Il fattore critico è la distanza da astri molto grandi ed energetici.

 

 

Non tutte le stelle possono avere sistemi planetari che girano loro attorno. L’ha scoperto il telescopio spaziale Hubble investigando per tre anni, dal 2016 al 2019, l’ammasso stellare Westerlund 2 che si trova a 14.000 anni luce da noi nella costellazione australe della Carena e che appartiene a una vasta zona, nota come Gum 29, dove ferve la produzione di nuove stelle.

Gli astronomi hanno visto che le stelle contenute nel cuore dell’ammasso sono prive del disco di gas e polveri dalla cui condensazione e aggregazione si formano poi i pianeti. Al contrario, le stelle site nella periferia dell’ammasso mostrano variazioni improvvise e casuali della loro luminosità, tipico fenomeno che si riscontra quando attorno agli astri ruota un disco di accrescimento come quello appena descritto, da cui si originano i blocchi solidi che vanno poi a formare i pianeti.

Il motivo è stato spiegato dagli astronomi grazie all’osservazione di più di 5.000 stelle nell’ammasso. Nel centro, dove gli astri sono condensati in poco spazio, ci sono stelle giganti e molto energetiche, almeno 37, alcune delle quali hanno una massa 100 volte quella del Sole.

Ebbene, da questi astri si irradiano intensi raggi ultravioletti e un forte vento stellare (composto da particelle cariche) che fluendo tra le stelle vicine spazzano via tutti i detriti gassosi e solidi che formano il disco di accrescimento.

Si è calcolato che in meno di un milione di anni questo fenomeno riesce a privare le stelle di tutta la materia prima che necessitano per formare i Pianeti. E l’ammasso stellare Westerlund 2 è formato da stelle giovanissime, di appena due milioni di anni (il Sole è vecchio cinque miliardi di anni).

Ci è voluto però il potente occhio del telescopio spaziale per osservare i dettagli dell’ammasso e risolvere i singoli astri con la precisione necessaria per compiere studi sull’evoluzione stellare.

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