Focus sulla patologia, sugli standard di trattamento e sulle prospettive della ricerca scientifica.

 

La psoriasi non deve essere considerata semplicemente una malattia della pelle. E’, infatti, emerso con chiarezza che si tratta di un’affezione a interessamento sistemico, associata a molte altre patologie, prima fra tutte l’artrite psoriasica, che interessa fino al 30% dei malati, oltre a disturbi articolari, metabolici, cardiovascolari e intestinali.

E sappiamo che influenza notevolmente la qualità della vita. È infatti noto che il tasso di divorzi, di tentativi di suicidi e di abuso di alcol è notevolmente più alto nelle persone che soffrono di psoriasi. Non solo: hanno mediamente anche stipendi più bassi e guadagnano meno, a causa delle scelte in ambito lavorativo, a volte limitanti, che i pazienti spesso si auto impongono per motivi psicologici.

Secondo le stime dell’International Federation of Psoriasis Associations, questa patologia colpisce nel mondo 15 milioni di persone, in Italia circa due milioni (il 3,1% degli abitanti).

La psoriasi ha la stessa incidenza nei due sessi e può insorgere a qualsiasi età. Solitamente compare per la prima volta tra i 20 e i 30 anni, mentre è rara nei bambini. Un secondo picco di incidenza si registra nella fascia di età tra i 50 e i 60 anni.

Alla base della malattia c’è un disturbo immunologico, con tendenza all’infiammazione cronica, che determina l’accumulo abnorme di strati cellulari. La conseguenza è la formazione di placche biancastre desquamate di varie dimensioni sulla superficie della pelle e nelle forme più gravi si estende su tutto il corpo.

 

Come si cura e quali sono i trattamenti disponibili

Le varietà delle forme cliniche presuppongono interventi terapeutici diversi e personalizzati in base al tipo di psoriasi e alla gravità dei sintomi.

La comunità medico-scientifica ha, oggi, a disposizione un armamentario terapeutico in grado di migliorare, nella maggior parte dei casi, la malattia. Si tratta di trattamenti topici, sistemici orali tradizionali, terapie biologiche, fototerapia con raggi ultravioletti.

Attualmente, non esistono particolari raccomandazioni da parte delle Società Scientifiche circa l’utilizzo di una specifica sequenza di trattamento, ma viene suggerita una valutazione del profilo del paziente e delle sue comorbidità, per effettuare la scelta terapeutica adeguata, che prevede nei casi di psoriasi a placche moderata-grave l’utilizzo della terapia sistemica.

Anche la velocità di risposta al trattamento si rivela particolarmente importante nei casi di psoriasi acuta e severa. L’aspettativa di chi soffre di questa patologia è quella di avere la pelle completamente pulita in tempi brevi (entro le prime 5 settimane).

Nella realtà, invece, si attendono lunghi periodi per ottenere una clearance della pelle quasi completa o completa, con il 72% dei casi che richiede più di 1 anno, il 54% più di 2 anni e il 28% più di 5 anni.

Quei pazienti, poi, che inizialmente raggiungono una cute completamente pulita, spesso non sperimentano una risposta di lunga durata. L’andamento della malattia è, infatti, recidivante e le persone che ne soffrono devono seguire la terapia per lassi temporali molto lunghi, e questa è una delle ragioni principali per l’interruzione del trattamento.

Anche i farmaci biologici di nuova generazione già disponibili nella pratica clinica, purtroppo, non sono riusciti a colmare questo importante gap.

In conclusione, si può affermare che le terapie oggi disponibili non consentono il raggiungimento simultaneo degli obiettivi sopracitati (efficacia, rapidità e durata) e molte persone che convivono con questa malattia, non raggiungendo in breve tempo i risultati attesi o vedendo un rapido peggioramento al termine del trattamento, vivono un senso di rassegnazione ai modesti risultati raggiunti.

Ma è giusto “accontentarsi” degli attuali standard di cura? Se da un lato l’innovazione farmacologica, ad oggi, ha quasi azzerato gli accessi ospedalieri e permette anche ai pazienti più gravi di essere gestiti a livello territoriale, dall’altro il trattamento della psoriasi rimane difficoltoso anche con i farmaci più recenti, provocando, tra le altre cose, un elevato numero di switch (cambi di trattamento), con conseguenti rischi per l’aderenza al trattamento stesso.

Sarebbe, dunque, auspicabile che le persone affette da psoriasi non si accontentassero dello standard of care ma continuassero a chiedere soluzioni capaci di garantire una pulizia della pelle rapida, efficace e duratura.

E sarebbe fondamentale che tra gli outcome clinici presi in considerazione venissero riconosciuti come rilevanti anche i misuratori della qualità di vita.

Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha compiuto enormi progressi anche nel campo del trattamento della psoriasi. Si è riusciti ad approfondire sempre di più i meccanismi di patogenesi della malattia, con la possibilità di andare a colpire target specifici.

Se in passato le terapie potevano considerarsi “empiriche”, ora i trattamenti sono sempre più mirati, selettivi e performanti, oltre che personalizzabili, a seconda della gravità della malattia.

È cambiato l’orizzonte delle prospettive e non è giusto che il paziente si “accontenti” di standard di cura non ottimali.

Investire su una maggiore innovazione capace di dare risultati migliori in termini di efficacia, rapidità e mantenimento nel tempo dei risultati stessi, darebbe finalmente le risposte giuste ai problemi non ancora risolti di medici e pazienti, garantendo anche una maggior sostenibilità per il Sistema Sanitario

“Tuttavia, più del 50% dei pazienti non sa di poter ottenere un completo controllo della malattia, grazie alle nuove terapie che hanno permesso di passare dal controllo della malattia alla regressione totale”, afferma Giovanna Malara, direttore UOC di dermatologia presso l’ospedale metropolitano Bianchi Melacrino Morelli di Reggio Calabria.

 

Le ultime novità sul fronte delle cure

È una patologia multifattoriale. Non è, quindi, possibile determinare con certezza un’unica causa, anche se, nella maggior parte dei casi la componente genetica e lo stress giocano un ruolo importantissimo, oltre ad obesità e tabagismo.

“50 anni fa si pensava che la causa della malattia fosse da ricercare nei cheratociti e solo negli anni 80 si arriva a indagare sul ruolo dei linfociti del sistema immunitario” spiega Stefano Piaserico, responsabile UOC di dermatologia, dipartimento di medicina DIMED, Università di Padova.

“Oggi sappiamo che le interleuchine, proteine secrete da cellule del sistema immunitario come i linfociti, sono coinvolte nel processo che porta all’infiammazione responsabile dei sintomi”.

“Per capire al meglio il  meccanismo che sta alla base della psoriasi si ricorre spesso alla metafora di una cascata, con il flusso di iterleuchine 17, provocato dalla IL 23 a monte e con i cheratinociti che mantengono il ciclo a valle agendo come una pompa che ricarica il flusso dal basso verso l’alto.

“Per questo, agire solo sulla IL 23 o sulle IL 17 non blocca il flusso della cascata, ma si può agire con l’inibizione specifica e duale di IL17A ed IL17F, che ha quindi notevole impatto sul controllo profondo e duraturo dell’infiammazione, normalizzando l’espressione  genica delle stesse IL17A ed IL17F oltre che quella di IL23″.

“Alla luce di questo, quando mi chiedono se si può raggiungere l’obiettivo di eliminare la psoriasi, rispondo che nel 2021 è una malattia che si può curare”.

Trattandosi di una patologia cronica, i trattamenti non portano ad una “guarigione”, ma a una remissione più o meno prolungata, a seconda dei farmaci utilizzati.

E in questa direzione si muovono gli sforzi rivolti all’innovazione dei modelli di cura sostenuti dalla multinazionale biofarmaceutica UCB Pharma che hanno portato alla scoperta legata alle interleuchine IL17A e IL17F, molecole messaggere del sistema immunitario dell’organismo, che giocherebbero un ruolo chiave nella genesi della psoriasi.

Questi studi hanno portato alla nascita di bimekizumab, primo inibitore selettivo di IL-17A e IL-17F, approvato nell’agosto scorso nell’Unione Europea per il trattamento della psoriasi a placche da moderata a grave negli adulti candidati alla terapia sistemica.

È stato dimostrato che elevati livelli di queste interleuchine contribuiscono allo sviluppo di malattie infiammatorie causate dal sistema immunitario, come la psoriasi a placche.

Legandosi a queste interleuchine, bimekizumab, anticorpo monoclonale IgG1 umanizzato, impedisce loro di interagire con i rispettivi recettori sulla superficie dell’epidermide, riducendo l’infiammazione e alleviando i sintomi correlati alla psoriasi a placche.

È stato, infatti, dimostrato che l’inibizione specifica di IL17A e IL17F, ha un notevole impatto sul controllo profondo e duraturo dell’infiammazione.

Si tratta di un fondamentale passo verso il percorso che permetterebbe di creare cure sempre più efficaci e capaci di contribuire a migliorare la qualità della vita dei pazienti.