Cosa succede se uno o più giocatori risultano positivi.
Il calcio riparte senza però aver risolto un problema non da poco che è quello di un giocatore che risulti positivo dopo una partita, perché durante non si fanno certo tamponi e prima della partita un positivo sarebbe già messo in quarantena. Il problema è la quarantena di tutta la squadra, anzi delle due squadre che sono scese in campo e di tutto i presenti, per lavoro o altro, all’evento.
Quindi un blocco di 14 giorni. E se queste positività saltuarie fossero due o tre durante tutto l’arco della coda di campionato quando ci sarà la conclusione? Durante l’estate o, nel caso peggiore di un positivo a partita, anche in autunno? Laddove il calcio è ripartito, vedi Germania, la quarantena di squadra, anzi di squadre, non è prevista. In Italia fa testo sempre il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri per la gestione del Covid-19. Ed è stato ribadito dal Comitato tecnico scientifico intervenuto riguardo la quarantena precauzionale che deve essere “sempre di due settimane, anche nel mondo del calcio”.
Lo ha precisato in riferimento alla notizia diffusa dai media della riduzione del possibile periodo di quarantena a cui sottoporre calciatori e personale della squadra risultati positivi al test per la presenza del virus SarsCov2, o i loro contatti più stretti, ipotizzando una sola settimana di quarantena, anziché le due settimane universalmente riconosciute. In realtà il problema non è nei 14 giorni di quarantena (perché così deve essere) ma nella “quarantena di massa” che coinvolge anche il 99,99% di persone negative.
E che rischia di ripetersi anche più di una volta coinvolgendo sempre quel 99,99% di sani e che anche a casa loro applicano tutte le precauzioni previste rigidamente. Questi sani che fanno tutto per non essere contagiati e per non contagiare amici e familiari rischiano di passare molti multipli di 14 in isolamento da qui alla fine del campionato.
E lo stesso campionato perché riaprirlo con queste prospettive? Meglio allora chiudere il discorso ora.
“Sono d’accordo”, dice il virologo dell’università degli studi di Milano, Fabrizio Pregliasco. Voce scientifica che rispetto al calcio non ha nemmeno conflitti di interesse non essendo tifoso di alcuna squadra.
Come fare allora?
“L’auspicio è che le curve epidemiologiche e il numero di contagi continuino a calare in modo che il problema si risolve da solo. Ma, di certo, stiamo parlando di persone al momento tra le più monitorate in Italia e forse a livello internazionale, nemmeno i medici italiani sono stati sottoposti a tanti controlli. Quindi la loro situazione è nota in partenza e si tratta solo di aggiornarla continuamente. Come poi stanno facendo nel campionato tedesco”.
Come evitare la quarantena per tutti se c’è un contagiato in squadra?
“Test sierologici per vedere le immunoglobuline G e M e tamponi a tutti prima del ritorno agli allenamenti, e non solo ai calciatori. Vedere se ci sono immunizzati, ossia calciatori che sono risultati positivi in passato e poi negativizzati ma che hanno sviluppato anticorpi. Tamponi e test vanno ripetuti ogni settimana, per tenere sempre sotto controllo il quadro coronavirus. E, se possibile, disegnare il calendario in modo che ogni squadra giochi ogni 14 giorni. Cioè le partite ogni settimana, ma sfalsate in modo tale che ogni squadra giochi ogni 14 giorni. Praticamente il tempo di una quarantena”.
Per avere un’alta sicurezza quando fare i tamponi?
“Test sierologici a tutti prima per avere il quadro complessivo di chi è immunizzato perché o ha avuto la malattia o perché entrato in contatto con il virus senza avere poi sintomi. Ai positivi si fa il tampone per vedere se sono infettanti e cioè hanno il virus a livello delle vie aeree superiori. E si isola chi è infettivo. In seguito, un tampone il giorno prima della partita, se negativo non può infettare nessuno dopo 24-48 ore dal tampone. Se positivo si mette in quarantena solo lui. Periodicamente va ripetuto il test sierologico, ma già il tampone prima di ogni partita intercetta chi per caso si infetta a casa o uscendo con gli amici, non rispettando le regole del distanziamento. Ovviamente le movide infettanti i calciatori dovrebbero evitarle. Allo stadio difficile infettarsi se non vi sono spettatori e se tutti quelli che possono accedervi sono già sotto monitoraggio, compresi gli arbitri ovviamente”.
Perché ripetere anche i test sierologici?
“Perché gli anticorpi che vengono sviluppati sono un sinonimo di guarigione, ma non danno ancora una certezza matematica. Quindi si potrebbero avere anticorpi ma essere ancora positivi”.
È solo un problema di test, allora?
“Sì, occorre pianificare una batteria periodica di tamponi a cui sottoporre i giocatori – dice Massimo Andreoni, docente di malattie infettive all’università Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive (SIMIT) -. Una proposta fattibile e scientifica per riaprire il campionato in sicurezza per me è la seguente: test sierologici e tamponi prima di ripartire, tamponi prima di ogni partita e quarantena solo per i casi positivi, tenendo ovviamente tutti gli altri sotto stretto controllo medico per quanto riguarda sintomi di base: temperatura, tosse, raffreddore, cefalea, nausea, disturbi di olfatto e gusto. Lo staff sanitario della squadra dovrà tenere un diario clinico di ognuno, anche degli stessi sanitari e di chi lavora a contatto con la squadra. E quanto propongo non riguarda solo il mondo del calcio ma anche tutte le attività che impiegano più persone e che riaprono nella fase 2. Se c’è un operaio positivo in fabbrica che cosa accade? Si richiude la fabbrica per 14 giorni? O si trova un protocollo di sicurezza che però non porti a una fase 2 a singhiozzo”.
In sintesi, che cosa accadrebbe quando un calciatore risulta positivo dopo una partita?
“Isolamento per il positivo, tamponi e controllo attivo nei giorni successivi per tutti gli altri senza bisogno di isolarli. Se compaiono sintomi in qualcuno nuovi tamponi prima della partita successiva e controllare se c’è qualcuno infettato che è asintomatico. E i positivi asintomatici vanno intercettati e messi in quarantena. Questo controllo attivo va mantenuto per tutto il periodo della coda del campionato, se non per tutto il tempo dell’emergenza Covid-19. In fine dei conti, avere il diario medico di ogni calciatore non è complicato e porta al 99% il controllo della situazione (in medicina il 100% non esiste) senza dover far scattare la quarantena per tutti. Ripeto: controlli semplici, temperatura corporea e comparsa di sintomi. L’importante è monitorare anche tutte le persone che gravitano attorno alla squadra, dagli operatori sanitari ai magazzinieri”.
E i tamponi? Quando farli se non si applica la quarantena per tutti come da decreto del governo?
Andreoni è d’accordo con Pregliasco: “Sicuramente un tampone a tutti il giorno prima della partita. Ma tranquilli, chi risulta positivo dopo essere stato negativo ai controlli precedenti difficilmente è altamente infettante, perché ancora in una fase da basso eliminatore di virus. Se c’è un positivo, inizia il monitoraggio delle persone che hanno giocato. Per contaminare altri, comunque, occorre una grande produzione di virus e non è certo il caso di chi risulta positivo il giorno della partita dopo essere risultato negativo ai tamponi precedenti. Ecco perché occorre abbondare in tamponi, il giorno prima di ogni partita è l’ideale. Nessuno sfugge per l’intera coda del campionato e non occorre poi la quarantena per tutti gli altri, comprese le altre squadre”.
In realtà, finora, percentualmente, i vari indici di misurazione di contagi e diffusione del coronavirus tra i calciatori e i loro familiari non sono alti. In più, l’unico studio scientifico effettuato sugli sport cosiddetti di contatto sembra escludere il calcio tra quelli a rischio. Si tratta di uno studio danese dell’università di Aarhus. Che cosa dicono i ricercatori danesi?
I ricercatori hanno studiato i movimenti degli atleti in 14 partite di Super League (il torneo nazionale) simulando la presenza di un infetto in campo e analizzando il tempo in cui tutti gli altri giocatori si trovano nel raggio di un metro e mezzo. Dallo studio è emerso che i calciatori rimangono entro la distanza di possibile infezione tra zero e 657 secondi, con la media di un minuto e 28 secondi per atleta. Lo studio ha anche evidenziato la differenza fra ruolo e ruolo: un portiere per esempio è quasi sempre distante da tutti gli altri protagonisti, mentre il più a rischio secondo i dati degli studiosi danesi sembra essere il centravanti. Le indicazioni sanitarie attuali ritengono che per “un contatto rilevante” a rischio coronavirus sia necessario rimanere almeno 15 minuti a meno di due metri da una persona infetta. Stando a quanto rilevato dai danesi dunque il calcio sarebbe uno sport definito dalla stessa Università di Aarhus “non critico”. Ma c’è di più: sempre secondo gli scienziati, i dilettanti e i ragazzi del settore giovanile avrebbero metà delle possibilità di contagio rispetto ai professionisti (sui quali è basato lo studio), perché non sono così veloci e così vicini agli avversari come i calciatori di alto livello.
