Emerge da un nuovo studio condotto da scienziati britannici dell’Università di Birmingham.
Le malattie autoimmuni si innescano quando il sistema immunitario si “distrae” dalla lotta alle infezioni o alle malattie e invece inizia ad attaccare le cellule altrimenti sane all’interno del corpo che dovrebbe difendere. E, attenzione, stiamo parlando di un sistema biochimico altamente sofisticato ed efficace che la scienza ancora oggi non riesce ad imitare con le tecnologie diagnostiche e terapeutiche disponibili. Nel caso della sclerosi multipla (SM), il corpo attacca come fossero batteri o virus le proteine della mielina (il tessuto grasso che avvolge i nervi così come guaine sintetiche avvolgono i cavi elettrici). Attacco che provoca la perdita di controllo sui muscoli.
Guidati da un team multidisciplinare dell’Università di Birmingham, gli scienziati hanno esaminato gli intricati meccanismi delle cellule T (o globuli bianchi) che controllano il sistema immunitario del corpo e hanno scoperto che le cellule potrebbero essere “riqualificate”, resettate, per fermarle nell’attacco verso le stesse cellule del corpo che invece dovrebbero difendere. Nel caso della sclerosi multipla, ciò impedirebbe al corpo di attaccare la Mielin Basic Protein (MBP) riprogrammando il sistema immunitario per riconoscere nuovamente la proteina come parte di sé stessa.
Supportato dal Medical Research Council, lo studio in due parti, pubblicato su Cell Reports, è frutto della collaborazione tra due gruppi di ricerca guidati da David Wraith dell’Istituto di immunologia e immunoterapia e Peter Cockerill dell’Istituto per lo studio e la cura del cancro e scienze genomiche.
Il primo stadio, guidato da Wraith, ha mostrato che il sistema immunitario può essere indotto a riconoscere MBP esponendolo a dosi ripetute di un frammento altamente solubile della proteina a cui i globuli bianchi rispondono. Iniettando ripetutamente lo stesso frammento di MBP, il processo mediante il quale il sistema immunitario impara a distinguere tra le proprie proteine del corpo e quelle estranee può essere quindi imitato.
Il processo, che è simile all’immunoterapia usata per desensibilizzare le persone alle allergie, ha mostrato che i globuli bianchi che riconoscono l’MBP sono passati dall’attaccare le proteine alla protezione effettiva del corpo.
Il secondo stadio ha visto gli specialisti della regolazione genica guidati da Peter Cockerill “sondare” in profondità all’interno dei globuli bianchi che reagiscono all’MBP per dimostrare come i geni vengono “resettati” in risposta a questa forma di immunoterapia di riprogrammazione del sistema immunitario.
L’esposizione ripetuta allo stesso frammento proteico ha innescato una risposta che attiva geni che silenziano il sistema immunitario invece di attivarlo. Queste cellule hanno quindi acquisito “memoria” genica di questa esposizione all’MBP e non la riconoscono più come estranea al corpo. Quando le cellule T sono rese tolleranti, altri geni che funzionano per attivare il sistema immunitario rimangono in silenzio. Wraith ha commentato: “Questi risultati hanno importanti implicazioni per i molti pazienti che soffrono di condizioni autoimmuni che sono attualmente difficili da trattare”. E Cockerill ha proseguito: “Questo studio ci ha portato a comprendere finalmente le basi sottostanti delle immunoterapie che desensibilizzano il sistema immunitario. Questo è il primo studio a definire i meccanismi effettivi di come le cellule T possono essere rese tolleranti alle proteine del corpo in un contesto che potrebbe portare a ulteriori progressi nella battaglia per superare l’autoimmunità”. Ulteriori studi clinici a più lungo termine saranno necessari ora per determinare se le immunoterapie specifiche dell’antigene possano effettivamente apportare benefici duraturi.
