Secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano, 3 medici su 4 ritengono che la telemedicina sia stata decisiva nella fase di emergenza e il 36% continuerà ad utilizzarla anche dopo.

 

Sono passati ormai 8 anni dalla pubblicazione, da parte della Commissione Europea, dell’action plan 2012-2020 “eHealth” che sollecitava gli Stati membri ad accelerare l’azione per sfruttare appieno il potenziale del digitale nella sanità.

Nella realtà, questo non è ancora un fatto compiuto, almeno in Italia, e si è dovuti arrivare all’epidemia di Covid-19 per tornare a parlare realmente dell’importanza della telemedicina e vedere qualche azione concreta, soprattutto per la gestione delle cronicità. Sarebbe un primo passo avanti importante, ma pensate solo all’utilità in emergenza di valutare a distanza la gravità di una situazione, per esempio da un ospedale di Trapani su un ferito nell’isola di Favignana per decidere che cosa fare e se inviare un elicottero o curare la persona in loco.

GlobalData, la principale società di dati e analisi mondiale, si occuperà nel 2021 di politiche, regolamenti e applicazioni del digitale e della telemedicina nel settore dei dispositivi medici, insieme alla stampa 3D e ai test point-of-care (POCT). Mentre il 2020 volge al termine, Aliyah Farouk, Senior Medical Device Analyst di GlobalData, offre il suo punto di vista su queste tendenze.

“Covid-19 ha creato un’ulteriore necessità di telemedicina poiché il servizio riduce al minimo le visite cliniche o ospedaliere, riducendo il rischio di trasmissione e consentendo ai medici di continuare a fornire assistenza. In un nostro sondaggio tra gli utenti sanitari, l’83% degli intervistati ritiene che la telemedicina sia diventata un elemento consolidato dell’assistenza sanitaria. Inoltre, il 76% di questi intervistati ha dichiarato che l’utilizzo continuerà a salire dopo che la pandemia si sarà placata. L’accessibilità e la praticità che la tecnologia ha dimostrato significa che è pronta per restare”.

Il reclutamento per la stampa 3D nel 2020 ha incluso in particolare aziende con un’esposizione precedentemente limitata alla tecnologia. Il database di GlobalData Jobs Tracker ha rivelato che c’è stata una maggiore attività di assunzione negli spazi ortopedici e dentistici, settori che hanno ovvie esigenze di stampa 3D. Tuttavia, c’è stato anche un maggiore interesse da parte delle società di diagnostica in vitro (IVD), nonché l’interesse delle società di dispositivi respiratori.

Il Covid-19, infine, ha promosso l’impulso a sviluppare nuove piattaforme diagnostiche molecolari a basso costo, adatte per test di massa come POCT. “Secondo il database dei prodotti della pipeline di GlobalData, ci sono oltre 140 POCT in cantiere, con oltre 25 prodotti in processi di approvazione e molti probabilmente vedranno l’approvazione nel 2021”.

Le analisi di GlobalData indicano un settore in espansione e ora consolidato. Il parere degli analisti è che finalmente si fa sul serio e che non si torna più indietro.

“Il sistema sanitario e tutto il mondo della sanità stanno andando verso un nuovo scenario, in cui cambieranno sia le aspettative e i comportamenti dei pazienti, sia le modalità di lavoro e collaborazione degli stessi operatori del settore. Oltre a una maggiore enfasi nei confronti del ruolo della prevenzione, in generale si assisterà a una revisione di quelli che sono i confini stessi del settore, nell’ottica di abilitare e diffondere nuovi modelli di cura e di sanità, che possano trarre vantaggio dal potenziale delle tecnologie, da una maggiore disponibilità di dati su popolazione e malattie, così come una maggiore rilevanza di nuovi ambiti come la genomica e la scienza comportamentale”.

È quanto scrive, sul blog di Deloitte Italia, Guido Borsani, Government & Public Services Industry Leader di Deloitte, commentando le “LSHC Predictions 2025 – The future unmasked”, che presentano il punto di vista del network sul futuro di questo settore, a partire dalle analisi del suo centro studi e dall’esperienza maturata con i clienti.

“Tra le prediction individuate da Deloitte – prosegue Borsani –, c’è anzitutto la crescente consapevolezza da parte della popolazione dei rischi legati alla salute, con il passaggio da un approccio reattivo ad uno proattivo nei confronti della propria cura e della fruizione di trattamenti e servizi sanitari. In più ci saranno una crescente necessità di avere un sistema sanitario pubblico che sia robusto e resiliente, portando ad una maggiore allocazione di risorse e fondi in questo ambito da parte dei governi, e l’adozione sempre più concreta del paradigma delle 4P nel sistema sanitario, secondo cui la medicina sarà sempre più Predittiva, Preventiva, Personalizzata e Partecipativa. Quest’ultimo è un concetto che Deloitte aveva già introdotto all’interno del report ‘Digital Transformation: shaping the future of European Healthcare’, in cui si sottolineava il ruolo e il potenziale della tecnologia digitale e delle conseguenti trasformazioni”.

Di certo, oggi, il potenziale della telemedicina è stato messo in luce durante i mesi di pandemia; le visite mediche sono state in parte sostituite da video-chiamate, e-mail, messaggi su tutto il territorio nazionale, tanto che negli ultimi mesi, sono nate 180 attività di telemedicina di cui il 50 per cento erano tele-visite e il 30 per cento tele-consulti. Per esempio, grazie a questa modalità in remoto, per il diabete di tipo 1 sono state recuperate il 44 per cento delle visite perse nei primi mesi dell’emergenza rispetto al 2019. “Sono tanti anni che si parla di digitalizzazione e telemedicina, ma solo negli ultimi mesi a causa della pandemia se ne è realmente capita l’importanza e le potenzialità.

Per la diabetologia c’è stato un notevole incremento dell’utilizzo, soprattutto per monitorare i dati glicemici dei pazienti da remoto direttamente nella cartella clinica informatica, ma qualche difficoltà è stata riscontrata, in particolare per la gestione dei pazienti anziani, generalmente meno avvezzi alla tecnologia, ma che rappresentano una quota importante di persone con diabete e le più a rischio Covid. Bisogna quindi attuare delle strategie che permettano l’accesso a queste tecnologie a tutti, indipendentemente dall’età o dal livello di scolarizzazione, e deve essere uniforme su tutto il territorio nazionale”, dice Agostino Consoli, endocrinologo dell’università “G. D’Annunzio” Chieti–Pescara e Presidente della SID (Società italiana di Diabetologia).

Per unanime riconoscimento scientifico, il controllo in continuo e in remoto dei livelli glicemici dei pazienti è una delle innovazioni più significative dell’ultimo decennio in diabetologia.  Si tratta di tecnologie sempre più efficaci, affidabili e in continua evoluzione che, consentendo un monitoraggio (costante e a distanza) della glicemia, soprattutto per i pazienti le cui condizioni richiedono ripetute misurazioni nell’arco della giornata, hanno ricadute di grande positività.

Il loro fondamentale contributo alla semplificazione gestionale di questa patologia si inserisce pienamente nella sempre più forte affermazione della telemedicina, e le complessità che gli operatori sanitari devono oggi fronteggiare con le restrizioni imposte dalla pandemia Covid-19 li hanno resi strumenti attualissimi e irrinunciabili anche per il loro contributo alla sicurezza.

Al di là della pandemia, i fenomeni dell’invecchiamento e della denatalità si accompagnano alla crescita della cronicità, che rappresenta anche un problema economico, perché, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la cronicità assorbe dall’82 all’84 per cento delle risorse pubbliche. Vanno ridotte disparità e disuguaglianze di accesso alle cure su tutto il territorio nazionale, senza distinzione di condizioni individuali, sociali ed economiche.

Condividiamo l’importanza di sviluppare la medicina di prossimità, ovvero vicina a dove si trova il paziente, va potenziata l’assistenza territoriale per la gestione delle cronicità e la digitalizzazione rappresenta un fattore abilitante e prioritario per favorire la comunicazione ospedale-territorio-cittadino. La digitalizzazione della sanità può contribuire, quindi, all’obiettivo di aumentare l’efficacia e l’efficienza del processo di cura, ma anche di fornire informazioni che orientino le scelte cliniche, organizzative e gestionali, anche in ottica predittiva, nonché di rappresentare uno strumento utile a fornire maggiori informazioni al paziente.

Tutto ciò è possibile se si investe nella formazione del personale sanitario e nell’incrementare la health literacy dei cittadini, per aumentare la partecipazione attiva della comunità, soprattutto se si sostiene questa evoluzione con un sistema maggiormente focalizzato sulla qualità delle soluzioni e sul valore medico che esse generano.

Commenta Andrea Lenzi, endocrinologo dell’università di Roma La Sapienza (Policlinico Umberto I): ”La pandemia da Covid-19 ha costretto l’Italia, come tutto il mondo, a periodi di quarantena prolungati, limitando anche l’accesso ‘in presenza’ ai servizi sanitari territoriali. Tale limitazione ha, d’altra parte, evidenziato l’importanza dell’utilizzo di tecnologie per migliorare e rendere più efficiente la gestione di patologie croniche ad elevata prevalenza, tra cui il diabete mellito”. In particolare, sottolinea Lenzi, “le tecnologie digitali per il diabete hanno il potenziale di aumentare l’accesso alle cure, ridurre i costi e migliorare i risultati clinici e la qualità della vita del paziente. Vanno superati alcuni ostacoli gestionali così come sono sicuramente da risolvere le incertezze legislative circa le responsabilità medico-legali sull’utilizzo di dati potenzialmente consultabili ed interpretabili in tempo reale e 24 ore su 24, ma bisogna lavorare per lo sviluppo di un sistema di economia sanitaria che preveda rimborsi ad hoc per le prestazioni di tele-visita, tele-monitoraggio, tele-consulto, eccetera, così come la valutazione della qualità delle prestazioni erogate”.

Altro esempio di quanto accade con la pandemia in corso in pazienti affetti da cronicità anche gravi, per esempio quelli con BPCO. I diari dei pazienti rivelano una capacità di stare a casa in modo intelligente, proteggendosi dal rischio di contagio, e di saper chiedere aiuto.

Dal punto di vista assistenziale, invece, il distanziamento sociale ha accelerato l’utilizzo delle tecnologie digitali per abbattere le distanze, favorendo l’attivazione di servizi di supporto psicologico da remoto e un maggior ricorso alla telemedicina per visite e monitoraggio. Dai racconti di medici e pazienti è emerso come durante i mesi più critici della pandemia, i servizi di telemedicina abbiano facilitato i consulti e la continuità di cura per i malati di BPCO, fortemente penalizzati dalla riduzione dell’offerta di prestazioni sanitarie.

Gli intervistati hanno sottolineato l’importante contributo della medicina digitale per mantenere le relazioni tra pazienti, familiari e professionisti sanitari, seppur riconoscendo alcuni limiti: dalla mancanza di accesso alle tecnologie, alla compromissione cognitivo-uditiva dei malati, in buona parte anziani.

Borsani aggiunge: “Bisognerà tenere conto dell’evoluzione del modo di lavorare degli operatori sanitari, a cui saranno richieste sempre più competenze e skill analitiche, cognitive ed emotive, e sempre meno lo svolgimento di task ripetitivi ed amministrativi. Allo stesso tempo il paziente sarà il centro dei modelli di cura, che verranno disegnati e implementati nella logica di rendere il servizio più accessibile, efficiente e cost-effective e anche le aziende e le organizzazioni sanitarie saranno sempre più attente ai temi della sostenibilità, con un crescente interesse, anche nei confronti dei fornitori, ai temi della riduzione delle emissioni di CO2, al riciclo di rifiuti e risorse idriche, e all’utilizzo di materiali sostenibili nel packaging. Ogni traiettoria di trasformazione non sarà indipendente, saranno coinvolti pazienti, aziende e operatori per scrivere un futuro nuovo per tutto il settore”.

E la dialisi? Causa Covid dal 30 gennaio a Lecco e dintorni è in essere la dialisi a domicilio grazie alla Telemedicina con i pazienti che iniziano, in autogestione al domicilio, il trattamento dialitico peritoneale. Senza pandemia non sarebbe mai accaduto.

Quindi, è ormai chiaro e il Covid-19 lo sta dimostrando, le nuove tecnologie offrono un possibile strumento verso la Sanità Digitale di cui la telemedicina rappresenta un caposaldo per migliorare i percorsi clinici tra ospedale è territorio. Appare dunque necessario e improcrastinabile ripensare a una nuova organizzazione che riequilibri tale rapporto.

Il sistema sanitario nazionale richiede una riorganizzazione dei percorsi sia per l’avanzare delle tecnologie sia per le criticità emerse durante la pandemia da Covid-19. Applicando sistemi di telemedicina e più in generale di sanità digitale si può ottenere un miglioramento dei percorsi di cura controllando i pazienti a distanza, riducendo gli accessi in pronto soccorso, agli ambulatori (incrementando le tele-visite) e i ricoveri (prevenendo le riacutizzazioni).

Walter Ricciardi, docente di Igiene all’Università Cattolica di Roma e consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza, è chiaro e al tempo stesso critico: “L’Italia è ferma da 10 anni sull’innovazione digitale in sanità, veniamo sorpassati da Paesi in via di sviluppo. Ci sono tantissimi italiani positivi al Covid confinati a casa, che nella stragrande maggioranza potevano essere assistiti in maniera digitale. In Germania hanno obbligato per legge questo tipo di strumenti con la telemedicina. L’Italia deve cambiare ma non lo fa, soprattutto nella sua articolazione burocratica. La telemedicina non è neanche nei Lea e questo è un segnale di un forte ritardo nell’innovazione del SSN”.

“In Italia non c’è un problema tecnologico, ma di lentezza burocratica – precisa Ricciardi –. Se guardiamo all’India in tre anni ha fatto un balzo in avanti. In zone remote arrivano operatori con un telefonino e lavorano senza problemi. C’è stato però un grande impegno del primo ministro e del Governo. Noi, invece, abbiamo l’incapacità di decidere e viviamo la frammentazione sul territorio”.

 

 

 

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