Alla conferenza internazionale sulla riduzione del danno nelle malattie non trasmissibilisi confronato esperti e oncologi.

 

Le malattie non trasmissibili (NonCommunicable Diseases, NCDs), come ad esempio cancro, diabete, malattie cardiovascolari e malattie respiratorie croniche, sono responsabili del 72% di tutti i decessi e la principale minaccia alla sostenibilità dei sistemi sanitari nazionali.

Oltre 40 milioni di morti ogni anno e di queste circa 15 milioni sono morti premature, che interessano individui tra i 30 e i 69 anni. Si tratta inoltre di malattie che per circa i tre quarti interessano individui che vivono in Paesi a medio o basso reddito, rappresentando pertanto un ostacolo allo sviluppo.

Il contrasto alle malattie non trasmissibili è diventato perciò uno degli obiettivi di sostenibilità (Sustainable Development Goals – SDGs) dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile dell’ONU, sottoscritta nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri.

Si tratta di 17 Obiettivi (SDGs), dettagliati in 169 target specifici, che mirano a ridurre la povertà, proteggere il pianeta e assicurare il benessere per tutti gli individui. In particolare, il target 3.4 all’interno del macro-obiettivo “Salute e Benessere” si pone l’obiettivo di ridurre di un terzo entro il 2025 le morti provocate da malattie non trasmissibili.

E la prevenzione rappresenta uno degli assi fondamentali per una strategia integrata di contrasto alle NCDs. Come affermato dalla dichiarazione politica adottata nel corso del primo High-level Meeting che si è tenuto nel 2011, occorre muoversi nella direzione di ridurre i livelli di esposizione dei cittadini a fattori di rischio. Tra gli interventi da adottare in tal senso “le misure per migliorare la qualità dell’aria, la promozione di diete più salutari, le politiche per l’eliminazione del fumo e per un consumo bilanciato di alcol”.

L’Italia sta lavorando, secondo il Piano d’azione globale sulle NCDs, con l’obiettivo di raggiungerne gli obiettivi, compresa la riduzione relativa del 25% della mortalità prematura da NCDs entro il 2025. Tuttavia, ancora molto resta da fare per ridurre i fattori di rischio, a partire da ingenti investimenti nella prevenzione, fino all’elaborazione di modelli di cura e forme di collaborazione tra diversi attori quali: le Istituzioni, le università, la società civile e il settore privato.

Prevenzione e riduzione del danno quindi le due strade più adatte per rispettare quanto auspicato dall’Agenda 2030 rispetto al target fissato per il 2025 riguardo alle malattie non trasmissibili. Di casa a Parigi l’oncologo francese David Khayat, past president del French National Cancer Institute. Un commento?  “Certo. Ormai conosciamo il peso dello stile di vita sul rischio di sviluppare importanti malattie croniche, dal diabete ai tumori. Ma non è affatto semplice modificare le abitudini delle persone. E questo anche se sono consapevoli del pericolo: basti pensare che il 64% dei pazienti con tumore ai polmoni continua a fumare. Ecco perché, da oncologo, sono convinto dell‘importanza di un approccio che punti alla riduzione del danno“.

 

Come fare, allora, per far cambiare alle persone comportamenti dannosi per la loro salute?

“Non è affatto facile – confessa l’oncologo -. Quando diciamo ai nostri pazienti di mangiare meno grassi e zuccheri, stiamo applicando una riduzione del danno. E ormai abbiamo degli strumenti per ridurre i danni del tabagismo. Esiste la terapia sostitutiva alla nicotina, sotto forma di farmaci, gomme e cerotti, ma gli studi ci dicono che alla lunga ha un piccolo impatto per portare le persone a smettere”.

Che cosa pensa della ricerca sulle e-cig e i prodotti a tabacco riscaldato?

“Tre anni di test effettuati dalla Food and Drug Administration (FDA) americana sul tabacco riscaldato ci dicono che si tratta di un prodotto meno pericoloso delle sigarette tradizionali. È questo è quanto volevamo sapere nell’ottica della riduzione del danno”.

Ma c’è chi sostiene che non sia poi così sicuro in termini assoluti. Risponde Khayat: “Sicuro in termini assoluti non possiamo dirlo ma di certo è più sicuro delle sigarette. È dimostrato che si riduce di oltre il 90% l’esposizione a sostanze tossiche. Se per me, da oncologo, il sogno è che sempre più persone smettano di fumare, ora però mi sento di poter dire loro che esistono delle opzioni meno dannose rispetto alle sigarette tradizionali”.

Un tema, quello della riduzione del danno. nel caso del tabagismo, sul quale l’Organizzazione mondiale della sanità si è anche di recente mostrata scettica. “Il punto è che la FDA ci dice se un nuovo device è più sicuro di ciò che esisteva finora, mentre l’OMS punta sulla sicurezza in termini assoluti. È una questione di
prospettive – insiste Khayat – ma la realtà con cui dobbiamo fare i conti è che aiutare le persone a smettere non è affatto semplice. Oggi abbiamo degli strumenti nuovi e sono in corso degli studi per comprenderne al meglio gli effetti, anche a lungo termine. Ma quello che sappiamo finora ci porta a dire che si tratta di soluzioni valide per la riduzione del danno”.

Di recente però c’è stato un allarme vaping negli Stati Uniti, che ha agitato i diversi Stati e che si è spento del tutto solo con la comparsa dell’allarme Coronavirus. Che cosa ne pensa?

“Semplice. I Centers for Disease Control and Prevention (CDC) americani hanno dimostrato che i seri danni polmonari rilevati in giovani pazienti erano dovuti al fatto di svapare liquidi illegali dal mercato nero, a base di Thc e contenenti una sostanza, la vitamina E acetato, che distrugge i polmoni. Dunque
conosciamo il colpevole, e per fortuna questo tipo di mercato nero illegale ancora non ha preso piede in Europa. Non a caso ha riguardato solo gli Stati Uniti”, spiega Khayat e ci saluta.

 

Ed ecco un altro oncologo di fama, presente a Parigi. Il britannico Peter Harper, ex responsabile del Guy’s, King’s and St. Thomas Hospital di Londra. Finora non ha fatto altro che rispondere ai colleghi sulla BREXIT. Lo riportiamo ai suoi temi e, conoscendo le scelte inglesi sulla riduzione del danno, è obbligatorio chiedergli della lotta al fumo. Un dopo Khayat. Parte subito una critica all’OMS: “L’ultimo loro report non si basa su tutte le evidenze scientifiche disponibili per le sigarette elettroniche. Un corretto stile di vita è fondamentale per contrastare le malattie croniche, dai tumori, al diabete. Ormai conosciamo le scelte ‘giuste’ per la nostra salute. Ma non sempre è facile farle. Per questo, da medico, sono convinto che sia corretto parlare di riduzione del danno, e proporre delle opzioni concrete ai miei pazienti”.

Un miliardo di adulti nel mondo fuma e, anche se nei prossimi anni si attende un calo della prevalenza del tabagismo, il numero dei fumatori, a causa dell’aumento della popolazione, dovrebbe rimanere inalterato. Si stima che in Italia i fumatori sono 11,6 milioni. Tali dati emergono dalla Conferenza internazionale sulla riduzione del danno nelle malattie non trasmissibili, in corso a Parigi.

“Almeno 7 cause di morte su 10 – sottolinea Harper – sono collegate direttamente allo stile di vita, ai comportamenti e alle scelte personali. Un cambiamento dello stile di vita è la misura più potente ed efficace per ridurre al minimo il pericolo di molte malattie croniche. Ma come può un medico bilanciare la libertà del paziente di scegliere come vivere, con la conoscenza degli effetti di queste scelte per la salute? Quello che facciamo, come medici, alla fine è ridurre i rischi legati allo stile di vita. E questo sia che io stia consigliando il vaccino contro il Papillomavirus per ridurre il pericolo di cancro del collo dell’utero, sia che stia raccomandando di usare il casco sulle piste da sci, sia che stia suggerendo un’alternativa meno dannosa a un fumatore che non riesce a smettere”.

Smettere di fumare è davvero importante. Nel secolo scorso abbiamo avuto 100 milioni di morti nel mondo legate al tabacco e per questo secolo le cose non andranno meglio: avremo un miliardo di decessi correlati al fumo“, prevede Laura Rosen del Department of Health Promotion della Tel Aviv University (Israele).

“Oggi – aggiunge Rosen – sappiamo che i danni da fumo sono collegati alla combustione e abbiamo a disposizione diversi device pensati per aiutare a smettere. Farlo, infatti, aumenta fino a 10 anni l’aspettativa di vita. Ma quanto sono efficaci i device disponibili? Una metanalisi di 61 studi ha mostrato che, con le terapie sostitutive a base di nicotina, dopo 4 anni il 14% di chi aveva tentato era riuscito a smettere. Un risultato c’è, ma tutto sommato migliorabile. La nicotina è la sostanza che causa dipendenza, ma i danni sono causati dalla combustione. Occorre trovare nuove tecnologie per somministrare nicotina in modo più sicuro, tecnologie gestite dai medici e inaccessibili ai giovanissimi“.

Che cosa emerge, tra l’altro, da Parigi? Che la medicina deve oggi prestare particolare attenzione ai potenziali benefici che lo sviluppo della tecnologia può portare, consentendo la sostituzione di beni e servizi che generano esternalità negative con nuovi prodotti e processi che presentano un impatto sociale ed ambientale positivo, o quantomeno con ridotte ripercussioni negative. Il futuro dell’umanità passa inevitabilmente dalla costruzione di modelli di produzione e consumo sostenibili supportati da un’appropriata gestione dei processi di innovazione. Innovazione che può rendere disponibili processi e prodotti in grado di modificare abitudini dannose per la salute.

È importante, però, sottolineare – è il messaggio di Parigi – come la riduzione del danno non deve sostituire le politiche di prevenzione e controllo, ma integrarle, costituendo una componente diversa dello stesso disegno di politica sociale. Esistono due filoni di pensiero riguardo alla relazione fra la prevenzione e il principio di riduzione del danno: il primo prevede l’applicazione del principio di riduzione del danno solo nei casi in cui ogni azione e iniziativa preventiva sia fallita; il secondo, invece, afferma l’esistenza di un continuum sinergico fra prevenzione e principio di riduzione del danno, che agiscono parallelamente al fine di preservare e migliorare lo stato di benessere e salute dei cittadini.

Si tratta di una logica di intervento fondata sull’assunto che, quando non appare realistico eliminare gli effetti negativi di un determinato comportamento, sia più ragionevole e funzionale mitigarne gli impatti. Ciò si verifica in modo particolare per quei comportamenti o consumi che, pur essendo potenzialmente dannosi per l’individuo, sono necessari nel suo attuale contesto di vita (l’esempio tipico è quello delle esternalità negative associate al trasporto) oppure fortemente radicati nella sua personalità, in quanto contribuiscono a definirne l’identità stessa (come nel caso del consumo di prodotti a base di tabacco o di determinate categorie di alimenti).

In sintesi, e in conclusione, Parigi ci dice che “le politiche di riduzione del danno si collocano in un’area di spinta “controllata” all’innovazione, soggetta al rigoroso riscontro della comunità scientifica”. Esempi concreti dell’applicazione di questo principio sono riscontrabili in tutti i settori “responsabili” dei fattori di rischio delle NCDs quali quello automobilistico, alimentare, energetico e del tabacco.

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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