Evolve il ruolo dell’immunoterapia: blinatumomab,  first-in-class degli anticorpi bispecifici BiTE, approvato da AIFA alla rimborsabilità in prima linea nei pazienti adulti con LLA a linfociti B Ph negativa di nuova diagnosi. Circa 10 anni fa, blinatumomab ha dato il via a un importante cambiamento, tuttora in atto, nel trattamento della LLA: somministrato in prima linea, ha dimostrato nei pazienti adulti Ph- MRD- tassi di sopravvivenza superiori all’80%.

 

 

Usare il termine “guarigione” in oncologia è stato per anni un azzardo: spesso, anche dopo periodi in cui il male sembrava scomparso a seguito di un ciclo di trattamenti efficaci, la malattia si ripresentava. A volte con esito infausto.

“Per anni in onco-ematologia abbiamo avuto remore a definire un paziente guarito: oggi, grazie ai progressi della ricerca scientifica, non temiamo più di poter affermare che c’è una congrua percentuale di pazienti che sono stati affetti da leucemia linfoblastica acuta che si è lasciata alle spalle la malattia da decenni”.

Lo ha affermato il professor Franco Locatelli, Direttore Dipartimento di Onco-Ematologia, Terapia Cellulare e Genica, IRCCS Ospedale Bambino Gesù, Roma; Professore Ordinario di Pediatria, Università Cattolica Sacro Cuore di Roma, durante una conferenza stampa che ha divulgato una importante novità in questo ambito terapeutico.

Blinatumomab, sviluppato da Amgen, primo della classe di anticorpi bispecifici BiTE (Bispecific Tcell Engager), ha infatti ricevuto dall’Agenzia italiana del Farmaco l’ammissione alla rimborsabilità in prima linea di trattamento nei pazienti adulti con LLA a linfociti B Ph negativa (Ph-) di nuova diagnosi

Durante l’evento è stato inoltre proiettato il cortometraggio, prodotto da Amgen, con il patrocinio di Fondazione Maria Letizia Verga e presentato al Festival di Cannes 2026, Sangue Bianco, che racconta proprio le testimonianze di due persone, ora adulte, che da bambini hanno ricevuto la diagnosi di LLA e adesso conducono una vita normale.

Facciamoci spiegare innanzitutto dal professor Locatelli che cosa è la LLA.

“La leucemia linfoblastica acuta, tumore del sangue che origina dal midollo osseo, è certamente malattia che può essere definita rara, ma ricordiamo che è il tumore più frequente dell’età pediatrica, rendendo ragione del 25% di tutte le leucemie e i tumori solidi di quell’età.

“Si può presentare a qualsiasi età, tuttavia il picco di incidenza è tra i 3 e i 7 anni, dove si raggiungono valori di circa 90 nuovi casi per milione di soggetti”.

“Si manifesta in modi diversificati, dai classici segni con febbre, con manifestazioni emorragiche, con pallore, ma qualche volta anche in maniera più subdola, con dolori osseo-articolari non altrimenti interpretabili, tant’è che un certo numero di pazienti viene visto dai colleghi reumatologi”.

“Tuttavia, la LLA rappresenta uno dei modelli di maggior successo dell’oncologia moderna. Pensiamo infatti che oggi riusciamo a guarire più del 80% dei pazienti pediatrici con le terapie di prima linea e un altro 10% viene recuperato coi trattamenti di seconda linea”.

“A questo straordinario successo terapeutico ha contribuito in maniera assolutamente determinante l’implementazione dell’immunoterapia che permette di essere più selettivi e più efficaci nei trattamenti”.

E nell’ambito di trattamenti immunoterapici, una menzione particolare sia per efficacia che per profilo di sicurezza, oltre che per vasta applicabilità, va fatto per Blinatumomab, che è una forma di immunoterapia basata sull’impiego di un anticorpo monoclonale con un assolutamente peculiare e distintivo meccanismo d’azione”.

Entrato nella pratica clinica circa 10 anni fa, blinatumomab ha innescato un importante cambiamento, tuttora in atto, nel paradigma terapeutico di questo tumore raro, perché somministrato in prima linea dopo la chemioterapia, ha portato pazienti adulti a tassi di sopravvivenza superiori all’80%, con remissione completa e duratura nel tempo.

“Oggi abbiamo a disposizione una serie di studi clinici rigorosamente condotti che documentano come l’immunoterapia può essere impiegata sia in associazione – ma quel che più importante – anche in sostituzione della chemioterapia, migliorando i risultati ottenibili con la stessa e ovviamente determinando una minore incidenza e severità di effetti collaterali soprattutto a distanza”.

“Blinatumomab funziona con un meccanismo unico perché crea un ponte tra gli elementi che esprimono la molecola bersaglio, nel caso specifico si chiama CD19, e i linfociti T citotossici, le cellule del nostro sistema immunitario, così che l’azione di eliminazione delle cellule leucemiche viene a essere deputata ai linfociti T”.

Blinatumomab agisce creando un ponte diretto tra i linfociti T, le cellule del sistema immunitario e le cellule tumorali che vengono così distrutte. 

“infatti, La LLA origina dalla trasformazione neoplastica dei linfociti, una sottopopolazione dei globuli bianchi: causa una produzione incontrollata di cellule immature, chiamate linfoblasti, che portano a una riduzione delle cellule ematologiche normali (globuli rossi, piastrine o dell’emoglobina) e assai frequentemente un ingrossamento del fegato, della milza e dei linfonodi”.

“Se vogliamo usare un termine scientifico, potremmo parlare a buon diritto di una sinapsi immunologica che permette questa selettiva distruzione da parte delle cellule del sistema immunitario di un paziente”.

Scopo della cura è ottenere la remissione completa. Tuttavia, in una quota di pazienti adulti con leucemia linfoblastica acuta (LLA) a precursori B Philadelphia-negativa, anche dopo il raggiungimento della remissione può persistere una malattia minima residua (MRD), associata a un aumentato rischio di recidiva e a una prognosi meno favorevole4. Blinatumomab ha inizialmente ricevuto l’approvazione per il trattamento dei pazienti con MRD positiva. 

Successivamente, lo studio randomizzato di fase III ECOG E1910 ha dimostrato che l’aggiunta di blinatumomab alla chemioterapia di consolidamento migliora significativamente la sopravvivenza anche nei pazienti in remissione con MRD negativa, con una sopravvivenza globale a 3 anni dell’85%. 

Più recentemente, lo studio GIMEMA LAL2317 ha confermato il valore dell’integrazione precoce di blinatumomab nel trattamento di prima linea della LLA-B Ph-negativa: i pazienti in remissione che hanno ricevuto blinatumomab hanno raggiunto una sopravvivenza globale a 3 anni dell’82%.

Ci dice di più la professoressa Sabina Chiaretti, Professoressa Associata Dipartimento di Medicina Traslazionale e Precisione, Università La Sapienza di Roma: 

“Blinatumomab è disponibile per i pazienti con leucemia acuta linfoide dell’adulto Philadelphia negativa ed è un farmaco eccezionale, perché sfrutta il concetto di immunoterapia, cioè sfrutta il sistema immunitario del paziente stesso”.

“Significa che possiamo possiamo utilizzare questo farmaco anche in quello che viene detto il setting della prima linea, quindi quando al paziente viene posta la diagnosi”.

“Chiaramente non ci liberiamo del tutto della chemioterapia, perché comunque quello che si è visto essere efficace è la combinazione tra chemioterapia e Blinatumomab; però i risultati pubblicati sia dallo studio americano, così come da quello  italiano, chiamati come detto E1910 e 2317, hanno dimostrato come l’impiego di questo farmaco migliori la prognosi dei pazienti che, prima, avevano una prognosi non superiore al 40-50%”.

“Adesso siamo riusciti ad ottenere i tassi di sopravvivenza del 70%, quindi un miglioramento nettissimo. E se andiamo a guardare le diverse fasce d’età, anche nell’adulto, se consideriamo il paziente e fino all’età di 40 anni, questi tassi salgono all’80%, quindi è rivoluzione scientifica nel trattamento e finalmente disponibile per tutti i pazienti, non solo quelli che fanno parte di studi clinici, quindi di studi sperimentali”.

“Come dicevo, questo è disponibile per le per i pazienti cosiddetti Philadelphia negativi. Vi è un altro sottogruppo di leucemia cosiddetto Philadelphia positivi, perché è caratterizzato dalla presenza di un cromosoma Philadelphia in cui già da tempo abbiamo dimostrato come l’impiego di una terapia mirata, i famosi farmaci biologici, gli inibitori delle tirosin chinasi, hanno migliorato progressivamente la prognosi”.

“A questo l’Italia è stata mondialmente la prima al mondo in cui si è cercato di combinare a una terapia biologica anche un chemioterapia, ottenendo risultati eccezionali. Tassi di sopravvivenza a circa 2 anni del 70%. Quindi se da una parte siamo riusciti a portare avanti il discorso nelle Philadelphia negative, ci auspichiamo come nel nel prossimo futuro questo discorso possa essere applicato anche ai pazienti Philadelphia positivi”.

Tornando al corto Sangue Bianco, questo film è ispirato al libro Tante belle persone scritto da Paolo Tallini che ricorda il percorso con la leucemia linfoblastica acuta del figlio Pietro, soffermandosi sul senso e il valore della ricerca, la necessità di continuare a sostenerla e l’importanza della relazione tra pazienti, famiglie e professionisti sanitari lungo un percorso di cura complesso. 

«Il volume nasce dalla dolorosa esperienza vissuta con mia moglie insieme a mio figlio Pietro con cui ho voluto lasciare una testimonianza, soprattutto per restituire il tanto che abbiamo ricevuto in termini di competenze mediche, eccellenza scientifica e relazione umana – racconta Paolo TalliniSangue Bianco è un tributo al coraggio di chi affronta la malattia e all’impegno di medici, infermieri e ricercatori che accompagnano ogni giorno i pazienti e le loro famiglie. Siamo riconoscenti ad Amgen che ha saputo affrontare un viaggio nel cuore della malattia e degli sforzi della comunità medico-scientifica, dimostrando una sensibilità etica profonda e di impegnarsi per i pazienti andando oltre la ricerca di nuove opportunità terapeutiche, oltre il business».  

L’impegno di Amgen in Onco-ematologia combina innovazione scientifica, sviluppo di nuovi farmaci e sostegno alla comunità medica e ai pazienti, ponendo particolare attenzione e ascolto all’iter lungo e complesso di chi convive con gravi patologie.  

«Vedere un progresso della ricerca tradursi in una concreta possibilità di cura rappresenta per noi il significato più autentico dell’innovazione – dichiara Carmen Nuzzo, Medical Development Director Amgen Italia – Il rimborso in prima linea di blinatumomab segna un passo importante in questa direzione e rafforza il nostro impegno a continuare a lavorare, insieme alla comunità medico-scientifica e alle istituzioni, affinché la scienza possa offrire nuove prospettive ai pazienti».