Doppio stress per i pazienti reumatici con malattie infiammatorie articolari. Rischio più che raddoppiato di sviluppare covid-19 sintomatico.

 

“In Italia, I pazienti reumatici no Covid-19 ma con malattie infiammatorie articolari hanno dovuto subire un doppio stress, terapeutico e psicologico, nel momento in cui le loro prestazioni di cura sono state spostate o annullate e il farmaco che erano abituati ad assumere è diventato irreperibile perché suscettibile d’uso anche per il Covid-19” sottolinea il dottor Luis Severino Martin, Ospedale “Paolo Colombo” di Velletri (RM), U.O. di Medicina Interna e Reumatologia, in merito all’impatto psicologico della pandemia nei pazienti reumatici e sui soggetti sani.

Disponibile dal 15 novembre, il primo modulo del 7° Congresso di GastroReumatologia è già consultabile in rete all’indirizzo www.sigrfad.it e ha affrontato argomenti direttamente correlati alla pandemia COVID-19, tra cui l’impatto psicologico della pandemia nei soggetti affetti da malattie croniche, una volta segnalati ed esplorati i diversi fattori di rischio.

Da uno studio condotto per l’Ars Toscana nel maggio di quest’anno, emerge infatti che un malato cronico come quello affetto da patologie gastroreumatologiche ha, in generale, un rischio più che doppio di sviluppare Covid-19 sintomatica rispetto a un soggetto sano (RR=Rischi Relativi malato vs non malato, pari a 2,31). A ciò si aggiunge l’effetto di un sistema sanitario sotto stress anche per quel che riguarda i malati no Covid-19. Il 55% di chi presenta patologie croniche ha avuto difficoltà ad accedere ad accertamenti o esami, mentre il 65% ha dichiarato di aver avuto tempi di attesa più lunghi.

“Per far l’esempio degli Stati Uniti – prosegue Martin – la riduzione fino ad un -76% delle prestazioni ambulatoriali durante i lockdown, ha creato di fatto una situazione vissuta dai pazienti cronici come un abbandono del sistema sanitario proprio nel momento di maggiore necessità. La pressione mediatica esercitata sui cittadini per le conseguenze drammatiche della pandemia, l’isolamento, la paura del contagio, l’allontanamento delle persone care, etc, ha portato poi gli individui a sviluppare alcune risposte adattative variabili in base al vissuto di ognuno. Per dare una dimensione al fenomeno, secondo alcuni studi condotti sulla popolazione degli Stati Uniti, le conseguenze psicologiche più frequenti registrate sono state: l’aumento delle crisi d’ansia +400%, soprattutto fra gli adolescenti +70%; l’aumento della depressione +450%; dell’abuso di sostanze tossiche, alcool e/o droghe e persino l’aumento dei casi di suicidio o tentato suicidio. Lo stato depressivo di nuova insorgenza, poi, si è verificato di più +38% nella popolazione produttiva anche perché legata all’incertezza del futuro lavorativo”.

Uno studio dell’Università del Massachusetts postula un numero di morti dovuti alle conseguenze psicologiche della pandemia superiore al numero di morti dovuti all’infezione da SARS-CoV-2. E si prevede che le conseguenze di tipo psicologico a lungo termine della pandemia potrebbero persistere per diversi anni. Infatti, gli studi che hanno valutato le conseguenze di altre recenti tragedie – attentati terroristici dell’11 Settembre 2001 a New York o lo Tsunami in Giappone del 2011 -, dimostrano che le alterazioni dell’omeostasi psicologica delle persone coinvolte possono perdurare anche per 6-8 anni dopo l’evento.

“In Italia l’emergenza Covid-19 ha messo a dura prova i pazienti cronici, tra i quali quelli affetti da patologie gastroreumatologiche e che, attraverso la voce delle proprie associazioni, hanno segnalato oltre 18 milioni di prestazioni sanitarie cancellate tra febbraio e ottobre 2020” sottolinea il presidente SIGR, Bruno Laganà. Risultano poi più che raddoppiate (dal 16% al 33,9%) le difficoltà di comunicazione dei pazienti con il proprio medico di medicina generale, con oltre 2 persone su 10 che durante la prima ondata dell’emergenza sanitaria hanno riscontrato problemi di assistenza.

“Va detto con forza che, per i cronici, non cessano né rallentano le sofferenze fisiche e psicologiche e neppure diminuiscono le necessità di accedere a un’assistenza sanitaria e clinica che non può essere interrotta” interviene a sua volta il professor Vincenzo Bruzzese, past president di SIGR. In una recente ricerca condotta dall’istituto WeResearch è emerso come più di 4 persone su 10 mettano in relazione il periodo dell’emergenza con il peggioramento della propria condizione di salute, nella frustrazione di vedersi negato il pieno diritto alla Salute quasi fossero pazienti “in nero”.

“Questa situazione impone un’organizzazione sanitaria che affronti in Italia come nel mondo anche queste problematiche” conclude il dottor Martin. “Innanzitutto, dovremmo riconoscere e accettare che queste problematiche esistono e possono condizionare in modo importante la qualità di vita delle persone. Quindi, dovranno essere implementate sul territorio tecniche di Counseling che possano aiutare le persone coinvolte a superare la reazione “patologica” sviluppata”.

 

 

 

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