La nuova opportunità di trattamento riguarda l’80% delle donne che ogni anno si ammalano di questa neoplasia in stadio avanzato o che ricadono: per loro fino ad oggi c’era solo la chiemioterapia. Anche per queste pazienti lo studio Ruby ha dimostrato una riduzione della progressione o del rischio di morte del 24%, con un incremento della mediana di sopravvivenza globale, di 7 mesi rispetto alla sola chemioterapia standard. Dostarlimab è il primo immunoterapico ad essere disponibile in pratica clinica per tutte le pazienti affette da carcinoma endometriale avanzato o ricorrente. Lo scorso anno l’agenzia regolatoria lo aveva approvato per le pazienti con tumore avanzato o ricorrente che presentano il deficit del Mismatch Repair instabilità dei microsatelliti.
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Un’altra buona notizia per le donne che ogni anno in Italia si vedono diagnosticare un tumore all’endometrio: dostarlimab, ha ottenuto l’approvazione per la terapia in prima linea, con carboplatino e paclitaxel, di tutte le pazienti con carcinoma dell’endometrio avanzato o ricorrente, indipendentemente dallo stato di MMR.
Lo scorso anno l’Aifa aveva dato il via libera al suo utilizzo per le pazienti con deficit del Mismatch Repair o instabilità dei microsatelliti (dMMR/MSI H) in stadio di malattia avanzato o ricorrente, che rappresentano circa il 20-30% delle donne a cui viene diagnosticata la neoplasia.
Oggi l’indicazione riguarda anche l’altra fetta più consistente di donne, vale a dire quelle che non presentano deficit del Mismatch Repair o instabilità dei microsatelliti (pMMR/ MSS).
L’agenzia regolatoria ha inoltre riconosciuto a dostarlimab il valore dell’innovatività, proprio per il vantaggio terapeutico rispetto allo standard di cura attuale.
“Questo tumore è l’unico, tra quelli ginecologici, che mostra incidenza e mortalità in aumento”, spiega la professoressa Domenica Lorusso, direttore del programma di ginecologia oncologica dell’Humanitas San Pio X di Milano.
“E da oltre 20 anni c’è stato un appiattimento terapeutico per quanto riguarda la cura”.
“Ma, grazie al progetto genoma, sono stati individuati 4 profili molecolari diversi per questo tumore: nel 30% dei casi, si tratta di dMMR/MSI H, cioè la cosiddetta instabilità dei microsatelliti, quando il sistema di riparazione del DNA non funziona e questo produce proteine tronche e quindi non funzionali; che però sono riconoscibili +dal sistema immunitario e quindi attaccabili con l’immunoterapico dostarlimab”
“Per i restanti casi, non c’era ancora una terapia efficace”. Per le donne colpite, infatti, fino ad oggi c’era solo la chemioterapia. La nuova opportunità terapeutica interessa quel 70%.
Si tratta dell’immunoterapia dostelimab, sviluppato da GSK che ha ottenuto l’approvazione per la terapia in prima linea di tutte le pazienti con carcinoma dell’endometrio avanzato o ricorrente.
L’approvazione segue i risultati dello studio Ruby, il primo studio dopo due decenni a dimostrare un miglioramento statisticamente e clinicamente significativo della sopravvivenza globale nel trattamento di prima linea del carcinoma endometriale avanzato o ricorrente proprio grazie all’aggiunta alla chemioterapia standard dell’inibitore di checkpoint immunitario dostarlimab, anticorpo monoclonale anti-PD-1.
Le pazienti incluse nel trial sono state complessivamente 494: 118 rappresentative della popolazione dMMR/MSI-H e 376 pMMR/MMS.
Nella popolazione pMMR/MSS, la riduzione del rischio di progressione o morte a 24 mesi, con la combinazione immunoterapia chemioterapia indicata sopra, è stata del 28,4% rispetto al 18,8% della pazienti del braccio placebo.
La prima approvazione, lo scorso anno, era stata data per la popolazione dMMR/MSI-H, quella considerata più responsiva all’immunoterapia.
Tanto è vero che la riduzione del rischio di progressione o morte è stata pari al 72%. Inoltre, in un’analisi esploratoria pre-specificata della sola sopravvivenza globale (OS) in questo specifico setting, l’aggiunta di dostarlimab alla chemioterapia ha determinato una riduzione del 68% del solo rischio di morte, sempre confrontata alla chemioterapia.
A tre anni, il 78% delle pazienti trattate con dostarlimab e chemioterapia era vivo rispetto al 46% delle pazienti a cui era stata somministrata la sola chemioterapia.
“Il Ruby ha cambiato la pratica clinica e le linee guida del tumore dell’endometrio. Da quattro anni le donne con questa neoplasia e noi clinici viviamo in un mondo nuovo, un mondo che non esisteva”.
“I 7 mesi di OS anche nel setting pMMR – aggiunge Lorusso – sono importanti e significativi. Prima di tutto perché rappresentano una mediana di sopravvivenza, il che vuol dire che ci sono donne che ne beneficiano per molto più tempo, in secondo luogo perché questi risultati ci dicono che prima usiamo l’immunoterapia e meglio è”.
Anche a quella presentazione Lorusso sottolineò come il 72% di riduzione della progressione della malattia o di morte in donne con carcinoma dell’endometrio avanzato o recidivante, fosse “un traguardo enorme, inimmaginabile.
Significa soprattutto – disse – che le curve del Ruby ci mostrano che stiamo guarendo queste donne”. Il tumore dell’endometrio o del corpo dell’utero rappresenta la quasi totalità dei tumori che colpiscono il corpo dell’utero ed è la quarta neoplasia più frequente nella popolazione femminile, dopo quelli al seno, al colon e al polmone.
In Italia si calcola che ci stiano facendo i conti 133 mila donne e ogni anno si registrano circa 9 mila nuovi casi. Oltre il 90% riguarda donne di oltre 50 ani.
“Oggi, per molte donne con carcinoma dell’endometrio avanzato o recidivato – dice Ilaria Bellet, presidente Acto Italia – questa nuova indicazione significa una cosa semplice e potente: una possibilità in più quando la malattia fa paura e il tempo diventa prezioso. È un passo avanti concreto che può offrire maggiore controllo della malattia e più tempo di vita, con l’obiettivo di vivere quel tempo meglio. Come ACTO – aggiunge Bellet – ringraziamo l’azienda per l’impegno nella ricerca e per aver acceso i riflettori su una patologia ancora troppo poco conosciuta. Ora la priorità è trasformare l’innovazione in accesso reale: informazioni chiare alle donne, percorsi rapidi e uniformi, e una presa in carico che tenga insieme cura e qualità di vita”.
“Il raggiungimento di una sopravvivenza globale significativamente migliorata – afferma Elisabetta Campagnoli, direttore medico oncoematologia di GSK – non è solo un traguardo scientifico: è la prova concreta che la ricerca rigorosa, la collaborazione con la comunità scientifica e l’impegno a fianco delle pazienti possono tradurre il lavoro scientifico in risultati tangibili che impattano positivamente la vita delle pazienti. Questo successo, frutto dell’instancabile lavoro di GSK insieme a ricercatori, clinici e pazienti – continua Campagnoli – ci responsabilizza a proseguire nella ricerca, a garantire terapie efficaci e personalizzate e a rinnovare il nostro impegno per migliorare la qualità e la durata della vita delle persone colpite dalla malattia. È un risultato di cui essere orgogliosi e uno slancio deciso per fare ancora di più, oggi e nel futuro”.
