CronachediScienza.it ne parla con Francesca Macca, specialista in Scienze Pedagogiche e Progettazione Educativa, con un perfezionamento in Neuro Pedagogia Clinica.

 

 

Quanto è importante la Pedagogia nella formazione degli operatori sanitari? Dovrebbe essere materia obbligatoria nella scuola di medicina, ma fu bocciata (e nemmeno salvata come facoltativa) quando si è attuata l’ultima riforma degli studi in medicina.

Prevista nella bozza, scomparsa al momento dell’attuazione. Ci sarebbe da chiedersi: a chi fa paura? Eppure, si parla molto di umanizzazione, di paziente al centro, di medicina narrativa.

Servirebbe una base formativa, a meno che i nostri medici non si sentano grandi comunicatori e maestri di empatia fin dalla nascita.

Ma se proprio non si vuole aggiungere la pedagogia alle tante materie che devono apprendere gli aspiranti medici, perché non usare i pedagogisti nella sanità? Nota dolente. I pedagogisti ci sono ma non si utilizzano.

CronachediScienza.it ne parla con Francesca Macca, specialista in Scienze Pedagogiche e Progettazione Educativa, con un perfezionamento in Neuro Pedagogia Clinica: “Sottolineo che il Pedagogista è stato pienamente riconosciuto come figura apicale dalla Legge 205/2017 e, nonostante ciò, non ci si muove verso il cambiamento, non ci sono bandi di concorso ed assunzioni. Sto lottando non solo per me, ma per tutti i giovani che abbandonano i propri sogni. Il mio sogno è lavorare con i bambini, giovani, eccetera. E io voglio contribuire al miglioramento. Bisogna trasformare la teoria in prassi, bisogna passare dal curare al prendersi cura. Penso all’ospedalizzazione in età pediatrica, spesso fonte di traumi, più o meno evidenti. Che il pedagogista può aiutare a risolvere, trait d’union tra il malato e la struttura, e gli operatori sanitari. Occorre umanizzare la medicina, senza nulla togliere al sapere scientifico, attraverso una formazione umanistica e pedagogica con l’obiettivo di migliorare il benessere umano, il quale in questo momento così delicato ha bisogna di ancora maggiori attenzioni. Purtroppo, si parla tanto di umanizzare le cure con un approccio interdisciplinare, ma rimangono solo parole, gli ospedali e le strutture sanitarie continuano ad essere luoghi dove si cura solo la malattia e non il malato nella sua complessità”.

Qualche esempio positivo che l’ha vista coinvolta?

“Lo studio e l’approfondimento delle suddette tematiche, ha guidato la sottoscritta alla preparazione di alcuni bambini all’esame della Risonanza Magnetica, attraverso l’elaborazione di un progetto educativo personalizzato nominato ‘Stella’, al fine di evitare l’utilizzo di anestesia o sedazione. Nonostante l’importanza del progetto, le istituzioni e gli ospedali non hanno accolto, e non accolgono, questa innovazione. La nostra realtà ha bisogno di specifiche strategie di prevenzione e di accompagnamento rieducativo che soltanto le figure educative pedagogiche possono svolgere all’interno di un gruppo multidisciplinare. L’approccio interdisciplinare è poco diffuso nella nostra società, che tende all’iper-specializzazione individuale e poco all’interdisciplinarietà. E il poco che si è riusciti a fare, si è fermato per l’emergenza Covid-19, la quale ha scatenato altre necessità che andrebbero anch’esse affrontate urgentemente con un approccio interdisciplinare. Il mio desiderio è poter lavorare in questa direzione, per favorire le relazionalità, la comunicazione, l’ascolto e guidare ad affrontare positivamente e costruttivamente le situazioni di difficoltà”.

Non solo i pazienti, bambini e adulti, ma anche i medici devono avere gli strumenti per ascoltare i pazienti e comunicare con loro, insegnando senza far vedere che insegnano, amici dei malati e non delle malattie. E anche in questo, i pedagogisti devono avere un ruolo.

“Condivido pienamente la bellissima espressione, piena di amore e verità, ‘amici dei malati e non delle malattie’. E sono convinta che la pedagogia e i pedagogisti possano avere un ruolo fondamentale. Basterebbe metterci alla prova”.

 

 

 

 

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