“È possibile applicare il lockdown in maniera differenziata per categorie in modo da abbassare la diffusione del virus mantenendo livelli di economia sostenibile”?

 

Non esiste la ricetta univoca, ma nemmeno una troppo generica. Superata la fase di emergenza più acuta e una volta messe in sicurezza le categorie più fragili ed esposte al virus, per uscire dalla crisi della pandemia Covid 19 è necessario mettere in campo un vero e proprio mix di smart policies guidate dall’analisi dei dati e delle evidenze. Una data-driven policy che sappia bilanciare nel tempo e nello spazio gli sforzi per la campagna vaccinale e quelli per l’adozione di misure di contenimento della pandemia.

Sono queste le principali evidenze dello studio condotto da Antonio Scala presidente della BDHS e ricercatore dell’Istituto dei sistemi complessi del Consiglio Nazionale delle ricerche, oggi pubblicato su Scientific Reports di Nature. La ricerca è stata presentata questa mattina a Roma nel corso di una conferenza online a cui ha partecipato anche Guido Crosetto, presidente Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza, AIAD. Nel corso della conferenza è stato presentato anche un altro lavoro di ricerca, stavolta realizzato dai ricercatori dell’IMT, la scuola di Alti Studi “Istituzioni Mercati Tecnologie” di Lucca, che propongono un criterio basato sulla riduzione della vulnerabilità del lavoro.

“In generale – spiega Scala – data la qualità dei dati a disposizione e la mancanza di comprensione di tanti aspetti del COVID19 dobbiamo pensare ai modelli non come oracoli predittivi (“quando finisce la pandemia?” “quando arriva il picco?” “sono più bravi gli inglesi o i francesi?”) ma come qualcosa che ci aiuti a capire le reazioni di un sistema complesso alle azioni che vengono effettuate. Ad esempio, anticipare un lockdown in una Regione abbassa certamente l’impatto dell’epidemia ma la rende più fragile a riaperture prima di avere i vaccini. Si ha una popolazione sana ma “in prigione” e senza capacità di produrre”.

“Inoltre – ha aggiunto –  studiando le “leve” dell’epidemia, puntiamo ad individuare quelli che sono gli spazi di decisione: su quale scala geografica è più efficace fare i lockdown: nazione, regioni, province, comuni? È possibile applicare il lockdown in maniera differenziata per categorie di età o produttive in modo da abbassare la diffusione del virus mantenendo livelli di economia sostenibile? È importante ricordare che, se il nostro approccio offre la possibilità di analizzare il ventaglio delle politiche possibili, quale scelta poi effettuare è una decisione squisitamente politica”.

“In ogni caso – ha concluso il presidente della Big Data in Health Society –  le misure di lockdown sono misure estreme che vanno evitate, quando possibile, per i loro impatti sia sull’economia che sulla salute mentale dei cittadini. Se dovessero essere ancora necessarie in futuro, sarebbe fondamentale sviluppare prima un’infrastruttura per il contact tracing in modo da fare interventi “targettizzati”. Un tale approccio, pur non dimostrando spesso di essere in grado di smorzare i focolai sul nascere, permetterebbe di minimizzare quantomeno gli impatti economici anche in una fase successiva in cui non ci fossero focolai isolati ma una diffusione più ampia di un’epidemia”.

Dal punto di vista economico e del lavoro, Angelo Facchini, Valentina Pieroni e Massimo Riccaboni ricercatori presso l’IMT, la scuola di Alti Studi “Istituzioni Mercati Tecnologie” di Lucca hanno provato a individuare quali debbano essere i criteri di priorità in un’ottica di attenzione al lavoro..

“Tra individui paragonabili per condizioni di salute e profilo demografico – spiega Facchini – sarebbe pertanto consigliabile vaccinare con priorità chi non può telelavorare ed è sottoposto a cassa integrazione. In questo modo, sarebbe possibile riallocare i fondi destinati alla cassa integrazione o nel supporto di altri bisogni di cura e assistenza”. Il team ha quindi studiato un criterio di prioritizzazione in grado di tenere conto dell’impatto economico della ripresa delle attività lavorative.

“Dal punto di vista economico – commenta ancora Facchini – chi telelavora incide in maniera diversa sulla mobilità. Il nostro lavoro si basa infatti sull’analisi del nesso di causalità tra contrazione della mobilità, la riduzione della mortalità e impatti economici. La nostra analisi rileva che per ogni punto percentuale di contrazione della mobilità, la mortalità calava mediamente dello 0,5 per cento, mentre i fondi economici destinati alla cassa integrazione aumentavano allo stesso tempo del cinque per cento”. Gli effetti di questo impatto, tuttavia, precisa lo scienziato, sono stati osservati in modo differente, per questo sono state distinte tre categorie di province, classificate in base al confronto tra il ranking dell’impatto sulla cassa integrazione e quello relativo alla forza lavoro. Da questa valutazione sono emerse province ‘neutre’, in cui la scelta del ranking non influiva sui potenziali vantaggi economici, e zone in cui invece questa categorizzazione rendeva più o meno evidente l’effetto sull’economia.

“Nel nostro lavoro – conclude il ricercatore – abbiamo anche dimostrato chiaramente come la riduzione della mobilità abbia inciso sulla mortalità, specialmente nel Nord Italia, dove il lockdown di marzo è stato davvero significativo per abbassare le curve dei decessi. Rimodulare le priorità di vaccinazione sulla base del rischio disoccupazione potrebbe consentire una categorizzazione dei soggetti che potrebbero incidere maggiormente in modo positivo sull’economia. Il nostro messaggio è questo, e speriamo che le decisioni in merito di campagne di vaccinazione tengano conto della difesa del lavoro e dell’economia”.

 

 

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