zooprofilattico di Teramo infatti era caratterizzata dalla cosiddetta variante inglese.

 

Lombardia

Tornando al nord, in Lombardia si stima che le varianti  Covid-19 siano presenti in nel 30% dei tamponi positivi. Al 10 febbraio nella regione sono stati accertati 128 casi di varianti: quasi esclusivamente quella inglese ma in un caso anche quella brasiliana. Secondo la regione è possibile che nelle prossime settimane le varianti prendano il sopravvento passando al 60/80% del totale. A Corzano, nel Bresciano, nei giorni scorsi è risultato positivo alla variante inglese il 10% dei 1.400 abitanti.

 

Liguria

Anche in Liguria i campioni analizzati hanno indicato una alta percentuale di varianti covid. Le zone più colpite sono quelle dei distretti sanitari di Ventimiglia e di Sanremo. “Le varianti devono essere studiate in tutti i laboratori, ma credo che quella inglese sia già molto diffusa in tutta Italia e difficile da contenere. Meglio rivolgere un’attenzione particolare a quella africana e a quella brasiliana” ha spiegato Matteo Bassetti, responsabile di Malattie Infettive dell’Ospedale San Martino di Genova.

 

Friuli Venezia Giulia

Anche i Friuli Venezia Giulia la variante inglese è stata rilevata in diversi tamponi positivi raccolti a campione agli inizi di febbraio. A Trieste inoltre per la prima volta in Italia è stata individuata un’ulteriore mutazione del virus, detta mutazione pediatrica perché colpisci in particolare modo i bimbi anche se non appare più pericolosa di quella attuale.

 

Veneto

Anche nel vicino veneto “Quasi il 20% dei 182 tamponi campione presenta la variante covid inglese”, ha detto il presidente Luca Zaia. Nella regione, stando all’ultino report dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), da novembre individuate 11 diverse varianti covid.

 

Toscana

Analoga percentuale di variante covid inglese riscontrata anche nei campionamenti fatti finora in Toscana, altra regione che ha visto una impennata di casi e passata quindi in zona arancione. Secondo l’indagine a campione, tra le province di Arezzo, Grosseto e soprattutto Siena il 20% dei casi sono dovuti alla variante. Nella zona Centro (Firenze, Prato e Pistoia) Il tasso di casi dovuto a variante è dell’8,4% rispetto al totale.

 

 

 

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