“Nell’ultimo anno abbiamo fatto un virtual meeting ogni due settimane tra i nostri ministri della salute per scambiarci le informazioni e imparare dalle rispettive esperienze.”

 

Israele è l’apripista e l’Italia segue, e viceversa. Esiste una strategia comune contro la pandemia, bilaterale. Arnon Shahar, capo della task force anti Covid del Maccabi Healthcare Services racconta: “Questa bilateralità ci porta a condividere il know how perché quello che succede da noi non è diverso da quello che succede in Italia”.

Una collaborazione tra i due Paesi che ha portato un’equipe di medici israeliani in Piemonte nelle prime fasi della pandemia. “La prima cosa che ho fatto quando ho iniziato a lavorare in Italia è stata inviare una delegazione di nostri medici in Piemonte per aiutare a combattere la pandemia – testimonia Alon Simhayoff, vicecapo missione dell’Ambasciata d’Israele -. L’unica strada è la collaborazione internazionale. Nell’ultimo anno abbiamo fatto un virtual meeting ogni due settimane tra i nostri ministri della salute per scambiarci le informazioni e imparare dalle rispettive esperienze. È stato molto utile per entrambi i Paesi, perché quello che stava succedendo in Italia sapevamo che sarebbe successo in Israele, e viceversa”.

Infatti, dopo l’esperienza israeliana anche in Italia si è partiti con la distribuzione delle terze dosi e si sta valutando la possibilità di un appuntamento fisso annuale per il richiamo della vaccinazione anti Covid. Come per l’antinfluenzale. “Spetta a noi, medici e scienziati, capire quanto durerà il terzo booster, il terzo richiamo”, dichiara Arnon Shahar.

Israele ha scelto di seguire una linea dura anche nell’emissione dei Green pass che sarà rilasciato solo ai vaccinati con la terza dose. “Abbiamo imparato sul campo che la vaccinazione ha effetto per 5-6 mesi, per questo rilasciamo il Green pass a chi ha ancora una protezione attiva – aggiunge il vicecapo missione israeliano -. Questa è la ragione per la quale quando abbiamo iniziato a somministrare la terza dose abbiamo fatto un upgrade del Green pass. Ora sappiamo che occorre fare la terza dose, così come sappiamo che occorre tenere la mascherina. Imparando combattiamo la pandemia”.

Anche in Israele, una parte della popolazione, la più tradizionalista, non ha fiducia nel vaccino e contesta il Green: un’imposizione che limita la libertà. “Abbiamo anche noi i no vax e gli esitanti, che sono la maggior parte. E io credo che non si debba forzare la popolazione a fare il vaccino. Chi non vuole farlo fa il tampone per avere il Green pass – spiega Shahar -. Sono solo tre i gruppi che devono essere obbligati alla vaccinazione: gli operatori sanitari, le forze dell’ordine, e il personale del sistema educativo. I maestri devono essere vaccinati, altrimenti non potremo continuare a convivere con la malattia e saremo costretti a chiudere le scuole. Noi vogliamo scrivere la parola fine sulla pandemia”.

Ma le fake news dilagano, anche in Israele. E le fake news alimentano i contrari al vaccino, i contrari alla mascherina, i contrari al Green pass. E i negazionisti. “Sì. C’è un problema con le fake news – continua Shahar -. Per questo bisogna cercare informazioni solo da fonti attendibili. Noi testimoniamo i fatti, abbiamo sempre detto la verità anche sugli effetti collaterali. Abbiamo parlato noi per primi della miocardite, solo per fare un esempio, abbiamo condiviso l’informazione con gli americani, con gli italiani perché fa parte della nostra politica di condivisione dei dati. E di piena trasparenza”.

Ora si dibatte sulla vaccinazione dei minori di 12 anni. Tra i 5 e i 12 anni. Qual è la linea di Israele? “Noi abbiamo già iniziato. Negli ultimi mesi abbiamo vaccinato circa un centinaio di ragazzi con età inferiore ai 12 anni gravemente malati, con cardiopatie, problemi polmonari e altre malattie croniche – conclude Shahar -. Il profilo di sicurezza è stato buonissimo, effetti collaterali non dissimili da quelli degli adulti, nessuna miocardite e nessuno di loro si è ammalato di Covid nonostante abbiamo già avuto la quarta ondata. Avremmo voluto avere 5 anni per studiare tutto ma a volte, in questo ultimo anno e mezzo, abbiamo preso decisioni in condizioni di incertezza perché è più importante proteggere i nostri ragazzi che aspettare. L’abbiamo fatto anche con gli adulti e con i ragazzi di 12-15 anni. Abbiamo confermato sul campo i dati che Pfizer ci aveva fornito”.

Vaccinare la popolazione, però, non basta per sconfiggere davvero la pandemia. Il passo successivo deve essere affidato ai farmaci che curano l’infezione. Tante le medicine all’esame, sulle quali si sta facendo ricerca o sono avviate sperimentazioni. Come gli anticorpi monoclonali per le persone che sono a rischio e leggermente malate. Nelle prossime settimane Israele userà anche la terapia orale. I vaccini e i farmaci ci stanno portando verso la fine della pandemia.

Altro insegnamento da Israele: la digitalizzazione pressoché totale della sua sanità. Un processo cominciato circa 20 anni fa ma con la pandemia completato e attivato. Per esempio, per effettuare una campagna vaccinale rapida ed efficace.