Se la scienza è un “dogma”, allora dovrebbe essere infallibile: ma è proprio la fallacità dell’uomo a renderla imperfetta. Ecco il caso dei dinosauri “sociali”.

 

Preferite un licaone o un avvoltoio? Indubbiamente il primo è più simpatico: abile cacciatore in branco, alleva e si prende cura di prole e suoi simili; mica un cinico spazzino di cadaveri. Questo può essere un pregiudizio, se lo proiettiamo in ambito scientifico.

Ultimamente la locuzione (e le sue derivate) “credere nella scienza” sta spopolando un po’ ovunque. È il contesto storico, ci sta; ma si può credere nella scienza come fosse una religione ed avere cieca fede in essa? La scienza è più di una fede: ha dei dogmi, assoluti, indiscutibili, indubitabili.

Che, a differenza di quelli delle religioni, possono essere provati. Quindi più che dogmi: sono verità e assiomi. Ma, così come le religioni e le fedi sono amministrate e dispensate dagli uomini, così è anche per la scienza. E gli uomini sono fallaci.

Perciò, anche con le migliori intenzioni di partenza, a volte il risultato di un’indagine scientifica è anch’essa fallace, perché basato su pregiudizi errati, sbagli inconsapevoli, carenze non ancora colmate sugli elementi dell’indagine stessa.

Alla fine degli anni 60 del secolo scorso furono rinvenuti i resti di alcuni dinosauri carnivori (simili ai celebri velociraptor del famoso film di Spielberg) assieme a quelli di erbivori, loro prede. In quel momento storico stava avendo luogo il cosiddetto “rinascimento dei dinosauri”, una corrente scientifica che dopo cento anni stava riabilitando questi animali, elevandoli dal misero rango di lucertoloni a sangue freddo allo status di intelligenti precursori degli uccelli.

Imperversando quel clima di ultra positivismo, i paleontologi interpretarono il ritrovamento come una prova che i raptor cacciavano in branco ed erano animali sociali. Cosa che influenzò l’immaginario culturale collettivo, tanto che sia nel film Jurassic Park sia nel romanzo da cui è tratto, queste ipotesi vengono assurte a dogma.

E invece no. Qualche decennio dopo gli studiosi trovarono le risposte a enigmatici interrogativi che la scoperta aveva portato alla luce: perché le ossa di tutti quegli animali erano ammucchiate e non disposte a formare scheletri? Perché erano tutte disarticolate tranne quelle di zampe e code? Perché c’erano denti sparsi di almeno una decina di altri raptor mischiati assieme alle ossa?

I dinosauri cambiano i denti di continuo – come gli squali – prevalentemente durante il loro uso, cioè pasteggiando. In quel banchetto cretacico c’erano quindi molti più raptor, che si azzuffavano per le carogne delle prede e nella concitazione della lotta per accaparrarsi il cibo, alcuni furono prima uccisi e poi sbranati dai loro simili.

Ecco perché il mucchio informe di ossa di tutte e due le specie, prede e predatori. Ecco perché le ossa degli arti e code, che non hanno polpa e quindi poco masticabili, non sono state disarticolate. Ecco perché i residui denti di molti più esemplari. Ed ecco anche perché nelle ossa di uno dei raptor sono stati trovati i segni di ferita inferti dagli artigli di un suo simile.

Altro che animali sociali che cooperano. Altro che la dorata aura di animali nobili cacciatori come lupi, leoni o licaoni: erano jene, avvoltoi, spazzini di carogne. E cannibali. Cosa poi confermata negli anni duemila da un altro ritrovamento simile in Cina.

Ecco un esempio calzante di come i pregiudizi di un’epoca possono influenzare, indirizzare, addirittura cambiare le conclusioni di uno studio scientifico.

Non è l’unico caso clamoroso, la prossima volta vi parlo di moda,  palle di neve e Sheldon Cooper.

Ah, a proposito: i velociraptor erano grandi quanto un tacchino, solo che per ovvie ragioni sceniche nel film sono stati “pompati” un pochino…

 

 

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