A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino Ospedale Molinette, Azienda Sanitaria Locale “Città di Torino” Ospedale San Giovanni Bosco  e Azienda Ospedaliera Universitaria San Luigi Gonzaga a maggio hanno aperto le porte  ai cittadini per aumentare la consapevolezza sul tumore della vescica. 

 

 

Grande consenso e affluenza di pubblico hanno segnato la seconda edizione di “Fermati al Rosso Open Day”, iniziativa conclusa in questi giorni, promossa da APS Associazione PaLiNUro – Pazienti Liberi dalle Neoplasie UROteliali con il contributo non condizionante di Astellas. Prevenzione, campanelli d’allarme, diagnosi precoce, presa in carico multidisciplinare, tecnologie diagnostiche e chirurgiche innovative per combattere il tumore della vescica: questi i principali temi affrontati dagli specialisti di tre grandi realtà sanitarie torinesi, A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino Ospedale Molinette, Azienda Sanitaria Locale “Città di Torino” Ospedale San Giovanni Bosco e Azienda Ospedaliera Universitaria San Luigi Gonzaga di Orbassano, che a maggio hanno aperto, in tre diverse giornate, le porte ai cittadini per aumentare la consapevolezza e l’informazione sul tumore della vescica. 

Diverse centinaia le presenze registrate durante i tre open day, una decina gli specialisti tra urologi, oncologi, chirurghi, radioterapisti, che all’interno delle strutture sanitarie hanno incontrato i tanti partecipanti rispondendo a domande, dubbi, parlato di prevenzione, diagnosi precoce, evoluzione della malattia e dei trattamenti, offrendo messaggi di speranza per quanti convivono con un tumore della vescica, ma anche spunti di riflessione per fare attenzione a quello che è il segnale d’allarme più importante: il sangue nelle urine. 

«La presenza di sangue nelle urine è il primo importantissimo segnale di una possibile neoplasia vescicale, un segno che non deve essere ignorato, ma deve spingere a recarsi subito dal medico di famiglia o dall’urologo – ha dichiarato Edoardo Fiorini, Presidente di PaLiNUro – come è stato per la primail principale obiettivo di questa seconda edizione di “Fermati al Rosso Open Day” è stato quello di far arrivare questo fondamentale messaggio ai cittadini torinesi, perché la diagnosi precoce può salvare una vita. Siamo ancora una volta soddisfatti dell’accoglienza riservata all’iniziativa e ringraziamo gli ospedali e tutti gli specialisti che hanno contribuito a diffondere informazione e conoscenza sul tumore della vescica». 

La presa in carico multidisciplinare e multiprofessionale del paziente con diagnosi di tumore uroteliale è fondamentale per una presa in carico globale e integrata. 

In Piemonte si registrano circa 2.000 nuovi casi ogni anno di tumore della vescica, più colpiti gli uomini fumatori, mentre si stimano circa 25.000 persone che hanno ricevuto una diagnosi di carcinoma della vescica.

Recenti report sottolineano una leggera superiorità dell’incidenza e della prevalenza di questo tumore uroteliale nella regione Piemonte pari a un 15% in più rispetto alla media nazionale. 

«La Rete Oncologica del Piemonte gioca un ruolo fondamentale nella gestione integrata del tumore alla vescica grazie ad una impostazione squisitamente multidisciplinare delle patologie oncologiche e anche uro-oncologiche – ha affermato Paolo Gontero, Professore Ordinario di Urologia Università degli Studi di Torino e Direttore Clinica Urologica Ospedale Molinette – la gestione multidisciplinare è particolarmente  

determinante per i tumori uroteliali muscolo-invasivi, specie se sono metastatici oppure per i tumori uroteliali non invasivi di alto grado. Questo modello di presa in carico e gestione del paziente con diagnosi di tumore è stato esportato e declinato anche in altre regioni italiane. L’urologia delle Molinette è un Centro ad alto volume soprattutto per la malattia muscolo-invasiva ed è a livello regionale quello che effettua il numero maggiore di interventi chirurgici di asportazione della vescica, intervento delicato e che prevede una gestione post-operatoria molto complessa».  

La chirurgia resta l’intervento d’elezione, considerata ancora oggi terapia di prima linea nel tumore della vescica, ma lo scenario delle tecniche e delle modalità chirurgiche è in continua evoluzione. 

Quando è possibile il primo tempo del trattamento è endoscopico, che può essere sempre diagnostico e/o terapeutico a seconda dei casi. In alcuni Centri opera il cosiddetto Gruppo Interdivisionale delle Cure (GIC), costituito da chirurgo urologo, oncologo, radioterapista e infermiere, molto importante soprattutto nella malattia invasiva o che progredisce ad alto rischio. 

«Per i pazienti con malattia superficiale, solitamente trattata due o tre volte in endoscopia, il passaggio dal GIC non è necessario – ha sottolineato Franco Bardari, Direttore Struttura Complessa di Urologia, Ospedale San Giovanni Bosco di Torino – Il GIC diventa invece centrale quando la malattia avanza, diventa ad alto rischio o richiede un intervento ablativo. In quel momento, la presenza contemporanea del chirurgo urologo, del radioterapista e dell’oncologo permette di valutare insieme quale sia la strategia migliore per ogni singolo paziente: terapia bladder sparing, chirurgia preceduta e/o seguita da trattamenti farmacologici perioperatori. In questi casi complessi nessuno specialista può prendere da solo una decisione così rilevante: è importante l’esperienza condivisa di tutto il team. Il Gruppo decide gli esami da eseguire, le terapie da adottare e le modalità di follow-up e individua il case manager, il professionista di riferimento per il paziente lungo tutto il percorso di cura, che può essere rappresentato dal chirurgo urologo, dall’oncologo o dal radioterapista, a seconda della terapia primaria scelta, sempre in un’ottica multidisciplinare». 

La prevenzione secondaria è importante per intercettare il tumore della vescica in fase iniziale, ma altrettanto fondamentale è la grande evoluzione della chirurgia e della medicina che oggi consentono trattamenti meno invasivi, più efficaci e soprattutto mirati e personalizzati. 

«Oggi disponiamo di tecniche endoscopiche molto avanzate che permettono trattamenti conservativi, mentre nei casi in cui si rende inevitabile il trattamento demolitivo, cioè l’ablazione della vescica, disponiamo di tecnologie che permettono di minimizzare l’impatto della procedura, come la chirurgia robotica, con un netto miglioramento dell’outcome post-operatorio e, più in generale, un miglioramento della qualità di vita – ha spiegato Cristian Fiori, Professore Ordinario di Urologia dell’Università degli Studi di Torino, Direttore Dipartimento di Oncologia Università di Torino e Direttore SCD di Urologia Azienda Ospedaliero – Universitaria San Luigi Gonzaga Orbassano – abbiamo oggi tantissime linee di terapie farmacologiche diverse, che fino a 4-5 anni fa erano del tutto impensabili: tante novità che ci consentono di attivare diverse linee di terapia medica anche in pazienti con malattia molto avanzata, che in passato venivano considerati privi di ulteriori opzioni terapeutiche. Chirurgo urologo, oncologo medico e radioterapista hanno la possibilità di combinare diverse strategie di cura; una di queste è il cosiddetto trattamento trimodale, impiegato in casi molto selezionati in cui invece di asportare la vescica e gli organi limitrofi, si procede alla rimozione endoscopica della malattia, seguita da cicli di chemioterapie e successivamente da una radioterapia mirata all’area vescicale interessata, limitando al massimo il coinvolgimento dei tessuti sani. Il principale vantaggio per il paziente è la conservazione della sua vescica e un significativo miglioramento della sopravvivenza e della qualità di vita». 

Sono 300.200 gli uomini e le donne che in Italia convivono con una neoplasia della vescica; cresce il numero delle nuove diagnosi, oltre 31.000 l’anno (AIOM-AIRTUM, I numeri del cancro in Italia 2025). 

Astellas con la campagna “Fermati al Rosso” riconferma il suo impegno nell’ambito di questa seria patologia, che se non scoperta tempestivamente compromette la qualità della vita e può avere prognosi infausta. 

«Per Astellas, oltre alla ricerca e sviluppo di nuove terapie, è importante il coinvolgimento e il senso di responsabilità nel supportare campagne di prevenzione e di diagnosi precoce. Insieme possiamo fare la differenza per i pazienti – ha commentato Fulvio Berardo, Amministratore Delegato Astellas Italia – per questi motivi, ormai da quattro anni Astellas sostiene la campagna di sensibilizzazione ‘Fermati al Rosso’ promossa dall’Associazione PaLiNUro, molto importante per diffondere conoscenza e consapevolezza sul tumore della vescica. Il sangue nelle urine può essere il primo segnale indicatore di un tumore della vescica, segnale spesso sottovalutato ma di grandissima rilevanza che può aiutare a fare una diagnosi precoce. Quindi, in caso si veda rosso nelle urine, tutti devono sapere che è fondamentale rivolgersi subito al medico».  

“Fermati al Rosso Open Day” è stata realizzata ancora una volta grazie all’impegno dei volontari di PaLiNUro sul territorio: l’Associazione è attiva negli ospedali con i suoi UroH Angels, supportando il paziente durante tutto il suo percorso clinico, dalla diagnosi, alle cure, all’intervento e, soprattutto, al suo rientro a casa, per non farlo mai sentire solo. L’ascolto, la condivisione, il supporto e l’informazione avvengono sia telefonicamente sia incontrandolo di persona. Facilitare un paziente ad accettare la patologia e supportarlo nel percorso di cura è fondamentale per ottimizzare l’efficacia dei trattamenti.  

Tutte le informazioni sulla campagna sono disponibili sulla landing page https://www.associazionepalinuro.com/landing-fermati-al-rosso-2026