Parla il primario di malattie infettive e virologo dell’università degli studi di Genova e del Policlinico San Martino, Matteo Bassetti.

 

Il caso dei 14 giocatori del Genoa positivi al tampone e la catena di conseguenze che innesca secondo i protocolli per l’emergenza Covid-19 è come una Waterloo della via finora promossa e adottata per combattere la pandemia dalle sanità di tutti i Paesi. E cioè la via che vede il numero di tamponi fatti come antidoto al contagio. Il richiamo alla sconfitta militare del 1815 che segnò il declino di Napoleone Bonaparte e del suo impero viene dal primario di malattie infettive e virologo dell’università degli studi di Genova e del Policlinico San Martino, Matteo Bassetti.

In un post su Facebook, corredato da immagine storica della famosa battaglia, lunedì 28 settembre ha scritto: “Mentre lo studio di Vò Euganeo sembrava una facile vittoria di Pirro, quello che sta accadendo al Genoa Calcio potrebbe rappresentare la ‘Waterloo dei tamponi‘. Dopo poche ore dall’esito di tamponi negativi per tutta la squadra si è assistito a numerose positività con probabili conseguenze importanti sul futuro del campionato di Serie A. Occorre rimettere al centro la clinica fatta di segni e sintomi, che unita alla virologia, rimane lo strumento migliore per la gestione di questa pandemia. D’altronde abbiamo sempre fatto così nella gestione delle malattie infettive”.

 

Cioè, quale il suo messaggio?

“Che è possibile che i tamponi diano una falsa patente di negatività e di liberi tutti, rischiando di produrre un esercito di positivi asintomatici. In questo modo rischiamo di far circolare soggetti negativi al tampone ma in fase di incubazione che trasmettono il virus e chiudere in casa altri con tampone positivo (o debolmente positivo) che non trasmettono a nessuno”.

 

Ma come evitare Waterloo?

“Intanto essere consapevoli che una Waterloo possa esserci e riconoscere i limiti del tampone. Occorre avere ben chiaro che il tampone dà un’istantanea del momento attendibile, se il test è fatto bene, pari all’80%. E che chi oggi è negativo dopodomani potrebbe essere positivo. Quindi, fare tamponi a tappeto in modo appropriato è la premessa per una Waterloo”.

 

Quando farli allora?

“Vanno fatto a chi è in prima linea, nelle Rsa, nelle comunità chiuse, in caso di focolai. Inutili, per esempio, in chi torna da Paesi a rischio. Occorre metterli comunque in quarantena. Che peraltro può essere di sette giorni con tampone alla fine dei sette giorni per vedere se per caso sono ancora soggetti infettanti, o di 10 giorni e allora senza tampone perché è scientifico che, positivi o meno, il virus infettante non lo hanno più”.

 

E sul dibattito stadi aperti che cosa dice?

“Non entro nel merito, ma dico solo che i mille spettatori solo in un’area (tribuna) dello stadio è peggio di mille in tutto lo stadio open, che il numero deve adeguarsi alla capienza e quindi può essere anche più di mille e che le regole efficaci sono mascherina, distanziamento fisico e igiene. In Germania gli stadi sono aperti da prima dell’Italia e non vi sono stati aumenti di casi dovuti agli stadi aperti”.

Un falso negativo è possibile perché dal momento in cui la malattia viene contratta, questa potrebbe anche non essere rilevata da tamponi effettuati fino a 72 ore dopo che il virus comincia a manifestarsi nella persona. È possibile, quindi, che il contagio sia avvenuto all’allenamento del giovedì, senza che la malattia si manifestasse e venisse rilevata dai tamponi di sabato, che erano risultati tutti negativi. Tra l’altro la malattia ha un periodo di 2-5 giorni di incubazione. Che ne pensa?

“Tutto corretto quello che dice. Per questo, i segni clinici e i sintomi sono ancora da considerare lo strumento migliore per la gestione di questa pandemia. Oggi il Covid è una malattia molto diversa. Dobbiamo imparare a convincerci tutti per i prossimi mesi e forse anni. Continueremo ad avere persone positive, ma se resteranno il 2% massimo 3% di quelli testati, non sarà difficile tenerla controllata”.

 

E le cure, da gennaio ad oggi qualcosa è cambiato?

“La qualità̀ dei ricoveri è molto cambiata rispetto a marzo-aprile non tanto per l’età media, che a differenza di quanto viene detto non è molto diversa. Oggi ci sono molti più giovani con tampone positivo ma non è scesa molto l’età media dei ricoveri: solo di 3-4 anni. Per la malattia sintomatica non è mutata di molto l’età rispetto a marzo-aprile, è mutata invece la tipologia di trattamento. Per quanto riguarda le cure, bisogna guardare ricerca ed evidenze scientifiche. Unici farmaci da lasciare al momento nel protocollo sono Remdesivir e cortisone e, in caso co-infezione batterica, l’antibiotico. Comunque, sapere che oggi la malattia da Sars-Cov-2 è gestibile perché i medici la conoscono maggiormente e la sanno curare meglio, perché nella maggioranza dei casi produce pochi sintomi o addirittura nessuno, e perché sembra fare meno danni di otto mesi fa, deve confortarci senza ovviamente abbassare la guardia sulle misure di prevenzione, che ormai tutti conosciamo”.

 

Su proposta di alcuni microbiologi, ci sarebbe al vaglio del Comitato Tecnico Scientifico che supporta il governo nell’ambito delle decisioni sull’emergenza pandemica la possibilità di aumentare il numero di tamponi dagli attuali 75/100.000 a 300.000. Che ne pensa?

“Al ritmo di 300 mila tamponi al giorno, in 6 mesi avremmo testato l’intera popolazione italiana. Non serve, sia perché l’esito potrebbe mutare nell’arco di pochi giorni o ore, in caso di contatto con un infetto, sia perché ci pone di fronte a un dilemma: se fossimo tutti positivi, anche gli asintomatici, dovremmo chiudere tutto? Se avessimo il 3-4% della popolazione italiana positiva cosa faremmo? Non ha senso: con questo virus si deve convivere, non esserne terrorizzati”.

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