Container, padiglioni, ma anche parchi di divertimento convertiti in centri per la somminstrazione del vaccino.

 

Strutture drive-in, cliniche in container e padiglioni temporanei nelle piazze delle città sono soltanto alcune delle idee per i centri che accoglieranno la campagna di vaccinazione Covid-19. I luoghi che verranno utilizzati per la somministrazione dei vaccini rappresentano un’esigenza sempre più sentita e le proposte degli architetti sono varie e tutte valide, come le Primule di Stefano Boeri per l’Italia, per le città italiane.

La primula è il simbolo della nuova campagna di vaccinazione anti-Covid-19 nel nostro Paese. Il fiore, che caratterizzerà i padiglioni temporanei sul territorio, è stato scelto come elemento di rinascita dopo i mesi bui trascorsi. La struttura circolare del padiglione, smontabile e ri-assemblabile, accoglierà in 1.500 piazze del Paese gli italiani per vaccinarsi.

Vari architetti in tutto il mondo hanno realizzato diverse proposte per la realizzazione degli spazi ideali alla vaccinazione. Come le unità mobili per i vaccini di Waugh Thistleton Architects. Lo studio di architettura inglese ha disegnato un centro vaccinale mobile da installare e trasportare in un brevissimo lasso di tempo. Il progetto prevede un kit per allestire 6.500 container come centri di vaccinazione mobili che utilizzano come gestione la catena degli Ospedali Nightingale.

“In dodici settimane, questi container sono stati mobilitati in tutto il paese in parcheggi e altre aree pubbliche, con personale NHS (servizio sanitario inglese) che lavora a turni per vaccinare l’intera popolazione del Regno Unito”, raccontano gli architetti. “Non possiamo usare le scuole e centri sportivi come punti di vaccinazione poiché saranno necessari per ritrovare una parvenza di vita normale… I container sono la struttura perfetta per questo utilizzo. Sono strutture incredibilmente efficienti, robuste e progettate per il trasporto. La loro forma lineare si adatta alla natura del progetto”.

Per le metropoli americane, partendo da Los Angeles e New York, c’è la clinica medica drive-through dello studio di architettura NBBJ che ha ideato un nuovo modello di clinica medica che possa aiutare nella campagna di vaccinazione da Covid-19 e ridurre il rischio di contagi per le persone che si recano a farsi vaccinare.

L’idea è di creare delle cliniche mediche progettate per essere facilmente implementate nei parcheggi degli ospedali. Ogni struttura occuperebbe uno spazio di 18 metri, la quantità di spazio tra due colonne in un parcheggio dell’ospedale. L’architetto Hullinger di NBBJ afferma che i componenti dell’unità potrebbero essere prefabbricati altrove e installati rapidamente sul sito per rendere la costruzione facile e veloce.

A parte le soluzioni degli architetti, c’è il momentaneo cambio d’uso di palestre, ex aeroporti, sedi comunali per arrivare fino al parco divertimenti di Disneyland. Nel mondo si stanno trovando spazi alternativi per fare le vaccinazioni il più in fretta possibile. Disneyland colpisce subito la curiosità. Un fine settimana a Disneyland? Sì, per vaccinarsi. La sede californiana del parco divertimenti è stata trasformata nel più grande centro di vaccinazione anti-Covid della regione, e del mondo.

“Disneyland Resort, che è il più grande datore di lavoro della contea di Orange, si è mobilitato per accogliere il primo grande centro di vaccinazione della regione, attuando un lavoro monumentale nel nostro processo di distribuzione dei vaccini”, ha spiegato il rappresentante politico della contea, Andrew Do. Il centro di vaccinazione anti-Covid di Disneyland è stato reso operativo in attesa della creazione di altri centri vaccinali. O delle cliniche NBBJ. “Disneyland Resort è fiero di aiutare a sostenere la contea di Orange e la città di Anaheim per lottare contro il Covid-19”, ha scritto Pamela Hymel, medico responsabile del parco. La California è ora l’epicentro americano della pandemia con (al 20 gennaio) oltre 3 milioni di contagi nella sola Los Angeles e 250 mila ricoveri negli ospedali. Si è arrivati anche a 40 mila postivi al giorno e al blocco dei ricoveri per mancanza di posti letto.

Insieme a ospedali e strutture sanitarie, sono diventati centri di vaccinazione lo stadio dei Los Angeles Dodgers, la squadra di baseball più importante della città, e quello di San Diego, il Petco Park. A Sacramento è stato aperto alle vaccinazioni l’Expo, sede abituale di fiere ed esposizioni. Anche il Citi Field, lo stadio dei New York Mets, è stato riconvertito grazie all’accordo con il sindaco della Grande Mela Bill De Blasio che conta sullo spazio ampio e sul fatto che è raggiungibile con la metropolitana.

La via dei luoghi alternativi agli ospedali è stata presa da molti Paesi. La città di Parigi ha aperto centri vaccinali nelle sedi dei quartieri, gli arrondissement. A Cannes, è il Palazzo del Cinema a essere diventato centro per le vaccinazioni. La Spagna ha scelto gli ospedali e anche i centri medici privati. La Germania è stata la prima ad adattare un luogo che proprio non aveva nulla di medico: l’ex Terminal C dell’aeroporto Tegel di Berlino è diventato hub vaccinazioni.

In Italia sono le regioni a gestire le vaccinazioni: Emilia-Romagna e Veneto le fanno nelle Fiere a Bologna e a Padova. Sono utilizzati anche Palazzetti dello sport in attesa delle Primule. Londra da fine gennaio ha centri vaccinazione operativi 24 ore su 24, 7 giorni alla settimana secondo i voleri del premier Boris Johnson.

Londra deserta con l’incubo lockdown, gli Champs-Elysees di Parigi senza le luci della ville lumierè, Barcellona senza la sua movida e Francoforte, la città finanziaria per eccellenza, senza il via via di donne e uomini in giacca e cravatta. Immagini dalle città del mondo dove la pandemia continua la sua corsa. New York, non certo isola felice, ma non più al centro del ciclone degli Stati Uniti prova a rialzarsi da gigante ferito.

Come si vive nelle grandi metropoli? Le abitudini e i ritmi sono cambiati non solo in Italia. Ma soprattutto torneranno mai come prima della pandemia?
Vaccinazione di massa per uscire dal tunnel il prima possibile e ripartire. E le città del dopo pandemia saranno le stesse? Architetti e urbanisti le stanno ridisegnando in modo da evitare che accada ciò che è accaduto con questa pandemia. Parola d’ordine: più verde nei centri città, meno possibilità di assembramenti, il ritorno a negozi proiettati all’esterno come i mercatini natalizi. Isole lungo i marciapiedi per usare wifi o per la lettura (librerie e biblioteche tematiche all’aperto, in isole protette ma con aria circolante), postazioni per smart-working. Le metropoli sono immortali, il Covid non le ha fiaccate, anche se oggi sembrano più vuote, spoglie delle ormai usuali torme di turisti.

Anzi, alla fine il virus finirà per ringiovanirle. Perché gli over 50, quelli che economicamente se lo possono permettere, stanno iniziando a migrare verso i piccoli centri, di campagna, di mare o di montagna. E perché i giovani hanno già cominciato a ripopolare le grandi città, studenti universitari ovviamente, ma non solo. Un flusso inverso, che in prospettiva può cambiare volto e fisionomia di Roma e Milano, se vogliamo restare in Italia, anche se lo stesso fenomeno vale anche per le ancora più popolose e globalizzate Londra e New York.

Per Edward Glaeser, professore a Harvard e autore del best seller “Triumph of the City”, dopo la crisi seguita alla pandemia comincerà una fase del tutto nuova per le città del mondo, che potrebbe aprire l’ambiente urbano a una nuova ondata di start-up, come ha spiegato anche alla conferenza di Start-Up Nation Central, l’ong che fa da ponte con le società israeliane più innovative.

“Non credo che i centri cittadini di metropoli come New York, Londra o Milano resteranno a lungo vuoti, ma bisognerà fare uno sforzo per evitare una fuga, come quella avvenuta negli anni Settanta. Nella New York in cui sono cresciuto, quando le manifatture se ne andarono e la povertà cominciò a dilagare, la criminalità e la droga spinsero le famiglie nei sobborghi, i valori delle proprietà precipitarono e la città rischiò di finire in bancarotta. Quel periodo buio per New York e altre città dovrebbe ricordarci che il successo dei centri urbani non va dato per scontato”. Alcune città, come Detroit, non si sono mai riprese completamente da quell’epoca. Ma negli anni Novanta, New York e altre metropoli si sono prese la rivincita…
“Sì, nel decennio successivo alla crisi finanziaria del 2008, le grandi città americane hanno rappresentato oltre il 70% della crescita occupazionale degli Stati Uniti. E anche nel resto del mondo, le città in media producono l’80% della ricchezza delle nazioni”.

Ma dopo la pandemia saranno sempre calamite per la popolazione? “Ne sono convinto. Le città sono state devastate per millenni dalle malattie tipiche dei luoghi densi, ma gli abitanti hanno sempre escogitato dei modi per limitare i pericoli, grazie alla scienza, alla tecnologia e all’innovazione. Dopo un’epidemia di colera, che uccise il mio trisavolo a New York nel 1849, la città ha investito miliardi di dollari nei sistemi fognari, per portare nelle case acqua pulita, e la minaccia è stata sconfitta. E ora accadrà lo stesso, Caso mai iniziando a rivedere il trasporto collettivo urbano.

È importante, però, intervenire per evitare che la gente si rimetta in macchina, così come hanno fatto tantissime metropoli in giro per il mondo. Rendere più sicuri i tragitti in bici con nuove piste ciclabili e tenendo le auto il più possibile fuori dai centri cittadini sarà essenziale per non aumentare i livelli di inquinamento. D’altra parte, resta il fatto che la densità abitativa dei centri cittadini è molto più sostenibile delle distese di casette nei sobborghi. Nelle città molti spostamenti si possono fare a piedi e si mettono in comune servizi come la raccolta dei rifiuti o il teleriscaldamento, rendendoli molto più efficienti”.

Quindi come agire? “I governi locali dovranno prendere le misure giuste per rendere le città più resilienti, e molti lo stanno già facendo”.

 

 

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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