Cronaca degli scontri su date e tra governo ed enti locali.

 

 

Continua l’isolamento per l’emergenza coronavirus, la serrata anti-contagio, in attesa di una auspicata riapertura graduale da dopo Pasqua, l’avvio della fase 2, quella di una ripresa delle attività mantenendo alta la guardia per evitare un’ondata di ritorno dell’epidemia. Ma da ieri, al riguardo, c’è un balletto di date che preoccupa non poco perché non è chiaro che cosa possa nascondere. Giuseppe Conte l’aveva prevista per subito dopo Pasqua, verso il 16 aprile, Angelo Borrelli ieri ha parlato del 16 maggio.

Fermo restando che entrambi hanno sottolineato “se tutto va secondo le attese”, c’è un mese di differenza che mette paura a diversi settori produttivi e, per esempio, al mondo del calcio che dovrebbe ora sapersi regolare se concludere il campionato o se chiuderlo adesso.

Dietro questo c’è una polemica sindaci lombardi di centrosinistra e governatore, c’è una polemica Lombardia governo, c’è polemica tra scienziati sull’uso delle mascherine e sulla diffusione del virus nell’aria. C’è polemica, e forse è un buon segno perché il dibattito si accende sempre anche quando si avverte maggiore sicurezza.

Tutto è partito dalle dichiarazioni di Borrelli, capo della Protezione Civile: “Pasqua e Pasquetta tutti in casa, ma anche il 1 maggio credo che lo passeremo chiusi. Non credo che passerà questa situazione per quella data. Dovremo stare in casa per molte settimane. Questo ci permetterà di respirare anche soprattutto per quelle che sono le strutture sanitarie, le terapie intensive, i ricoveri, anche il nostro personale sanitario e le strutture soprattutto si stanno alleggerendo di un carico di lavoro che ogni giorno era sempre più forte e comportava pesanti sacrifici e impegni straordinari per trovare nuovi posti di ricovero e cura. Dobbiamo andare avanti con il massimo rigore.

Dobbiamo usare misure forti e precauzionali, dobbiamo fare attenzione ed evitare di trovarci poi in una situazione che poi ci sfugge di mano. L’ora d’aria è una misura che non è ancora operativa, bisogna fare attenzione, rispettare le regole di prudenza e stare ancora in casa”. E quindi riguardo all’avvio della fase 2: “Dobbiamo vedere quando questa situazione inizia a decrescere.

Non vorrei dare delle date, però da qui al 16 maggio potremo aver dati ulteriormente positivi che consigliano di riprendere le attività e cominciare quindi la fase 2”. Ma come? Il governo non aveva detto dopo il 13 aprile? Borrelli abbozza un dietrofront: «L’orizzonte temporale resta quello del 13 aprile come annunciato dal presidente del consiglio. Ogni decisione sulle misure restrittive e sull’eventuale “fase 2” spetterà dunque al governo che, come sempre, si avvarrà delle indicazioni del comitato tecnico-scientifico».

E cosa dicono gli scienziati? Il virologo milanese Fabrizio Pregliasco spiega la scelta in atto in Italia: “Quella della mitigazione, si è fatto in modo di non avere nella curva un picco alto e rapido, tipo montagna del Cervino per fare un paragone, come voleva scegliere in Inghilterra Boris Jhonson, e che avrebbe comportato più casi, più ricoverati gravi e più morti in breve tempo, ma abbiamo raggiunto un picco che è come una collina.

Tutto più controllabile, ma ovviamente prevede tempi più lunghi. Credo anch’io che bisogna andare cauti e seguire la situazione fino a dopo Pasqua per poi abbozzare una data per la fase 2 che però tenga conto di possibili successivi altri focolai”. Una situazione con cui si avrà a che fare forse per circa due anni secondo gli epidemiologi o fino a quando non si avrà un vaccino.

E quindi il campionato di calcio potrà proseguire o si chiude qui? “In teoria, giocando a porte chiuse, e se la discesa dei casi prosegue potrebbe ripartire a metà maggio, ma forse è tardi. Però è solo una mia ipotesi, potrebbe anche andare tutto secondo attese negative e se ne parlerebbe da metà maggio in poi. A fine aprile si potranno fare date”.

E il calcio italiano spera di riprendere il 20 maggio, data in teoria possibile se però lo si sa per tempo. Dice Giovanni Malagò, presidente del Coni: “Il calcio italiano sembra orientato, pandemia permettendo, a riprendere il 20 maggio e chiede aiuti al Governo. Sarà il Coni a presentare l’istanza? Esistono due problematiche: la prima è specificatamente alle richieste ed istanze che ogni Federazione ha portato avanti, quella del calcio molto correttamente è già pervenuta al Coni ed abbiamo provveduto a produrre un documento analitico di sintesi al Governo.

C’è poi un tema che riguarda l’organizzazione del campionato, bisogna fare una premessa: per delega l’organizzazione dei campionati sono demandate alle singole Federazioni che hanno la facoltà di delegare le Leghe per l’organizzazione dei vari campionati. Il boccino oggi è in mano alle Leghe che devono comunque ascoltare la Federazione che gli ha mandato un mandato concordato preventivamente”. E aggiunge: “Ma il problema non è solo la partita. I giocatori devono essere certi che tra di loro non ci sia nessun positivo e quindi tutti gli atleti devono fare dei tamponi e ciò creerebbe malcontento popolare. Queste partite non si giocano in un’unica città, quindi c’è difficoltà a livello logistico. Spero di avere una libertà di manovra diversa, ce lo auspichiamo, ma da lì a dire che andrò all’aeroporto, prendo l’aereo per andare a Milano per tre volte a settimana, lo vedo complicato”.

Lo scontro tra i sindaci di centrosinistra e la Regione Lombardia è, invece, partito da “alcune domande” che sette sindaci di città capoluogo della Lombardia hanno rivolto al governatore Attilio Fontana: “Io e gli altri sindaci vogliamo capire l’indirizzo che dovremo prendere insieme per confrontarci con questo virus” spiega il sindaco di Milano, Giuseppe Sala.

Per esempio, riguardo ai test per gli anticorpi, oggi consacrati dall’OMS. Dice Sala: “Questi test sono oggi già fatti in Veneto e in Emilia Romagna, in Lombardia ancora no. Perché? Per quanto tempo? Verranno fatti con che modalità?”. I sindaci vogliono “solo capire questo, rivolgiamo queste domande perché cittadini le rivolgono a noi, non è polemica ma è bene comune”. Poi le mascherine. “Oggi i comuni ne ricevono pochissime – sottolinea – Milano ha dovuto andarsele a cercare in Cina e in altri Paesi e per ora va bene. Ma le mascherine chi le deve fornire? Il governo? La Regione? Io spero che tra non molto potremo uscire e a quel punto le mascherine saranno dannatamente importanti e la disponibilità di mascherine deve essere un diritto”.

A stretto giro la replica di Attilio Fontana. “Regione Lombardia è una istituzione seria – scandisce -. Che agisce solo ed esclusivamente sulla base di riscontri scientifici. Sul tema dei test ‘rapidi’ ho più volte ribadito che stiamo verificando il valore effettivo di queste procedure. Un modo di agire che necessita di un lasso di tempo tale da rendere i risultati solidi, a fronte delle molte perplessità sollevate dalla comunità scientifica”, spiega Fontana.

“Sul mercato – afferma – esistono molti tamponi inaffidabili che creano false speranze ai cittadini. Le nostre indagini sono in fase di conclusione e speriamo di avere una risposta nelle prossime ore. Agiremo solo nella direzione che ci indica la scienza e non sugli umori o le sparate di sindaci che non perdono l’occasione per fomentare la polemica. Sindaci ai quali nelle sedi istituzionali queste risposte sono state più volte date”.

Quanto alla scarsità di mascherine e di presidi sul mercato per proteggersi dal coronavirus, Fontana fa presente che non dipende dalla Regione Lombardia. “Siamo stati e continueremo ad essere – dice – i primi a segnalare il fatto che la Protezione civile nazionale, cui spetta il compito di gestire l’emergenza e garantire questi materiali, sia per buona parte inadempiente. Oltre a ciò la burocrazia di Roma ci impedisce di utilizzare le mascherine prodotte in Lombardia già ritenute conformi dal Politecnico di Milano”, conclude il governatore.

E qui la polemica con il governo. In un confronto su casi, ricoverati e morti, tra Lombardia e Veneto. “Sicuramente la Lombardia sconta almeno 12 giorni di ritardo nelle chiusure. E non per colpa sua”, dice Pregliasco. “A me risulta che dalla Lombardia fosse stato subito chiesto di bloccare tutto, ma Roma ha temporeggiato. Lo dico con rammarico”, aggiunge. Il virologo poi sottolinea che nonostante gli sforzi dei medici la situazione su alcuni territori lombardi, in particolare nelle province di Bergamo e Brescia, la situazione è sfuggita di mano.

“Al di là degli sforzi encomiabili di medici di famiglia che in alcuni casi ci hanno rimesso anche la vita, la medicina del territorio non ha funzionato al meglio”, rileva. “L’effetto di questa diffusione incontrollata del virus è che molti pazienti sono arrivati in ospedale troppo tardi, quando la loro situazione era ormai compromessa”. Inutile a suo parere, per esempio, un confronto tra Lombardia e Veneto. “Le due Regioni non sono minimamente paragonabili per gravità della situazione di partenza: lì c’è stato un focolaio, qui un incendio”.

Test sierologici rapidi per ottenere una sorta di certificato di immunità? Per Fabrizio Pregliasco “con questo tipo di test il rischio di falsi positivi è molto elevato. Al momento si tratta di esami validi per un’indagine epidemiologica che ci dica quanto Sars-CoV-2 abbia circolato in un certo ambiente, ma non a livello di certificato d’immunità”.

La polemica governo-Regione Lombardia? Parola a Borrelli: “Per quanto riguarda l’emergenza i presidenti delle Regioni sono stati nominati soggetti attuatori del capo dipartimento della Protezione Civile e il governo centrale ha garantito le risorse per l’acquisto dei dispositivi necessari per il superamento dell’emergenza. Sarebbe stato un guaio se il governo nazionale e il dipartimento della Protezione Civile avessero attratto a sé ogni competenza in materia di acquisizione di dispositivi di protezione individuale – dice – sappiamo che in ordinario queste attività sono garantite dalle Regioni perché la sanità è regionale; nel momento in cui c’è stata l’emergenza è intervenuto il dipartimento ma sono stati anche incaricati i presidenti della Regioni di poter acquisire direttamente, con risorse a carico dell’emergenza, tutto quello che era necessario».

Sul problema della forniture delle mascherine «se ne sta occupando il commissario Arcuri – chiarisce Borrelli – Abbiamo avuto una esplosione di domanda di mascherine, la domanda credo sia cresciuta di 20 volte, siamo arrivati a 100 milioni di mascherine circa al mese come fabbisogno del sistema sanitario con una realtà nazionale che non aveva la capacità produttiva perché non si produceva in Italia e si tratta di far partire anche una produzione nazionale mentre si continua nella ricerca e nell’importazione di mascherine dall’estero, soprattutto sulla base degli accordi bilaterali che si sono realizzati con la Cina».

Protezione Civile e Istituto Superiore di Sanità (Iss) vengono però messi sotto accusa anche da parte dell’unione di sindacati Patto per la Professione medica, per le “scelte irresponsabili” relative ai dispositivi di sicurezza per medici e infermieri, “le cui nefaste conseguenze sono visibili”. “Non è ammissibile che la Protezione Civile fornisca presidi scadenti e non idonei – dice l’unione sindacati – soprattutto, è vergognoso che i colleghi dirigenti dell’Iss, attraverso le proprie linee, abbassino i livelli di protezione individuale sulla base non di evidenze scientifiche ma di esigenze di governo e successivamente le modifichino a causa dei palesi errori che hanno esposto medici e operatori sanitari al contagio”.

Il numero degli operatori sanitari contagiati ha oramai superato i 10.000 casi. Il 20% circa sono medici. Molti sono ricoverati in Rianimazione. Angosciante è l’elenco dei morti, arrivati a 73, che cresce giorno dopo giorno.

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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