Un possibile meccanismo tra questi farmaci e l’insorgere della demenza descritto in un huovo studio.
Da oltre 20 anni gli inibitori della pompa protonica (IPP) sono tra i farmaci più venduti al mondo. Per l’acidità gastrica. In tv tengono banco negli spot pubblicitari. Sono ben tollerati, ma un uso prolungato può portare ad effetti indesiderati. E uno nuovo, inaspettato, emerge da ricerche dello svedese Karolinska Institutet: gli IPP oltre all’acidità gastrica, sembrano inibire anche un enzima che produce l’acetilcolina. Il che potrebbe favorire lo sviluppo della demenza. L’antefatto è che per controllare disturbi gastrici come bruciore, reflusso, gastrite e ulcere, si ricorre comunemente a soppressori dell’acidità gastrica con dei farmaci inibitori della pompa protonica (IPP). Il passaggio successivo è che l’abuso di questi prodotti, considerati sicuri, è esteso nel mondo. Il sospetto: studi epidemiologici avevano segnalato (ma altri lo avevano smentito) un incremento della demenza nei soggetti che avevano fatto un uso prolungato di questi farmaci, anche se finora non era stato individuato alcun collegamento.
Ora, sulla rivista Alzheimer’s & Dementia i ricercatori del Karolinska Institutet in Svezia, hanno pubblicato i risultati di una ricerca che mette in evidenza un possibile meccanismo tra IPP e demenza. Questi farmaci, infatti, andrebbero ad inibire la colina-acetiltransferasi, un enzima che sintetizza l’acetilcolina, un neurotrasmettitore essenziale per la trasmissione dei segnali tra le cellule nervose.
Che cosa sono gli IPP?
Si tratta di una classe di farmaci capace di inibire un enzima gastrico, la H+/K+-ATPasi (la pompa a protoni) che catalizza lo scambio degli ioni protonici (H+) e potassio (K+). Tale inibizione si traduce in una efficacia inibizione della secrezione acida nello stomaco. Il meccanismo di azione è di tipo irreversibile, nel senso che il blocco di queste proteine non può tornare indietro. Per cui lo scambio protonico, per poter riprendere a funzionare, deve attendere la sintesi di nuove proteine (pompe protoniche). E questo richiede tra le 18 e le 24 ore. Per cui una sola compressa riesce a controllare l’ipersecrezione gastrica per un giorno intero.
Sono i farmaci più venduti al mondo
Entrati in scena da oltre 20 anni, hanno soppiantato i vecchi antistaminici H2, come la ranitidina. Gli IPP sono tra i farmaci più venduti al mondo. Il più venduto è l’omeprazolo, farmaco che rientra tra quelli considerati essenziali dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Salute). Riescono efficacemente a controllare complicanze associate a forme di reflusso gastroesofageo, eradicazione dell’infezione da Helicobacter pylori, ulcere peptiche, cicatrizzazione e prevenzione delle ulcere gastriche associate ai farmaci antiinfiammatori e antidolorifici FANS e COX-IB, il sanguinamento del tratto digestivo superiore conseguente a indagini endoscopiche. E servono per trattare la sindrome di Zollinger Ellison.
Il loro uso smodato è il vero rischio per la salute.
Questi farmaci funzionano benissimo, e sono ben tollerati. Il problema è farne un uso smodato. Da più parti iniziano ad essere segnalati degli effetti collaterali tipo osteoporosi (importante controllare i livelli di magnesio prima di una terapia a base di IPP), rischi cardiovascolari – comunque non confermati da altri studi – e demenza, nei soggetti sottoposta a trattamenti prolungati con IPP. E questo lavoro, appena pubblicato, fornisce per la prima volta anche un possibile meccanismo.
Un uso saltuario non è risultato pericoloso
È bene precisare subito che le conclusioni di questo studio non sono applicabili a quei pazienti che saltuariamente prendono un inibitore della pompa protonica (terapie inferiori ad un mese). L’ipotesi che i ricercatori hanno fatto, e dimostrato, è che gli IPP possono inibire l’enzima colina-acetiltransferasi. Effetto osservato sperimentalmente in laboratorio ma anche con tecniche di virtual screening in 3D, spiegherebbe come un uso prolungato di questi farmaci porti ad una riduzione della produzione dell’acetilcolina. Sostanza, è un neurotrasmettitore motorio, fondamentale per trasmettere i segnali nervosi che fanno contrarre la muscolatura. Ma la sua azione si estende anche a funzioni cerebrali. È dimostrato che in alcune forme di demenza, come l’Alzheimer, il livello di acetilcolina nel cervello è basso. Alcuni studi avevano segnalato che un uso prolungato degli IPP aumentava l’incidenza di forme di demenza. Ora Taher Darreh-Shori, con il suo gruppo di ricerca, al Dipartimento di Neurobiologia del Karolinska Institutet, ha dimostrato che tutti gli IPP possono inibire l’azione della colina-acetiltransferasi con conseguente riduzione della produzione di acetilcolina. A conferma di questo rapporto tra inibizione dell’enzima e sviluppo della demenza, i ricercatori hanno dimostrato che tra i vari IPP, i farmaci che sono più attivi nell’inibire la colina-acetiltransferasi sono proprio quelli che hanno fatto segnalare una maggiore frequenza di casi di demenza. Tra gli inibitori più potenti ci sono omeprazolo, esomeprazolo, tenatoprazolo e rabeprazolo, mentre pantoprazolo e lansoprazolo inibiscono questo enzima con minor efficienza. Queste informazioni potranno essere utili ai medici quando sono chiamati a prescrivere degli IPP a pazienti anziani, magari già con una diagnosi di demenza. In questi casi, se non ci sono alternative, potrebbero prescriverli per brevi periodi e a dosaggi più bassi.
La ricerca svedese è stata finanziata dall’Alzheimer’s Association (USA), dal Consiglio svedese per la ricerca, dalla Loo & Hans Osterman Foundation e dal Karolinska Institutet.
