Recenti osservazioni radio hanno permesso di scovare una sorgente radio che si adatta molto bene a un tipo di astro finora solo ipotizzato teoricamente e mai individuato.
Grazie alle osservazioni fatte dal Very Large Array Sky Survey (VLASS), che dal 2017 scruta l’universo nelle onde radio, gli astronomi hanno identificato un nuovo tipo di supernova, finora soltanto teorizzato, ma mai individuato prima.
Le supernove sono esplosioni stellari che si generano quando una stella esaurisce tutto il combustibile nucleare che la fa risplendere: a quel punto collassa su se stessa ed espelle in modo violento ed energetico gli strati più esterni, lasciando al suo posto una stella di neutroni o, se abbastanza massiccia, un buco nero.
La supernova osservata invece ha avuto una genesi diversa, perché “figlia” a sua volta di un’altra supernova. Infatti la maggioranza degli astri nel cosmo si trova in uno stato binario, cioè orbita con una stella compagna.
Può succedere che se una delle due compagne esplode come supernova e diventa una stella di neutroni o un buco nero l’orbita tra i due astri si stringe sempre più finche non si scontrano e si fondono in un nuovo oggetto e ciò produce di nuovo un’esplosione di supernova. Questo in teoria, perché finora non era mai stato osservato.
Esaminando immagini del VLASS del 2017 gli astronomi hanno trovato un oggetto con forti emissioni radio che non compariva in quella zona del cielo in osservazioni precedenti con altri strumenti.
Grazie a indagini più approfondite di questa sorgente radio, chiamata VT 1210+4956, e condotte con i telescopi VLA e Keck nelle Hawaii, è stato possibile rilevare la sua provenienza, ubicata nella periferia di una galassia nana a 480 milioni di anni luce e ricostruire la sua storia.
I dati raccolti hanno permesso di capire che si trattava proprio di una supernova nata da un meccanismo come quello appena descritto. In quel caso la danza mortale che ha portato i due oggetti a orbitare sempre più vicini era iniziata 300 anni fa e si è conclusa nel 2014 con lo scontro e la fusione dei due astri, evento che ha generato anche forti emissioni di raggi X che sono state rilevate anche dallo strumento MAXI a bordo della Stazione Spaziale Internazionale proprio quell’anno.
Immagine: Chuck Carter
