Le misure, alcune ancora sulla carta, per salvare il nostro Paese dal virus.
Distanziamento sociale, mascherine per tutti (o quasi), una rete di Covid hospital su tutto il territorio nazionale, uno studio a campione per capire quanti sono i contagiati in Italia e una app, modello Corea, per verificare i contatti delle persone positive. Sono i punti chiave del piano strategico per uscire, “con grande gradualità e cautela”, dall’epidemia di coronavirus. Lo ha messo nero su bianco il ministro della Salute Roberto Speranza e lo ha annunciato il 5 aprile come fondamentale per avviare la fase 2. Ad oggi però non tutto è avviato come previsto sulla carta e non tutto è poi utile realmente al controllo del contagio con un virus con cui probabilmente si dovrà convivere a lungo. E forse un paio di punti in più sarebbero stati fondamentali.
Qual è la situazione?
Walter Ricciardi, componente del comitato esecutivo dell’Oms e consigliere del ministro Speranza, non si sbilancia: “Stiamo lavorando intensamente per pieno completamento dei cinque punti. Ma è fondamentale applicarli per una fase 2 a minor rischio. Dobbiamo anche sciogliere dei punti e lo dobbiamo fare in questi giorni. Importante è poi la mobilità in fase 2 in il distanziamento individuale sarà fondamentale”. Ricciardi spera poi nel caldo (“Il coronavirus potrebbe attenuarsi col caldo di giugno”) per far sì che si abbia il tempo di analisi e correzioni al piano. “Uno studio presentato il 24 aprile dal sottosegretario alla sicurezza interna Usa alla Casa Bianca mostrerebbe che il virus soffre il caldo umido”.
Che cosa prevede il “piano Speranza”?
“Dobbiamo preparare una fase di ‘convivenza’ con il Covid. La strategia sanitaria deve accompagnare la strategia produttiva”, disse il 5 aprile. E indicò la medicina territoriale come fondamentale.
Si tratta del punto indicato come “reti sanitarie”. Di che si tratta?
Rafforzamento dei servizi di prevenzione e delle reti sanitarie del territorio «come arma principale per combattere il virus». Vuol dire che quando una persona ha dei sintomi deve essere raggiunta al più presto da una squadra specializzata che prenda in carico il malato, dal tampone alla terapia. Individuare i positivi, isolare i contatti stretti e monitorare in particolare le residenze per anziani.
A che punto siamo?
Sono cominciate a sorgere le Usca (Unità speciali di continuità assistenziale). Previste solo per il periodo dell’emergenza, fino a quando il coronavirus non sarà più un pericolo. Dovrebbero essere una ogni circa 50 mila abitanti, ne sono state attivate un sesto del previsto. Di che si tratta? Di squadre di “pronto intervento” predisposte per “raggiungere e coordinare il confinamento dei pazienti contagiati da Covid-19 direttamente a casa, isolando il paziente e anche tutti i contatti recenti. “Proprio questi sono il vero problema (positivi asintomatici), se continuiamo ad andare in giro l’epidemia non la elimineremo mai”, spiega Mariarosaria Rondinella, presidente dell’associazione Buona sanità. Lo scopo è ridurre gli accessi in ospedale, isolare tutti i paucisintomatici e i relativi contatti e iniziare una cura, anche se off label, il prima possibile per ridurre i rischi di contagio. Le Usca sono unità mobili, dispongono ambulanze dedicate e personale superprotetto. Effettuano tamponi e visite urgenti. Evitando, così, che pazienti con peggioramento della sintomatologia, affollino i pronto soccorso. Oppure che vadano a sovraccaricare il 118, che lavora anche per altre urgenze. Sono formate da medici di continuità assistenziale reperiti su base volontaria o con contratti ad hoc. Ogni Usca è composta da un medico ed un infermiere. Lavoreranno 13 ore al giorno, dalle 8 alle 21, sette giorni su sette. Sono strettamente collegate ai medici di medicina generale e ai pediatri di base che faranno un primo triage telefonico. Le Usca possono fare i tamponi, fare ecografie a domicilio, assistere casi (isolandoli in casa) non da ricovero con farmaci e, se serve, anche ossigeno a domicilio. Una rete di telemedicina? Ancora sulla carta.
E i medici di medicina generale, fondamentali nel controllo del territorio e della tracciabilità? Che cosa è previsto per loro?
Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale (SIMG) è polemico: “Siamo 46 mila sul territorio, conosciamo vita, morte e miracoli della popolazione assistita ed ancora non è chiaro il nostro ruolo. Già nella fase 1 avessimo potuto chiedere i tamponi avremmo potuto già mappare i casi Covid asintomatici che però infettano gli altri, individuarli e controllare che rispettassero un isolamento anti-contagio. Per esempio, i bambini che rientrano in questo gruppo sarebbero stati individuati dai pediatri di famiglia. Invece, nella fase 1, a parte la mancanza di protezioni per lavorare in sicurezza avevamo proprio limiti operativi. Ai fini della tracciabilità, poi, noi saremmo più efficaci di un’app che se non caricata e aggiornata da dati medici diventa inutile”.
Chiaro, ma in sintesi che cosa servirebbe ad attivare una medicina generale anti-Covid?
Risponde Cricelli: “Il primo concetto è il nostro ruolo in fase 2 è la nostra conoscenza sulla popolazione, appunto vita morte e miracoli. Sappiamo chi è rimasto confinato in casa, peraltro causa del 50% dei contagi in Italia restando a casa a contatto con i familiari. Soprattutto se asintomatici, e quindi senza nessun tampone. Noi li conoscevamo, ma non potevamo chiedere che venissero sottoposti a un tampone. Secondo concetto: un viaggio a casa loro, settimanale o quindicinale, anche se sono sani a verificare se tutto va bene, come stanno facendo i medici di base in Gran Bretagna. Noi peraltro, empiricamente, abbiamo individuato sintomi indicativi: se una persona tossisce mentre parla, per esempio, e non mentre sta zitto o dorme un sospetto ci deve essere e oggi possiamo indirizzarlo a un’Usca o l’attiviamo, prima invece si dovevano aspettare sintomi gravi da ricovero immediato per fare il tampone in ospedale. Questo non ha consentito di individuare i positivi asintomatici ma infettanti. Terzo, utilizzare i tanti dati che abbiamo raccolto e che raccogliamo”.
E l’assistenza domiciliare?
“Nei casi isolabili e curabili in casa entra in azione l’Usca, noi seguiamo la situazione. I ventilatori automatici in casa non si possono usare, occorre una terapia intensiva, ma l’ossigeno sì. Anche le ecografie a domicilio l’Usca può farle. Se si aggrava la situazione il paziente si manda subito in ospedale ma con un quadro di quanto fatto completo”.
Altro punto del piano, il distanziamento. Cambia qualcosa rispetto a quanto finora attuato?
“Mantenere e fare rispettare prioritariamente il distanziamento sociale a tutti i livelli e promuovere l’utilizzo diffuso di mezzi di protezione individuale”, ha detto Speranza. Il che vuol dire che gli italiani dovranno andare al lavoro, o al supermercato, con le mascherine sul viso e mantenendo la distanza di sicurezza. Fin qui non è complicato. “Qui entra in gioco la responsabilizzazione sociale e collettiva – dice Mario Abis, docente di statistica e ricerca psico-sociale all’università IULM di Milano -. Difficile in Italia, ma che nella fase 1 ha funzionato. Probabilmente per la paura di questo virus sconosciuto. La paura del virus finora ha funzionato”. Ma il vero problema in fase 2, aggiunge Abis, è la mobilità: “Il distanziamento sui mezzi pubblici, i tempi di lavoro che si distanziano e diluiscono per evitare affollamenti”. Il tema della mobilità è ancora poco chiaro.
E i Covid-hospital?
Speranza: “Intensificare in tutti i territori la presenza di Covid-hospital, che dovranno restare aperti anche quando il virus allenterà la presa sull’Italia. Questo perché fino alla distribuzione del vaccino non si può escludere un’ondata di ritorno del virus”. Anche perché gli ospedali tradizionali devono potersi concentrare su tutte le altre patologie e le attività ordinarie, molto sacrificate, a parte le urgenze nella fase 1, causa Coronavirus. Qui la situazione varia da Regione a Regione, di certo laddove la sanità era a trazione massima ospedaliera i Covid-hospital sono già attivi, in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna e Veneto. Il numero varia dai casi avuti e ipotizzabili in una seconda eventuale ondata: nel Lazio, per esempio ve ne sono 4. La Toscana invece non li ha creati, ma ha modificato l’organizzazione negli ospedali.
Tamponi e test. Ma ci sono?
La raccomandazione Speranza è l’uso corretto dei test, molecolari e sierologici. Il ministro nella circolare certifica la possibilità di tamponi più rapidi, invita ad attenersi alle priorità indicate dall’OMS e dal Comitato tecnico-scientifico. Riguardo ai test sierologici sono partiti studi nazionali, regionali e comunali, non sempre con gli stessi test, ma importante è arrivare a capire se si crea l’immunità prevista e attesa da tutti. Una prima conferma ci sarebbe: uno studio cinese pubblicato su Nature Madicine ci dice che chi guarisce dal Covid-19 sviluppa anticorpi, seppure in quantità variabili. Sulla mancanza di tamponi e kit per i test, polemico è il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri: “Rispondo ad altro argomento da salotti. L’Italia è il primo Paese al mondo per tamponi fatti per numero di abitanti: 2960 tamponi ogni 100.000 abitanti. In Germania ne hanno fatti il 20% in meno, in GB e in Francia solo 1/3 e 1/6 rispetto a quelli fatti da noi”. E garantisce: non mancheranno. Poi sottolinea: “I dati che arrivano dalla Germania, e cioè che l’R0 in Germania è salito da 0,7 a 1,1 entrati nella fase 2, dimostrano come sia alto il rischio di tornare ad un lockdown totale se si alleggeriscono troppo in fretta le misure di contenimento prese. Il governo sta valutando se definire di nuovo delle zone rosse per evitare l’estensione di nuovi focolai di infezione, che riprendono a manifestarsi. Ecco perché uscire dal lockdown non è facile”.
Il problema della tracciabilità dei positivi tramite un’app. Sembrava facile, ma restano i dubbi sull’efficacia dopo le correzioni attuate in Italia per rispettare la libertà di scelta e la privacy dei singoli?
Speranza, il 5 aprile: “L’app, nello specifico, consentirà di mappare tutti gli spostamenti del malato nelle 48 ore precedenti il contagio e permetterà allo stesso tempo di avviare una vera e propria cura domiciliare attraverso test clinici e contatti diretti con i medici. Lo sviluppo dell’applicazione sta avvenendo d’intesa con la privacy”. Il problema è che non sarà come l’efficace modello della Corea del Sud: obbligatoria per tutti e con GPS attivato per seguire i singoli ovunque, avvertendo la presenza dei positivi in un arco di sicurezza adeguato. Mario Abis: “L’app è strumento positivo per il contenimento ma dipende dalle informazioni che vi si caricano e che può rilevare. Ipocriti i discorsi sulla privacy, ce la siamo giocata da tempo e oggi siamo tracciati in mille modi”. Infine, Arcuri spiega: “L’App si avvarrà di tecnologia bluetooth e non c’è nessuna controindicazione. A maggio con le prime funzionalità, cioè il contact tracing, sarà in funzione, in tempi ravvicinati saranno attive anche le funzionalità più vicine al diario clinico, cioè la connessione con il Ssn”.
Ultimo punto le mascherine?
Qui, fermo restando che il numero è chiaramente ancora insufficiente, ma lasciamo la parola al commissario Arcuri: “Da lunedì, se serviranno, potremo fornire 12 milioni di mascherine al giorno. Da giugno ne potremo distribuire 18 milioni. Da luglio 25 milioni. Quando le scuole riapriranno, a settembre, ne distribuiremo fino a 30 milioni al giorno”.
