+29% in 10 anni, le mutazioni genetiche indirizzano la terapia migliore.

Aumentano nel nostro Paese i pazienti che vivono dopo la diagnosi di tumore del polmone. Oggi sono quasi 107mila (106.915), nel 2010 erano 82.795: in 10 anni l’incremento è stato del 29%. Un risultato molto importante in una neoplasia aggressiva e difficile da trattare.

“A differenza di quanto avviene negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei, le persone che vivono con una diagnosi di tumore del polmone, oggi in Italia, continuano ad esser reticenti rispetto al riunirsi e/o a far parte di Associazioni di pazienti e difficilmente vogliono essere protagoniste attive nel proprio percorso di malattia e di cura – spiega la prof.ssa Silvia Novello, presidente di WALCE, Ordinario di Oncologia Medica all’Università di Torino e responsabile della Struttura Semplice Dipartimentale di Oncologia Toracica del San Luigi di Orbassano -. Grazie ai nuovi approcci terapeutici, che negli ultimi 10-15 anni hanno cambiato notevolmente lo scenario del tumore del polmone, oggi il numero di cittadini che vivono più a lungo e con una buona qualità di vita è cresciuto e molti pazienti iniziano ad acquisire maggiori competenze e ad avere maggior interesse per tutto ciò che riguarda la propria salute e ad essere pertanto più coinvolti nelle decisioni riguardanti la malattia”.

“In particolare, in gruppi selezionati di malati, in cui esistano specifiche alterazioni molecolari, sono stati raggiunti risultati importanti con i farmaci a bersaglio molecolare (targeted therapies), che hanno sensibilmente migliorato la storia naturale e la prognosi – sottolinea la prof.ssa Novello -. Oggi queste terapie riescono a controllare la malattia per un lungo periodo di tempo, essendo però efficaci solo in quei pazienti che presentino specifiche mutazioni genetiche, ossia ancora una minoranza dei casi di malattia avanzata (dal 15 al 20% e soprattutto non fumatori o ex fumatori). Ancora oggi l’85% dei casi di tumore del polmone interessa i tabagisti, che meno frequentemente presentano queste alterazioni molecolari suscettibili di aggressione farmacologica e che beneficiano quindi di altre strategie terapeutiche, quali la chemioterapia oppure l’immunoterapia, che si è aggiunta alle armi disponibili”.

“Le persone che ricevono una diagnosi di tumore del polmone non a piccole cellule con alterazione molecolare, spesso, poiché più giovani e con una migliore qualità di vita, hanno la percezione di presentare caratteristiche ed esigenze diverse rispetto agli altri pazienti e hanno sicuramente bisogni più specifici di tipo clinico, educazionale ed emozionale, legati alla loro malattia – afferma Annamaria Catino, Presidente di WALCE Puglia -. Questo è uno dei motivi per incoraggiare la creazione di network di condivisione e fornire risorse educazionali specifiche”.

“I biomarcatori utilizzati nella pratica clinica, a cui ad oggi si abbinano terapie mirate già considerate standard di cura, sono la mutazione del gene di EGFR e il riarrangiamento dei geni ALK e ROS1 – afferma la prof.ssa Novello -. La mutazione di EGFR si ritrova nel 10-15% dei pazienti con adenocarcinoma polmonare. Quasi il 50% dei tumori polmonari con questa mutazione viene diagnosticato in persone che non hanno mai fumato. L’alterazione di ALK è presente nel 5% dei pazienti affetti da carcinoma polmonare, soprattutto nell’adenocarcinoma. E l’alterazione di ROS1 è presente nell’1% circa dei malati, anche in questo caso soprattutto nell’adenocarcinoma. Servono test molecolari specifici per individuare queste alterazioni”. 

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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