Gli interrogativi sul futuro del virus e su una nuova ondata.

Pier Luigi Lopalco, coordinatore scientifico della task force pugliese per l’emergenza Covid: “Dobbiamo evitare di creare bacini di circolazione del virus troppo ampi che possano portare a una nuova esplosione epidemica. Servirà monitorare attentamente la situazione, perché un caso di febbre, anche se lieve, in una stagione come quella estiva può essere il segnale di una circolazione virale forte”.

Il 7 giugno saranno trascorsi sei mesi da quando i ricercatori cinesi hanno affermato di aver identificato un nuovo virus come causa di una misteriosa polmonite che da settimane circolava nella città di Wuhan. Le autorità sanitarie locali temevano che si trattasse della ricomparsa della Sars, la sindrome respiratoria acuta grave dovuta al virus Sars-Cov che dal novembre 2002 determinò oltre 8.000 casi e circa 800 morti.

Ma non era Sars. Che cos’era?

Tramite l’analisi del genoma virale, gli scienziati si sono resi conto che l’organizzazione genetica era simile a quella di alcuni betacoronavirus già identificati nei pipistrelli ma che la stessa organizzazione era distinta da quella del Sars-Cov. Le immagini al microscopio elettronico mostrarono che si trattava di un “nuovo coronavirus” in grado di infettare l’uomo, chiamato provvisoriamente 2019-nCov e poi classificato come Sars-Cov-2. In particolare, il Sars-Cov-2 non provocava alcun sintomo nel periodo di incubazione e, sebbene i virus respiratori si trasmettano solitamente con la comparsa della sintomatologia, il nuovo patogeno poteva diffondersi anche attraverso il contatto ravvicinato con un asintomatico. Questa sostanziale differenza ha permesso al Sars-Cov-2 di viaggiare indisturbato nel resto dell’Asia e raggiungere gli altri continenti, compresa l’Europa.

L’arrivo in Italia si è registrato con i due turisti cinesi ricoverati e curati allo Spallanzani di Roma?

No. Probabilmente a metà gennaio. A fine gennaio, comunque, il virus era già in Italia e non l’hanno portato quei due turisti, presente e circolante prima ancora che emergessero i casi di malattia a Codogno. Era pieno inverno, il periodo dell’anno in cui si diffondono più facilmente anche i virus influenzali. E non serve un grande sforzo di memoria per ricordare che in quei giorni c’era chi diceva che “si stava scambiando un’influenza per una pandemia letale”. Anche se allora nessuno conosceva né le modalità di contagio né i meccanismi di “attacco” all’organismo umano. Il resto è storia. In sei mesi dalla comparsa in Cina, e in poco più di tre mesi da quando ha mostrato la sua aggressività in Italia, si sono registrati oltre 235mila positivi e quasi 35mila vittime solo nel nostro Paese. Sette milioni di casi nel mondo e 400 mila morti. E anche se lockdown, mascherine e igiene hanno portato un’evidente decrescita della curva epidemiologica, il virus non è scomparso. Nel frattempo, forse per le temperature più miti di queste ultime settimane, sembra però che il “virus stia perdendo forza” o addirittura che “clinicamente non esista più”.

Ma è davvero così?

Fabrizio Pregliasco, virologo di Milano: “Il fatto che durante l’estate si sviluppino con meno frequenza malattie respiratorie è legato a vari aspetti, uno di questi è il fattore climatico. Respirare aria fredda o magari fredda e umida può abbassare le difese locali delle prime vie respiratorie. Essendo queste, molto probabilmente, la porta d’ingresso del coronavirus, un clima più mite di per sé predispone ad un minor tasso di infezione. Ma non solo. Se la carica infettiva è bassa, c’è anche la possibilità di avere un’infezione che poi non sviluppi una malattia importante. Si possono perciò avere quelle forme di infezione asintomatica che ormai abbiamo imparato a conoscere”. Lopalco: “Questa è una regola generale per moltissimi virus respiratori, soprattutto per i coronavirus che sappiamo essere la causa del raffreddore nell’uomo”. C’è però un motivo per cui non possiamo essere certi di questa risposta: mentre i virus respiratori che normalmente circolano nella stagione invernale lasciano una sorta di memoria immunitaria nel nostro organismo per cui, come popolazione umana, siamo parzialmente immunizzati nei loro confronti, il Sars-Cov-2 è un virus nuovo e per questa ragione dobbiamo essere un po’ più cauti. Walter Ricciardi, Oms e consulente del consiglio dei ministri italiano per l’emergenza Covid: “Non sappiamo ancora quale possa essere il suo comportamento durante la bella stagione”. E questa è una defaillance scientifica a livello internazionale: è un coronavirus ma non è chiaro se si comporta come un coronavirus. A sei mesi dalla sua comparsa come patogeno umano le scoperte avvengono ancora di giorno in giorno.

Cosa possiamo aspettarci?

Con l’estate ci sarà una differenza più netta tra infezione e sviluppo della malattia. Lopalco: “Come detto, un primo elemento che condiziona lo sviluppo di una malattia più grave è sicuramente l’inoculo virale. Rispetto a una carica virale più alta, un inoculo più basso può essere bloccato dalle nostre prime difese, anche se aspecifiche nei confronti un po’ di tutti i virus. Queste possono bloccarlo fino a eliminarlo, oppure si può verificare un’infezione molto lieve. D’altra parte, se il virus riesce a superarle, può diffondersi alle basse vie respiratorie e insediarsi ulteriormente, dando quindi una malattia più grave”. In estate, possiamo aspettarci di vedere meno casi clinicamente evidenti ma è molto difficile che si possa bloccare del tutto la circolazione inapparente del virus. Del resto, è quanto accade ogni estate con tutti i virus respiratori: sembrano scomparire ma in realtà non spariscono. Scompare la malattia che causano, ma questi virus continuano a circolare. In autunno e inverno riprendono la loro forza e causano una malattia evidente. Ricciardi: “Comunque sia, serve ancora un po’ di cautela, dobbiamo monitorare il comportamento di questo virus e soprattutto prepararci bene per la stagione autunnale”.

Che cosa potrebbe avvenire se vi sarà un alto numero di asintomatici in autunno?

È il rischio da evitare. Per questo durante l’estate occorre continuare a monitorare attentamente la situazione, cercando di capire quale sia la circolazione asintomatica, quindi inapparente di questo virus. Pregliasco: “Dobbiamo evitare di creare bacini di circolazione molto ampi che possano poi condurre a brutte sorprese, come l’intasamento degli ospedali in Lombardia avvenuto nel periodo di febbraio e marzo. Ma ora, in più, si conosce come il virus danneggia le cellule umane e siamo in grado di evitare il più possibile gli effetti gravi”. L’impegno, forti dell’esperienza fatta, è evitare che avvenga un’esplosione epidemica. Lopalco: “E possiamo farlo soltanto attraverso la prevenzione e il monitoraggio attento della circolazione del virus”. 

 

Che cosa serve per un corretto ed efficace monitoraggio?

Sorveglianza epidemiologica. Test sierologici e tamponi il più possibile, per zone e dando la priorità ai soggetti a rischio, per lavoro o per fragilità. Poi, nel momento in cui c’è un caso di febbre, bisogna intervenire subito, anche se si tratta un lieve innalzamento della temperatura, perché la presenza di questo sintomo in una stagione come quella estiva può essere il segnale di una circolazione virale forte.

Controllo della temperatura, lavarsi spesso le mani, mascherina e distanza di sicurezza. Queste regole devono diventare automatiche per tutti. È la prevenzione?

Sì, la prevenzione per il momento è questa. Ma dopo sei mesi tutti concordano che è efficace, almeno è realmente servita a limitare la diffusione del virus e il contagio. Ogni cittadino sappia che fino a quando non ci sarà la certezza che il virus non circola più o che ha perso la sua cattiveria, queste regole di prevenzione vanno messe in pratica. Per esempio, è molto probabile che nel corso dell’estate il virus sembri sparito, ma la certezza si potrà avere solo con l’attento monitoraggio della situazione. Al momento, fare previsioni non è scientifico, né etico.

Gli arrivi dall’estero rischiano di riportare il virus?

Il virus sta circolando in Italia, per cui non c’è bisogno di aspettare che arrivi dall’estero. Non lo abbiamo ancora eliminato per cui, almeno per ora, non ci si deve preoccupare dell’importazione. Ovvio che, al momento, la guardia non può venire abbassata.

Per quanto riguarda il contagio in Italia?

Ricciardi spiega: “Siamo in una fase di grande miglioramento nella stragrande maggioranza delle Regioni, anche se non ne siamo usciti e dobbiamo essere ancora vigili per evitare una seconda ondata. Ora dobbiamo essere molto attenti a bloccare eventuali nuovi focolai epidemici. Siamo molto migliorati sotto questo punto di vista, sicuramente le situazioni di febbraio o di marzo non le vedremo più, ma dobbiamo stare molto attenti. A settembre o a ottobre quando torneranno i virus respiratori, i pronto soccorso devono essere pronti”.

Sei mesi di lezioni dalla pandemia e di misteri ancora non svelati sul virus?

Gli scienziati sono riusciti a imparare molto sul coronavirus in sei mesi, ma molto ancora rimane un mistero. Per esempio, anche quando un vaccino sarà disponibile non è scontato porti all’immunità di gregge. Questo perché gli anticorpi per i virus che infettano le superfici della mucosa, come fa il coronavirus, tendono ad avere vita breve. Storicamente, i vaccini contro le malattie respiratorie non sono molto efficaci.

La quantità di virus necessaria per far ammalare?

Prima risposta: tra uno e un milione di virus. Non si può fare di meglio? Seconda risposta, con distinguo: tra poche centinaia di virus a qualche migliaio. La verità? “Ancora non lo sappiamo”, confessa Angela Rasmussen, virologa della Columbia University di New York. E aggiunge: “È difficile dire qualcosa di definitivo su questo coronavirus perché si comporta come un virus influenzale, in quanto facilmente viene trasmesso e in quanto le persone possono trasmetterlo anche quando non sembrano malate (non hanno sintomi), ma la sua struttura, l’origine nei pipistrelli e i sintomi generali sono simili a quelli dei suoi cugini coronavirus”. In più, gli scienziati non possono ancora dire se toccare una superficie con un virus sopra o respirare aria con alcune goccioline espirate da una persona malata sarà contagiante, trasmetterà il virus e farà ammalare. Non lo sanno.

Che cosa è certo?

Che a più coronavirus si è esposti, maggiori sono le probabilità di ammalarsi con sintomi più gravi. Ecco perché è importante evitare spazi interni affollati, indossare mascherine e lavarsi le mani. Per ridurre le possibilità di essere esposti a grandi quantità di virus.

Perché alcune persone superano la malattia “facilmente” e altre invece sviluppano una grave infiammazione e il danno polmonare che sono i segni distintivi della Covid-19?

È uno dei grandi misteri. Gli esperti affermano che la risposta immunitaria del paziente all’infezione virale determina la gravità della malattia. Se il sistema immunitario va in overdrive, può innescare una cascata di effetti dannosi, ferendo i polmoni e altri organi. “In generale, i pazienti si ammalano più rapidamente e più gravemente se vengono esposti a una grande dose del virus quando vengono infettati per la prima volta”, afferma William Schaffner, specialista in malattie infettive della Vanderbilt University.

Le persone infettate dal coronavirus sono protette poi da ulteriori infezioni? E, se sì, per quanto tempo?

Quali risposte può dare la scienza, dopo sei mesi? Quando l’organismo incontra un virus in genere produce anticorpi, alcuni dei quali sono abbastanza potenti da neutralizzare il patogeno e prevenire la reinfezione. Produce anche un gran numero di cellule immunitarie che possono uccidere il virus. Tirando le somme, con test affidabili, si può affermare che la maggior parte delle persone, comprese quelle che erano solo lievemente malate, producono potenti anticorpi. Alcuni studi suggeriscono una risposta robusta anche da parte delle cellule immunitarie. Ciò che resta un mistero è quanto durerà questa immunità. Sono stati segnalati casi di reinfezione, ma gli scienziati hanno affermato che sono il risultato di test errati o di residui virali persistenti molto tempo dopo la fine dell’infezione attiva. Tutti sperano che, sulla base di altri coronavirus che causano il raffreddore comune, SARS o MERS, l’immunità al nuovo coronavirus possa durare almeno un anno.

Che cosa dice l’Organizzazione mondiale della Salute (OMS)?

“Questo virus potrebbe diventare un altro virus endemico nelle nostre comunità e questo virus potrebbe non scomparire mai”, avverte Mike Ryan, direttore esecutivo del programma per le emergenze sanitarie dell’OMS. Una certezza: quanto più a lungo conviviamo con il virus, tanto più lievi saranno i suoi effetti. Ma sarà poi una reale certezza?

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