In Islanda il primo studio sui test per capire le dinamiche del contagio.

 

“Fase 2” sì, ma che sia in piena sicurezza dice l’Europa e dice anche il governo italiano. E per avere almeno un minimo di certezza sulla sicurezza sembra obbligatorio un passaggio ritenuto fondamentale dalla scienza: la mappatura degli immuni con test sierologici.

Il piano dell’Italia: un primo campione di 150mila persone suddiviso in 6 fasce di età. Da sottoporre a test sierologici, obbligatori per la patente di immunità. Se funziona i test si allargano e la patente di immunità sarà il cardine della “fase 2”. Anche se poi resta un’incognita: che cosa accadrà ai non immuni, che dovrebbero essere la maggioranza visto che l’immunità di gregge si ha quando a contatto con il virus è entrato il 60% della popolazione? Il Governo comunque ha dato il via libera al commissario Arcuri di avviare la procedura pubblica per l’acquisto dei test. Nelle prossime ore dovrebbe essere pubblicato il bando nazionale. L’idea iniziale è quella di un campione di 150mila persone suddivise per profilo lavorativo, genere e 6 fasce di età. Il numero dovrebbe aumentare nelle prossime settimane in caso di conferma di immunità.

 

E dopo i test, la patente di immunità per poter lavorare?

Di qui la patente di immunità, soluzione scelta per far ripartire a pieno ritmo le grandi aziende. Prima di iniziare tutti i controlli, però, il comitato scientifico vuole capire se realmente dopo aver contratto l’infezione si è immuni. E questo è ancora dubbio. Dubbia è anche la velocità di mutazione del virus, molto alta, ma va capito se innocua o tale da far saltare l’immunità acquisita. Le certezze possono arrivare solamente da questi test e per questo motivo presto 150mila persone dovrebbero essere sottoposte ai controlli suddivisi per fasce di professione, di genere e di età.

 

Ma saranno più test diversi da Regione a Regione, da Asl a Asl come spesso accade in Italia?

L’obiettivo è quello di avere un unico test per consentire alle persone di potersi muovere in tutto il Paese.

La Lombardia dal 21 aprile ha fatto sapere di essere pronta ad iniziare i test sierologici. Come agirà?

In attesa del via libera del Governo, ogni Regione è pronta ad iniziare singolarmente i test sierologici. Il San Matteo di Pavia dal 21 aprile dovrebbe cominciare i controlli con molti lavoratori che si sottoporranno agli accertamenti per tornare al lavoro il prossimo 4 maggio. In Lombardia si lavora per il futuro e si spera di riavere una “normalità diversa”. La “fase 2” sembra essere ormai alle porte e ogni zona è pronta ad adottare delle misure per ripartire.

 

Ma una certa chiarezza sui test sierologici e su cosa ci possono dire arriva dall’Islanda, dove sono stati resi noti i primi risultati di un mega-studio genetico che sta coinvolgendo l’intera isola. I primi risultati sembrano importanti e da ieri sono al vaglio degli specialisti e dei governi di tutto il mondo. Che cosa ci dicono?

Lo studio relativo alla diffusione precoce in Islanda del virus SARS-Cov-2, è stato realizzato da un team composto da ricercatori di deCODE Genetics, società controllata da Amgen, operatori del Ministero della Salute islandese e dell’Ospedale Universitario Nazionale (NUHI). I primi dati sono stati subito pubblicati sul New England Journal of Medicine (NEJM) e suggeriscono che il ruolo degli screening di massa per contenere il contagio potrebbe essere particolarmente importante in un momento in cui anche in Italia ci prepariamo alla “fase 2”. L’obiettivo dello studio era proprio quello di indagare in modo dettagliato, effettuando test con un unico approccio molecolare, come il virus si diffonde in una popolazione ben definita, nel caso specifico quella islandese di poco più di 360.000 abitanti, e identificare quali siano le misure di tracciamento e isolamento precoci e decise per contenere l’epidemia.

 

Quante persone, pur non avendo sintomi evidenti, sono positive al SARS-Cov-2?

Le autorità sanitarie islandesi hanno iniziato a testare all’inizio di febbraio coloro che rientravano da zone ad alto rischio (principalmente stazioni sciistiche alpine), con probabili sintomi della malattia, sostanzialmente un mese prima dell’identificazione della prima infezione da SARS-Cov2, manifestatasi il 28 febbraio. I ricercatori di deCODE hanno quindi iniziato a sequenziare i campioni virali prelevati da 643 persone, per individuare i diversi ceppi del virus, per scoprire come è arrivato in Islanda, come si è diffuso, e come ha mutato caratteristiche dopo il suo arrivo. Il 43% dei casi positivi identificati non aveva alcun sintomo al momento del test; questo risultato conferma il timore che gli infettati asintomatici possano diffondere il contagio. Le donne sono risultate un po’ meno suscettibili all’infezione rispetto agli uomini adulti (11% contro 16.7%), così come i bambini al di sotto dei 10 anni (6.7%). E queste sono conferme scientifiche a quanto già osservato nelle zone più colpite.

 

E da dove è arrivato il virus in Islanda? Dalla Cina?

No. Lo Studio ha offerto importanti informazioni relative alla mappatura genetica del virus e ha consentito di disegnare un albero genealogico dei diversi aplotipi trovati (stringhe di sequenze geniche varianti). L’analisi delle sequenze dimostra che i ceppi del virus rilevati nei primi test appartenevano quasi interamente al sottotipo virale A2 originario dell’Austria e dell’Italia, arrivato in Islanda attraverso persone che rientravano da vacanze sciistiche. I casi identificati nei test eseguiti più recentemente da deCODE mostrano, invece, che sono diventati comuni vari ceppi del sottotipo virale A1, prevalenti in Paesi come il Regno Unito. Questo significa che il virus è entrato in Islanda da Paesi diversi, compresi quelli che inizialmente erano considerati a basso rischio, come il Regno Unito che infatti all’inizio non aveva effettuato blocchi. I laboratori di deCODE hanno, poi, anche identificato 409 mutazioni nei campioni di virus testati, tra cui 291 nuove mutazioni che non sono state identificate altrove.

 

Mutazioni in senso “cattivo” o in senso “buono”?

Ancora non si sa. L’importante è che non siano tali, e per ora non sembrano esserlo, da rendere complicato mettere a punto un vaccino efficace.  Per comprendere realmente quanto sia letale il virus e quante delle persone contagiate possano diventare pazienti gravi, è importante stimare la reale prevalenza dell’infezione sulla popolazione generale.

 

È anche questo l’obiettivo della ricerca islandese?

Lo Studio si sta basando su approcci di screening genetico mirato e specifico e sullo screening della popolazione mediante oltre 60.000 test per milione di abitanti effettuati al 4 aprile scorso, data di conclusione della raccolta dei dati presentati al momento. Altri 4.000 test per milione di abitanti sono stati poi eseguiti ogni giorno in Islanda da dopo il 4 aprile. E probabilmente andrà avanti per arrivare alla quasi totalità della popolazione islandese (oltre 360 mila abitanti) anche perché ora tutti vogliono sottoporsi a test.

 

L’attività di screening svolta dai ricercatori come ha condizionato l’organizzazione islandese anti Covid-19?

I risultati dello studio NEJM mostrano che fino al 4 aprile, il 13.3% dei 9.199 soggetti ad alto rischio esaminati dall’Università islandese NUHI sono risultati positivi al virus. Tutti i casi confermati sono stati messi in isolamento e le persone che hanno avuto contatti con loro sono state rintracciate e messe in quarantena domiciliare per 14 giorni. Dal 1° al 4 aprile, poi, altri 2.283 soggetti, selezionati con modalità random, hanno effettuato il test, e di questi, 13 sono risultati positivi (0,6%). Complessivamente, i 43 casi dei 100 risultati positivi erano individui che non avevano riportato alcun sintomo al momento del test, e i rimanenti casi positivi avevano sintomi lievi, come tosse o raffreddore. Per integrare questi dati e avere una visione della diffusione del virus nella popolazione generale, dal 13 marzo al 1° aprile, deCODE ha dato vita ad uno screening di massa su base volontaria, dal quale è emerso che su 10.797 soggetti, 87 sono risultati positivi (0,8%). E così via, accumulando test e informazioni scientifiche utili al pianeta. Infatti, è tutto reso pubblico per i ricercatori di tutto il mondo. I nuovi dati vengono pubblicati quotidianamente su covid.is/data. Si tratta di una base scientifica solida, la prima, per assumere provvedimenti in materia di salute pubblica. Finora gli sforzi del sistema sanitario pubblico sono stati efficaci (più o meno) nel rallentare la diffusione dell’epidemia, ulteriori azioni, compreso lo screening di massa della popolazione, saranno fondamentali per sostenere la “fase 2”, ossia il ritorno a un inizio di normalità senza rischiare nuovi focolai.

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