Gli operatori sanitari in prima linea e le loro condizioni di lavoro.

 

Da Nord a Sud c’è preoccupazione per i contagi. Nel Nord del Paese l’elenco delle vittime del Covid-19 è in continuo aggiornamento, finora con curva sempre in ascesa e con numero di morti rispetto ai contagiati superiore a quanto accaduto in Cina. E il Sud teme per chi “fugge” dalla quarantena del Nord. Solo ora si attua l’isolamento rigido, quello che sarebbe dovuto partire già dal primo decreto per l’emergenza Coronavirus, ossia comuni blindati salvo concessioni per lavoro e motivi di salute.

La grande fuga dissemina il virus e ieri è accaduto anche in Francia, dove Parigi si è praticamente percentualmente dimezzata. Ma quello che all’inizio dell’epidemia, poi diventata pandemia, ha caratterizzato in negativo Covid-19, sia in Cina sia in Italia, è il numero di contagiati e di morti tra gli operatori sanitari, medici e infermieri. Un numero che in proporzione ricorda il temibile Ebola. Sono 3.000, circa il 9% dei casi totali, gli operatori sanitari contagiati dal nuovo coronavirus in Italia. E tra i morti spiccano 18 medici, in buona parte di medicina generale.

In Cina, quando a Wuhan i malati di Covid-19 in pochi giorni hanno fatto saltare l’organizzazione sanitaria, si sono contati 1.716 operatori sanitari contagiati, in seguito saliti di poco quando protezioni e pause nel lavoro sono diventate ottimali, con 30 medici morti, tra cui un giovane specializzando. Numeri da situazione fuori controllo. E in effetti così è stato.

 

Da che cosa si può dedurre che le vittime tra i sanitari sono dipesi per lo più da un avvio ritardato della macchina per l’emergenza?

Vediamo prima la Cina. Basta una storia per capire che cosa vuol dire interessi diversi tra politica e salute. Ed è la storia del morto numero 1 per Covid-19 tra i medici. Un eroe? Un martire? “Semplicemente un medico che rispetta un giuramento”, rispose lui tranquillamente a chi lo intervistava prima che finisse in coma. Si chiamava Li Wenliang, è stato il primo medico a dare notizia dell’epidemia del nuovo coronavirus sviluppatosi nella città cinese di Wuhan. Aveva intuito che era un virus diverso da quelli noti, Sars e aviaria inclusi. Li era oculista in uno degli ospedali della città di Wuhan e il 30 dicembre avvisò alcuni studenti della scuola di medicina di prestare attenzione al nuovo virus che si stava diffondendo, avvisandoli che alcune persone erano già state messe in quarantena.

Nella chat di gruppo qualcuno chiese se si trattasse di un’epidemia simile alla Sars. Quel messaggio uscì dal gruppo ristretto e cominciò a rimbalzare sui social di tutta la Cina. Fu un bel guaio per Li: venne interrogato dalla polizia e addirittura accusato di procurato allarme per avere diffuso notizie false. La notte del 31 dicembre alcuni funzionari sanitari di Wuhan convocarono Li e gli chiesero perché avesse condiviso l’informazione. Tre giorni dopo la polizia lo obbligò a firmare una dichiarazione in cui ammetteva di essersi comportato in modo «illegale».

Finì qualche giorno in carcere, ma l’attenzione su di lui spostò l’allarme. Solo a metà gennaio l’Oms avvertì il mondo. Ritardo probabilmente fatale a molte persone. Sicuramente è stato fatale per Li e altri operatori sanitari. Sì, perché Li Wenliang è morto di Covid-19, ma anche per quell’ossessione politica (non solo delle dittature) di volere controllare conoscenze e informazioni prima ancora di valutare la reale esistenza di un motivo d’allarme. Autorità rapidissime nel colpevolizzare un medico e lentissime nel prendere coscienza del nuovo virus e nel dare l’allarme al mondo.

Li colpevole, Covid-19 una semplice influenza. Così il virus ha avuto modo di infettare altre persone negli ospedali, i loro familiari, i medici e gli infermieri che curavano quei pazienti per altre patologie ma non consapevoli dell’alta infettività. Tanto per le autorità il virus non c’era. Li il 10 gennaio era tornato al lavoro, aveva curato per un glaucoma una donna infettata dal virus e si era ammalato di ciò di cui aveva messo in guardia. Solo 10 giorni dopo il governo cinese ha riconosciuto il virus comunicandolo al mondo. Li intanto ha cominciato ad aggravarsi ed è morto.

È diventato un eroe. Troppo tardi. Aveva intuito ciò che sarebbe accaduto, ma non gli hanno dato ascolto preferendo alle vite umane gli interessi economici e l’immagine. Poi il disastro è stato maggiore probabilmente di quanto sarebbe stato se avessero ascoltato Li, morto per il virus ma anche per la mancanza di libertà.

 

Ma perché si è infettato e con lui tanti altri operatori sanitari?

Perché ha visitato e curato quella donna infetta che aveva un glaucoma senza alcuna protezione. Tanto non c’era epidemia per ordine del governo. E così è stato per tanti giorni all’inizio dell’emergenza, quando a Wuhan si cadeva come mosche. Altri 400 tra medici e infermieri si sono ammalati in altri luoghi sempre nella provincia di Hubei. All’inizio i medici di Wuhan hanno dovuto lavorare con turni di 48 ore continuate, molti hanno dovuto assistere i pazienti senza mascherine o tute protettive adeguate, ricorrendo spesso al riutilizzo di quelle già adoperate quando avrebbero dovuto cambiarle regolarmente. In assenza di adeguate protezioni, il personale ospedaliero lavora in balia della contaminazione. Molti sono stati costretti addirittura a lavorare con il pannolone perché non hanno possibilità di andare in bagno durante il servizio, non avendo sufficienti tute per cambiarsi.

 

 Come mai?

“Per risparmiare sulle tute intere, i colleghi le cambiavano solo una volta ogni quattro, sei, persino otto ore”, ha raccontato all’Afp un medico che lavora in uno dei grandi ospedali che si sono occupati in quei giorni del trattamento di pazienti gravi. “Senza poter cambiare le tute, per ore medici e infermieri non potevano mangiare, bere o andare in bagno. I medici di ogni specializzazione hanno dovuto visitare anche 400 pazienti in otto ore”, racconta ancora. “Alcuni indossavano pannoloni durante le loro lunghe ore di servizio”, ha poi ammesso la Commissione sanitaria nazionale. Delle 59.900 tute necessarie ogni giorno, i medici e le infermiere di Wuhan ne hanno avute disponibili solo 18.500, ha detto il vice sindaco di Wuhan, Hu Yabo.

 

Poi che è accaduto?

La macchina della produzione si è messa in moto per tute, mascherine, guanti usa e getta. A controllare che i positivi non contagiassero altri è arrivato l’esercito e sono arrivati medici da altre parti della Cina senza focolai. Si è cominciato a lavorare protetti e senza quello stress psico-fisico che può portare ad errori e a una fragilità immunitaria favorente la contaminazione.

 

E in Italia? Come si è arrivati a 3000 operatori sanitari contagiati e ai morti?

In un certo senso è accaduto quanto accaduto in Cina, per fortuna nell’area della migliore sanità. Chi si è trovato esposto in prima linea per prendersi cura della salute dei cittadini non ha avuto a disposizione sempre gli strumenti più idonei per svolgere la propria professione in massima sicurezza. Secondo gli ultimi dati emersi da uno studio pubblicato sulla rivista internazionale “Science”, i pazienti asintomatici sono considerati i principali veicoli con i quali il virus si muove e si diffonde nella popolazione. In questo senso le categorie più esposte sono proprio gli operatori sanitari che ogni giorno si trovano in una vera e propria “trincea” dovendo spesso sacrificare i propri affetti personali mettendo davanti la loro professione in questa emergenza globale. E parlando di asintomatici, che in Italia sembrano essere di più che altrove, più facile che i primi contaminati siano i medici di medicina generale che senza un’ordinanza di allerta epidemia non giravano all’inizio certamente con la mascherina. È stato il periodo antecedente al paziente 1 la vera fucina del contagio nord-italiano, lombardo. Poi ricoveri di casi gravi, ma ancora non riconducibili al nuovo virus, in ospedali dove è avvenuto la diffusione da ricoverato a ricoverato, anche via infermieri e medici, e ai parenti in visita.

 

E la mancanza di materiale protettivo usa e getta, di posti letto per la terapia intensiva, di medici e infermieri specializzati, di apparecchi per la ventilazione assistita?

Tutto è stato conseguente, i nodi della sanità italiana impoverita negli anni sono venuti al pettine. E c’è da chiedersi come mai non si è prevista la situazione, visto che l’OMS l’allarme lo aveva lanciato e che un panel di specialisti già dal 2009 aveva elaborato strategie per un’attesa pandemia, sempre più vicina a verificarsi con il passare degli anni. Dieci anni dopo l’ultima era la data giusta. Si è arrivati così a contare ciò che mancava, né era stato predisposto per l’emergenza.

 

E poi?

Poi la macchina si è messa in moto, quarantena in tutt’Italia, bando per arruolare immediatamente i medici mancanti. La solidarietà. Dalla Cina sono arrivati medici e materiale, da Cuba altri infettivologi, dalla Russia degli esperti di virus militari. E poi, dopo un attimo di sorpresa, ben 7200 medici italiani di altre Regioni si sono offerti di raggiungere la Lombardia, negli ospedali in emergenza. Il bando ne chiedeva 300, la risposta è stata nettamente superiore. Però si chiede la sicurezza di poter lavorare in sicurezza.

 

Che cosa significa, a parte le attrezzature?

Significa che oggi non è più possibile considerare il test diagnostico soltanto per i pazienti sintomatici, come dimostrato anche dalla letteratura scientifica. Perché questo comporta il rischio che, se anche gli operatori si ammalano, potrebbe essere interrotta o fortemente ridimensionata la possibilità di curare i pazienti. È dunque necessario mettere in sicurezza medici e operatori sanitari attraverso controlli diagnostici che possano escluderne la positività. Questo vale anche per i medici di medicina generale per altri operatori in prima linea sul territorio per l’emergenza. Poi ovviamente garantire tutti dispositivi di protezione necessari per poter far lavorare i sanitari in modo efficace e in tranquillità.

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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