Va identificato il “sommerso” degli infettati non consapevoli.

 

 

L’obiettivo dell’Organizzazione mondiale della Salute (OMS) dell’eliminazione dell’Epatite C entro il 2030 è possibile per l’Italia grazie alle nuove terapie, rapide, efficaci e senza effetti collaterali. Ma servono nuove politiche sanitarie, che si concentrino soprattutto su tossicodipendenti e pazienti sottoposti a tatuaggi o piercing. L’Italia finora si è distinta per risultati importanti: sono stati trattati più di 200mila soggetti, un ottimo punto di partenza che permette al nostro Paese di rimanere in corsa per il raggiungimento dell’obiettivo fissato dall’OMS per il 2030 di eliminazione dell’infezione da HCV.

Tuttavia, una recente stima dell’Osservatorio Polaris del Centre for Disease Analysis Foundation (CDAF), Lafayette, USA, ha declassato l’Italia da “on track” al livello “working towards”, ossia un gradino indietro. “Ciò significa che è stato fatto molto, ma resta anche una grande mole di lavoro da svolgere – sottolinea Salvatore Petta, segretario AISF, Associazione Italiana per lo Studio del Fegato -. Come emerge anche dai dati AIFA, vi è stato un importante decremento dei pazienti avviati al trattamento.

Ciò è avvenuto poiché abbiamo esaurito le sacche di pazienti disponibili nei nostri centri, quindi servono delle strategie produttive di ricerca del ‘sommerso’, cioè rintracciare le persone infette che non sanno di avere le infezioni, sia per curare loro stessi che per impedire nuovi contagi”. E questo è un problema italiano, tra i cosiddetti Paesi “ricchi”, perché siamo ancora lontani da una sanità 4.0.

Di tessere sanitarie informatizzate si parla da anni e sono anche stati spesi prima milioni di lire poi milioni di euro senza ancora essere arrivati a un flusso di dati, informazioni, esami e ricoveri fatti completa. Il che sarebbe già un primo passo per far emergere il sommerso. Comunque sia, ci sono in Italia persone portatrici del virus dell’epatite C che per vari motivi non sanno di essere infettati. Lo stesso accade per l’Hiv, il virus dell’Aids.

Tra le iniziative volte a favorire il superamento di questo stallo, emerge “CCuriamo”, un progetto ideato da ISHEO, Società di Ricerca, Consulenza e Formazione impegnata nell’analisi di impatto economico e sociale dell’innovazione in Sanità, e realizzato con il contributo incondizionato di Gilead Sciences. L’obiettivo è stato realizzare una fotografia aggiornata della strategia di eliminazione dell’HCV in Italia, tra successi e passi ancora da compiere, chiamando in causa anche il ruolo imprescindibile delle Regioni.

Nel 2019 sono state condotte 5 tavole rotonde che hanno coinvolto circa 30 esperti da tutta Italia, che riunendosi a Roma hanno condiviso dati, best practice con impatto sul livello nazionale come pure su singole Regioni, e con impatti anche sulle popolazioni chiave per l’eliminazione dell’Epatite C, ossia la popolazione carceraria, i consumatori di sostanze stupefacenti e i coinfetti HIV-HCV positivi.

Concentriamoci quindi sull’epatite C, per la cui eradicazione sono disponibili oggi trattamenti di rara efficacia, osservando questa malattia nella sua rilevanza sociale, unica prospettiva adeguata se si vuole veramente puntare all’eliminazione del virus. Infatti, facendo riferimento a un “noi”, “CCuriamo”, proprio la prima C vuole indicare che l’eliminazione è un beneficio per tutta la popolazione, un obiettivo di salute pubblica appunto, e dunque ancora di più da perseguire rapidamente da parte del nostro Servizio Sanitario Nazionale. “Alcune Regioni stanno lavorando alacremente per attuare azioni concrete per eliminare il virus, ma non tutte in maniera armonica – afferma Davide Integlia, Amministratore Delegato di ISHEO. – Per raggiungere tale scopo, occorre un maggior coordinamento tra le Regioni secondo il quadro tracciato dal Piano Nazionale di Prevenzione”.

Il 12 febbraio, presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, Senato, si è fatto il punto del progetto “CCuriamo”. È emersa l’esistenza di un gap non culturale, ma organizzativo: mancano dei programmi di screening e di linkage-to-care, ossia la diagnosi e l’avvio al trattamento del paziente presso una struttura dedicata.

“Per far emergere il sommerso sono necessarie nuove strategie – dichiara Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT. – Queste nuove strategie devono rendere più semplice l’accesso agli screening e ai trattamenti negli ospedali, permettere la somministrazione della terapia con modalità semplificate, ma soprattutto andare sul territorio per raggiungere quei pazienti più fragili che hanno difficoltà a rivolgersi alle strutture ospedaliere. Finora sono state adottate alcune iniziative alternative, come le unità mobili che vanno in giro per le città arruolando soggetti per l’esecuzione del test.

Per esempio, negli ultimi due anni, in occasione della Giornata Mondiale dei Poveri, è stato organizzato a Roma, in Piazza San Pietro, un ospedale da campo facilmente accessibile alle persone più fragili ed in particolare a quelle senza fissa dimora. Questo progetto si è rivelato molto efficace: ha permesso di studiare circa 500 soggetti che difficilmente sarebbero giunti presso strutture ospedaliere ed in questa popolazione si è trovata una prevalenza dell’infezione di circa il doppio rispetto alla popolazione generale”.

Questo ambulatorio mobile è partito lo scorso 21 novembre da Piazza San Pietro e ha già fatto tappa a Firenze in occasione del Congresso della SIMG (Società Italiana di Medicina Generale) e a Sanremo nella settimana del 70° Festival. “Lo scopo del Lab è quello di sensibilizzare la popolazione sui corretti atteggiamenti di prevenzione per le malattie infettive e di informare su quelli che sono i rischi concreti, specie alla luce dell’allarmismo suscitato dal coronavirus utilizzando le risorse di quel territorio nel territorio stesso”, sottolinea Alessandro Rossi, membro del direttivo della SIMG.

“Per quanto riguarda la popolazione over 60 – aggiunge Petta – bisogna puntare sul coinvolgimento dei Medici di Medicina Generale e sulle farmacie: i referenti di queste categorie devono essere istruiti a dovere per individuare i possibili soggetti a rischio. Le farmacie sono posti dove i pazienti anziani vanno spesso e si instaura tra loro un rapporto stretto: devono diventare punto di informazione e screening”.

Il numero esatto delle persone con infezione da HCV in Italia non è noto; tuttavia, con una stima di circa l’1% della popolazione, siamo considerati uno dei Paesi con la più alta percentuale di infettati in Europa. Se il numero dei pazienti da trattare resta alto, sulla media dei trattamenti di questi ultimi 4 anni, il bacino dei malati con un’infezione diagnosticata e quindi trattata, terminerebbe entro il 2023.

A rimanere fuori sarebbe una grande percentuale di infettati che non sanno di essere contagiati e che oggi si stima siano tra i 200mila e i 300mila. “È indispensabile pertanto identificare strategie opportune per far venire alla luce il sommerso dell’infezione da HCV – sottolinea Loreta Kondili, Medico Ricercatore presso il Centro Nazionale per la Salute Globale, Istituto Superiore di Sanità. – Gli individui che riportano fattori di rischio per l’acquisizione dell’infezione, quali lo scambio di siringhe, soprattutto coloro che fanno o hanno fatto uso di stupefacenti oppure la popolazione carceraria o ancora i migranti da paesi ad alta prevalenza di HCV, sono individui sui quali deve essere applicata la strategia ‘testare e trattare’ indipendentemente dalla loro età. Per quanto riguarda l’eliminazione dell’infezione da HCV in tutta la popolazione infetta, l’Istituto Superiore di Sanità ha valutato come costo-efficace un approccio di screening per coorti di età, che prevede anzitutto l’applicazione di un test di screening in primis nella popolazione nata tra il 1968 e il 1987 (coorti con più alta prevalenza dell’infezione non nota e più a rischio di trasmissione dell’infezione), per proseguire con lo screening alle coorti dei nati tra il 1948 e il 1967 (coloro che inizialmente avevano le prevalenze più alte dell’infezione, ma che ad oggi sono anche quelli con la malattia diagnosticata e ormai già guariti). L’applicazione di questa strategia permetterà l’aumento delle diagnosi delle infezioni non note ad un costo nettamente inferiore per il SSN rispetto ad uno screening universale e consentirà di raggiungere i target di eliminazione del virus”.

A proposito di costi e risparmi attesi, i dati che emergono dall’analisi economica effettuata in collaborazione dal CEIS EEHTA dell’Università di Roma Tor Vergata, dal Centro di Salute Globale dell’Istituto Superiore di Sanità e dall’Agenzia Italiana del Farmaco sui pazienti trattati con i nuovi trattamenti antiretrovirali evidenziano risultati rilevanti: “Per il periodo 2015-2018, per 1000 pazienti trattati, è stimata una riduzione a 20 anni di circa 800 eventi clinici infausti tra cui cancro, scompenso della malattia severa del fegato, morte fegato correlata o trapianto di fegato – sottolinea Francesco Saverio Mennini, Research Director, Centro EEHTA, CEIS, Università di Roma Tor Vergata -. Questa riduzione di eventi clinici consentirà una conseguente e importante riduzione della spesa sanitaria a 20 anni di oltre 52 milioni di euro per 1000 pazienti trattati. Inoltre, sempre da questa analisi emerge con forza che l’investimento iniziale sostenuto dal SSN per il trattamento di pazienti trattati dal 2015 al 2018 verrà recuperato interamente entro 5.2 anni. Da questo momento in poi si inizieranno a generare risparmi per il SSN. L’introduzione del trattamento universale indipendentemente dallo stadio di malattia ha consentito, quindi, un’accelerazione del ritorno dell’investimento riducendolo a 4.5 anni per i pazienti trattati in fase lieve di malattia rispetto a 7.5 anni per i pazienti trattati in fase di una malattia più grave”.

Alla luce di questi dati, far emergere il sommerso si rivela ancora di più un obiettivo fondamentale ai fini del raggiungimento dei target dell’OMS dell’eliminazione dell’infezione da HCV, che riporta a lungo termine un beneficio sia di salute sia economico per il sistema sanitario nazionale.

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