Carenza di Omega 3 può provocare una risoluzione dell’infiammazione ritardata o insufficiente.
La risposta infiammatoria rappresenta un meccanismo di adattamento messo in atto da tutti gli organismi viventi, compreso l’uomo. Tuttavia, la modulazione dell’intensità della risposta infiammatoria è decisiva. Se troppo blanda, essa non è in grado di attivare i meccanismi di difesa susseguenti ad un attacco patogeno. Al contrario, se incontrollata, riduce le difese immunitarie e predispone all’insorgenza di complicanze e allo sviluppo di malattie cronico degenerative. Ma la risposta infiammatoria può essere modulata attraverso vari meccanismi, compresi la dieta e l’utilizzo di specifici nutrienti.
Il ruolo della nutrizione nel sostenere il sistema immunitario è ormai consolidato e vede protagoniste vitamine e oligoelementi. A questi si aggiungono, come conferma il recente studio di Philip Calder apparso sulla rivista scientifica Nutrients, gli acidi grassi Omega 3 (EPA e DHA), la cui carenza nella dieta porta ad una diminuzione della resistenza alle infezioni. L’integrazione è quindi una strategia sicura e a basso costo per l’ottimale funzionamento dei nostri sistemi di difesa.
Andando più nello specifico gli autori dello studio “Optimal nutritional status for a well functioning immune system” sottolineano come le infezioni acute del tratto respiratorio siano una delle principali cause di morbilità e mortalità nel mondo.
Solo l’influenza stagionale determina da 3 a 5 milioni di casi gravi con ricovero ed è causa 650.000 decessi ogni anno, così come calcolato dall’OMS. Mentre l’insieme delle malattie respiratorie uccidono 2.38 milioni di persone l’anno.
La recente epidemia di Covid-19 è quindi solo una parte del fenomeno e sì ritiene che gli acidi grassi possano essere benefici in molteplici condizioni patologiche.
Il nostro sistema immunitario agisce su più fronti, attivando risposte immediate non specifiche e altre adattive più precise verso il patogeno (come i linfociti B e T).
Mentre si cerca di mettere a punto in tempi brevi un vaccino e di stabilire se la memoria immunitaria di un soggetto colpito dalla malattia lo protegga per sempre, le strategie di salute pubblica sono meno attente alla nutrizione le cui scelte sono state demandate all’iniziativa individuale.
Gli acidi grassi Omega 3 possiedono la capacità di ‘risolvere’ la risposta infiammatoria che segue all’aggressione di un patogeno. E’ come se attivassero particolari proteine chiamate SPM (sigla di Mediatori Specializzati Pro-risoluzione) chiamate, appunto, ‘resolvine’ che spengono l’incendio innescato dall’infezione e supportano la guarigione. Una vera e propria tempesta infiammatoria di citochine che interessa organi e tessuti alla base della sindrome da Distress Respiratorio Acuto.
Ebbene, una carenza di Omega 3 potrebbe provocare una risoluzione dell’infiammazione ritardata o insufficiente.
I dati sono chiari e provengono da una revisione Cochrane: nei soggetti ricoverati l’uso di formule nutrizionali addizionate con Omega 3 hanno determinato un aumento dei livelli di ossigeno nel sangue, una riduzione significativa del ricorso alla ventilazione artificiale, una minore durata dei ricoveri in terapia intensiva e della mortalità a 28 giorni.
Una recente metanalisi su 49 ricerche ha dimostrato che le emulsioni arricchite con PUFA n-3 sono associate a una riduzione statisticamente e clinicamente significativa del tasso di infezione (- 40%), di sepsi (- 56%) e delle lunghezze di permanenza, sia in terapia intensiva (- 1.95 gg) e complessivamente in ospedale (-2.14 gg).
Risultati ulteriormente sottolineati da una Consensus internazionale di esperti che in maniera pressoché unanime la gli esperti hanno stabilito che le emulsioni lipidiche contenenti olio di pesce, ricche di PUFA ω-3 come l’acido docosaesaenoico (DHA) e l’acido eicosapentaenoico (EPA), presentano proprietà antinfiammatorie, immunomodulanti e antiossidanti.
