Ma le scorte di alimenti sono più che sufficienti a sfamare il pianeta.
All’inizio di questo mese, la Russia, il principale esportatore mondiale di grano, ha limitato le esportazioni di grano per tre mesi per garantire che le forniture locali fossero sufficienti. In India, gli agricoltori danno da mangiare fragole alle mucche perché non possono trasportare la frutta nei mercati delle città. In Perù, i produttori scaricano tonnellate di cacao bianco in discarica perché i ristoranti e gli hotel che normalmente lo comprerebbero sono chiusi. Negli Stati Uniti e in Canada, gli agricoltori hanno dovuto versare il latte per lo stesso motivo. Legioni di lavoratori stagionali migranti dall’Europa orientale e dal Nord Africa sono intrappolati ai confini, invece di raccogliere prodotti agricoli nei campi e nelle fattorie di Francia, Germania e Italia.
Effetto dei blocchi adottati ovunque per frenare la pandemia di coronavirus?
In effetti, si tratta della prima vera pandemia della storia dell’umanità a essere globale, per il grande numero di Paesi coinvolti nei cinque continenti. Il nostro pianeta è talmente interconnesso, checché ne dicano sovranisti e nazionalisti, che il capillare lockdown in atto sta mettendo in seria difficoltà (cosa che per ora sembra non agitare molto i vari governi) la filiera alimentare e la catena di approvvigionamento di tutti i Paesi. Una minaccia concreta, i cui segnali sono già evidenti. In ballo c’è la sicurezza alimentare di tutti e il pericolo di una carestia del Terzo millennio causata dal virus del Covid-19. E comunque di un aumento dei prezzi non indifferente. L’agenzia dell’ONU per l’alimentazione e l’agricoltura, la FAO, che ha sede a Roma, ne è consapevole dall’inizio della pandemia. E sta avvertendo tutti dei dati negativi sulla situazione che via via arrivano sul tavolo della sede romana.
Quali dati? Máximo Torero, capo economista della FAO, in isolamento a Roma, li scrive in un suo articolo su Nature e nelle risposte ad alcune domande via mail.
“Il primo dato è che pochi Paesi hanno tenuto conto, nel decidere misure per contenere il virus e per tamponare l’evidente grave crisi economica collegata alla pandemia, di come preservare il flusso di cibo. Senza cibo non può esserci salute. E l’isolazionismo è un’aggravante per la filiera alimentare. I diversi Paesi devono lavorare insieme, non alzare muri commerciali e impedire a lavoratori essenziali per le attività agricole di attraversare i confini”, scrive l’economista della FAO.
Come già anticipato, le catene globali di approvvigionamento alimentare stanno già cedendo. I segnali: le fragole alle mucche in India, il cacao scaricato nelle discariche in Perù, il latte versato nei campi negli Stati Uniti e in Canada. Poi vi sono i lavoratori migranti intrappolati ai confini, mentre sarebbero ora fondamentali in Francia, Germania e Italia. Anche gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia fanno tutti affidamento su lavoratori agricoli stagionali che non sono in grado di viaggiare a causa delle restrizioni per il virus, inclusa la sospensione dei visti di routine da parte di alcune ambasciate. Si teme che i lavoratori stranieri possano importare casi di infezione, e quindi tutto bloccato mentre i raccolti marciscono nei campi. Ovviamente, la stagionalità dei prodotti è diversa in base alla parte del mondo dalla quale arrivano i dati alla FAO. Ma Torero avverte che ovunque è drammatica.
Sembra, però, che i raccolti di cereali dovrebbero essere molto buoni quest’anno. È vero?
La FAO conferma. La scorta mondiale di mais è già più del doppio rispetto al 2007 e al 2008, quando gravi siccità hanno creato carenze alimentari nei principali Paesi esportatori, portando a una crisi alimentare globale. Anche le scorte di riso e di semi di soia sono aumentate in questo periodo, rispettivamente dell’80% e del 40% circa.
Quindi vi sono note positive grazie alla fertilità dei terreni?
Torero è comunque pessimista: “La fertilità dei terreni non aiuterà, purtroppo, a evitare la carenza di cibo se i Paesi non possono movimentare il cibo da dove viene prodotto a dove è più necessario. Le navi cariche di cereali, frutta e verdura fresche attraccano in ritardo e i loro equipaggi non possono sbarcare. Quindi i deperibili, incapaci di raggiungere i mercati all’ingrosso in tempo, andranno sprecati”. Di conseguenza, i prezzi del grano sono già aumentati dell’8% e quelli del riso del 25%, rispetto a quelli di marzo dell’anno scorso. Nel frattempo, il panico diffuso di restare senza sostentamento alimentare, oltre a scatenare la corsa all’approvvigionamento in tutto il mondo, ha come conseguenza un aumento degli sprechi e un impoverimento della qualità delle diete per le difficoltà ad accedere al cibo fresco. Spiega Torero: “Il mercato globale del cibo era una sfida ancor prima di Covid-19 e ora, con Paesi e regioni del mondo che stanno vivendo la pandemia in tempi diversi e in modi diversi (dalla Cina all’Europa, dagli Stati Uniti all’India, e ora all’Africa), la situazione si è aggravata per la tendenza di molte nazioni ad agire prima di tutto per sé stesse, egoisticamente”.
Si sono perciò innescate reazioni a catena di tipo autarchico?
È la preoccupazione della FAO: si stanno verificando pericolose reazioni a catena caotiche. All’inizio di questo mese, la Russia, il principale esportatore mondiale di grano, ha limitato le esportazioni di grano per tre mesi per garantire che le forniture locali fossero sufficienti. È stata una decisione guidata da una confluenza di eventi, compreso il forte calo dei prezzi del petrolio, e questo ha indebolito il rublo rispetto al dollaro, che a sua volta ha aumentato i prezzi locali del grano. È lo stesso si è verificato in Vietnam a marzo con il risone, motivo per cui i prezzi del riso sono aumentati.
Ma come contrastare le reazioni a catena dovute a tanti choc insieme per le popolazioni e i governi?
Máximo Torero risponde: “Alla FAO ci stiamo concentrando sulla mitigazione dell’impatto del virus sulle attività che forniscono prodotti alle persone, usando prove e insegnamenti tratti dalle crisi passate. Ciò include informazioni sugli aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari, sulla volatilità economica e su come è stato influenzato l’accesso agli alimenti e alla nutrizione durante focolai recenti come quello dell’Ebola. Usando i big data, monitoriamo il commercio e raccogliamo informazioni su problemi logistici, valutiamo come i problemi sono stati risolti e quindi segnaliamo il risultato al mercato per ridurre l’incertezza (vedi https://datalab.review.fao.org). Per esempio, sappiamo che il principale ritardo nella spedizione si verifica durante lo scarico delle merci, che ora richiede tre giorni anziché uno a causa delle restrizioni della manodopera nei porti. Il ritardo è costoso per gli esportatori, ma lo compensano con i guadagni dei tassi di cambio. Quindi la spedizione globale funziona. Tracciamo anche notizie in più lingue per vedere come la pandemia sta influenzando il cibo e l’agricoltura. Ciò aiuta i Paesi a prendere decisioni politiche. Lavoriamo con le Nazioni in via di sviluppo per aumentare l’approvvigionamento alimentare, analizzando le loro condizioni agro-ecologiche e consigliando quando e dove piantare e raccogliere i loro prodotti chiave. Prevediamo come vari aspetti del settore agricolo potrebbero essere influenzati dal Covid-19, a causa della manodopera e della diminuzione della domanda dovuta al calo dei redditi, ai tassi di cambio e all’inflazione”.
La pandemia però sta incoraggiando argomenti anti-globalizzazione, come per esempio che i confini aperti hanno permesso la diffusione del virus, che rifugiati e immigrati debbano essere tenuti fuori e che l’outsourcing (approvvigionamento esterno) dovrebbe finire. Qual è la linea FAO?
Parla l’economista: “Tali posizioni politiche ignorano quante Nazioni, anche ricche, dipendono l’una dall’altra per ingredienti base, pesticidi, fertilizzanti, alimenti per animali, personale ed esperienza. Quello che accadrà dopo la pandemia dipenderà dal fatto che le Nazioni resistano alle pressioni isolazioniste. Io, personalmente, esorto i governi a impegnarsi a non imporre restrizioni all’esportazione in risposta alla pandemia. Invece, dovrebbero concordare di eliminare le tariffe e le tasse per compensare gli aumenti dei prezzi locali causati dalla svalutazione della valuta. E dovrebbero designare i lavoratori nei porti e nelle fattorie come personale essenziale, proteggere la salute di queste persone e garantire che possano viaggiare e continuare a lavorare”.
Ma ritiene possibile che queste proposte vengano accettate?
“La collaborazione è possibile. I ministri dell’agricoltura di 25 paesi dell’America Latina e dei Caraibi hanno siglato un accordo questo mese per lavorare insieme per garantire l’approvvigionamento alimentare nella regione. Una simile dichiarazione politica può spianare la strada a progressi reali. E i governi e gli investitori possono beneficiare di una maggiore trasparenza e informazione sulle condizioni di mercato, attraverso strumenti come il sistema di informazione del mercato agricolo (www.amis-outlook.org), che può ridurre l’incertezza. Aggiungo che senza collaborazione il dopo pandemia potrebbe essere più deleterio economicamente della pandemia stessa”.
Che cosa ha messo in evidenza questa pandemia? Quali insegnamenti trarne?
Torero sta già stilando un rapporto su questo: “Ciò che la pandemia ha sottolineato è che il mondo deve usare le sue risorse idriche e del terreno in modo sostenibile, per coltivare alimenti essenziali e nutrienti in modo più efficace e in modo che siano più resistenti. Un modo per farlo è ridurre la perdita di cibo. Il mondo spreca ogni anno circa 400 miliardi di dollari di cibo, una cifra che potrebbe essere tradotta in alimenti per circa 1,26 miliardi di persone all’anno. Lo spreco equivale a 1,5 giga-tonnellate di emissioni di anidride carbonica (da confrontare con le circa 33 giga-tonnellate emesse nel 2019 per produrre energia nel mondo). Un’altra priorità è il trattamento migliore per i piccoli proprietari e i lavoratori migranti, che oggi costituiscono la spina dorsale dell’agricoltura. Per esempio, le operazioni su piccola scala necessitano dell’accesso ai mercati e aiutano ad aumentare la produttività e le entrate, che vanno ben oltre i semplici sussidi.
La pandemia può essere un’opportunità per accelerare innovazioni fondamentali?
“Rafforzare le reti che riguardano l’alimentazione, ripristinarle al meglio dopo la pandemia, difenderle da possibili future crisi di tipo pandemico va fatto già da ora attraverso la scienza, la tecnologia, l’innovazione e la determinazione politica”. Così pensa, e spera che avvenga, Torero. E, in effetti, l’innovazione sta accadendo: la Cina sta investendo in droni, veicoli senza pilota e altre tecnologie agricole per ridurre il contatto umano. In Africa, i telefoni cellulari stanno migliorando l’accesso a mercati, prezzi e dati meteorologici, oltre a facilitare i trasferimenti di denaro. Il Perù sta vedendo i benefici di una legislazione innovativa che ha formalizzato la forza lavoro agricola e l’ha direttamente collegata alla stagionalità delle colture. Il governo ora sa quali agricoltori sono interessati dal blocco e può garantire che ricevano il sostegno necessario. L’auspicio dell’economista FAO: “Cogliamo queste enormi opportunità collettivamente. È proprio perché il coronavirus non rispetta i confini che la cooperazione globale è l’unica possibilità di sconfiggerlo. Le persone che stanno lavorando a studi sui vaccini, all’assistenza sanitaria, alla scoperta di farmaci e alla ripresa economica devono anche mangiare. Dobbiamo restare insieme, uniti, o molti milioni di persone moriranno di fame separatamente. E non sarà per il coronavirus”.
