Sei mesi di pandemia, quanti misteri ancora sul virus?

 

Il 7 giugno sono trascorsi sei mesi da quando i ricercatori cinesi hanno affermato di aver identificato un nuovo virus come causa di una misteriosa polmonite che da settimane circolava nella città di Wuhan. Le autorità sanitarie locali temevano un ritorno della Sars, la sindrome respiratoria acuta grave dovuta al virus Sars-Cov che nel 2002-2003 causò oltre 8.000 casi e circa 800 morti. Ma non era, e non è, Sars. È qualcosa di peggio.

 

Che cos’era allora?

Tramite l’analisi del genoma virale, gli scienziati hanno scoperto un “nuovo coronavirus” in grado di infettare l’uomo, classificato come Sars-Cov-2. In particolare, il Sars-Cov-2 non provoca alcun sintomo nel periodo di incubazione e, sebbene i virus respiratori si trasmettano solitamente con la comparsa dei sintomi, il nuovo patogeno poteva diffondersi anche dal contatto ravvicinato con un asintomatico. Questo ha permesso al Sars-Cov-2 di viaggiare indisturbato nel resto dell’Asia e di raggiungere gli altri continenti, compresa l’Europa.

 

Sei mesi di pandemia, quanti misteri ancora sul virus?

Gli scienziati sono riusciti a imparare molto sul coronavirus in sei mesi, ma molto ancora rimane un mistero. Per esempio, anche quando un vaccino sarà disponibile non è scontato porti all’immunità di gregge. Questo perché gli anticorpi per i virus che infettano le superfici della mucosa, come fa il coronavirus, tendono ad avere vita breve. Storicamente, i vaccini contro le malattie respiratorie non sono molto efficaci.

 

La quantità di virus necessaria per far ammalare?

Prima risposta: tra uno e un milione di virus. Non si può fare di meglio? Seconda risposta, con distinguo: tra poche centinaia di virus a qualche migliaio. La verità? “Ancora non lo sappiamo”, confessa Angela Rasmussen, virologa della Columbia University di New York. In più, gli scienziati non possono ancora dire se toccare una superficie con un virus sopra o respirare aria con alcune goccioline espirate da una persona malata sarà contagiante, trasmetterà il virus e farà ammalare. Non lo sanno.

 

Che cosa è certo?

Che a più coronavirus si è esposti, maggiori sono le probabilità di ammalarsi con sintomi gravi. Ecco perché è importante evitare spazi interni affollati, indossare mascherine e lavarsi le mani. Per ridurre le possibilità di essere esposti a grandi quantità di virus.

 

Perché alcuni sviluppano una grave infiammazione e il danno polmonare, segni distintivi della Covid-19?

È uno dei grandi misteri. Gli esperti affermano che la risposta immunitaria del paziente all’infezione virale determina la gravità della malattia. Se il sistema immunitario va in overdrive, può innescare una cascata di effetti dannosi, “ferendo” i polmoni e altri organi. “In generale, i pazienti si ammalano più rapidamente e più gravemente se vengono esposti a una grande dose del virus quando vengono infettati la prima volta”, dice William Schaffner, infettivologo della Vanderbilt University. Due recentissimi studi, uno della Sapienza di Roma e uno della Mayo Clinic negli Stati Uniti, effettuati su pazienti e su riscontri autoptici sono giunti alle stesse conclusioni: in chi si abbassano troppo i livelli di albumina e di calcio si possono scatenare la tempesta di citochine, la facilità a sviluppare trombi, l’aggravamento e il rischio di morte. Tenere nella norma tali livelli evita tutti gli aggravamenti.

 

E il vaccino e le cure?

Mentre il mondo attende con ansia un vaccino, medici e ricercatori stanno facendo progressi sui potenziali trattamenti per Covid-19 e sui danni che provoca al corpo. La compagnia farmaceutica Regeneron ha annunciato il 10 giugno che ha iniziato la sperimentazione clinica di un cocktail di anticorpi che un giorno potrebbe trattare e persino prevenire Covid-19. Il trattamento, simile a quello dimostrato di essere efficace per l’Ebola, funzionerebbe come gli anticorpi che le persone producono naturalmente quando sono infetti. Sarebbe l’alternativa sintetica alla plasma-terapia, finora il trattamento risultato più efficace. E in base al quale tre società biotech (americana, italiana, israeliana) stanno preparando anticorpi monoclonali. Se il test della Regeneron ha esito positivo, entro la fine dell’estate potrebbero essere prodotte migliaia di dosi. E vaccino o no pronto si avrebbero prevenzione e cura in un solo antidoto. C’è anche una nuova speranza per i pazienti il ​​cui sistema immunitario scatena “tempeste di citochine”, facendo sì che il corpo l’organismo “bruci” da solo mentre combatte il virus. Sono stati testati almeno una dozzina di trattamenti e diversi dispositivi per purificare il sangue per calmare la reazione potenzialmente fatale. Un promettente farmaco di Roche è in diversi studi clinici, incluso uno studio in fase avanzata in combinazione con l’antivirale remdesivir.

 

E che cosa accade ai casi gravi una volta guariti?

Altra scoperta fatta in seguito: nel 30% dei casi restano “cicatrici” che portano a una patologia da post-Covid. Con picchi e scomparsa dei sintomi, soprattutto dei danni polmonari: la capacità respiratoria è ridotta, a ondate. Per i malati più critici, la chirurgia può ora essere un’opzione. La scorsa settimana, una donna di 20 anni i cui polmoni sono stati distrutti dal virus ha ricevuto un doppio trapianto di polmone, la prima operazione del genere negli Stati Uniti per il virus. La paziente non aveva gravi condizioni mediche di base e il trapianto era la sua unica possibilità di sopravvivenza, ha affermato la chirurga Ankit Bharat, che ha eseguito l’intervento presso il Northwestern Memorial Hospital di Chicago. Bharat ritiene che i trapianti potrebbero aiutare le persone giovani, altrimenti sane, i cui polmoni sono stati permanentemente danneggiati dal virus e richiedono un ventilatore.

 

Le persone infettate dal coronavirus sono protette poi da ulteriori infezioni? E, se sì, per quanto tempo?

Quando l’organismo incontra un virus in genere produce anticorpi, alcuni dei quali sono abbastanza potenti da neutralizzare il patogeno e prevenire la reinfezione. Produce anche un gran numero di cellule immunitarie che possono uccidere il virus. Tirando le somme, con test affidabili, si può affermare che la maggior parte delle persone, comprese quelle che erano solo lievemente malate, producono potenti anticorpi. Ciò che resta un mistero è quanto durerà l’immunità. Sono stati segnalati casi di reinfezione, ma per gli scienziati si tratta di test errati o di residui virali persistenti molto tempo dopo la fine dell’infezione attiva. Tutti sperano che l’immunità al Covid-19 duri almeno un anno.

 

Che cosa dice l’Organizzazione mondiale della Salute (OMS)?

“Questo virus potrebbe diventare un altro virus endemico nelle nostre comunità e non scomparire mai”, dice Mike Ryan, direttore esecutivo del programma per le emergenze sanitarie dell’OMS. Una certezza: quanto più a lungo conviviamo con il virus, tanto più lievi saranno i suoi effetti. Ma sarà poi una certezza?

 

Sei mesi di coronavirus, che cosa ci aspetta nei prossimi sei?         

Pier Luigi Lopalco, coordinatore scientifico della task force pugliese per l’emergenza Covid: “Dobbiamo evitare di creare bacini di circolazione del virus troppo ampi che possano portare a una nuova esplosione epidemica. Servirà monitorare attentamente la situazione, perché un caso di febbre, anche se lieve, in una stagione come quella estiva può essere il segnale di una circolazione virale forte”.

 

L’arrivo in Italia si è registrato con i due turisti cinesi ricoverati e curati allo Spallanzani di Roma?

No, è arrivato prima. Probabilmente a metà gennaio. A fine gennaio, comunque, il virus era già in Italia e non l’hanno portato quei due turisti. Era pieno inverno, il periodo dell’anno in cui si diffondono più facilmente anche i virus influenzali. Il resto è storia. E anche se il lockdown ha fermato la curva epidemiologica, il virus non è ancora scomparso. Ma sembra stia perdendo forza.

 

Ma è davvero così?

Fabrizio Pregliasco, virologo di Milano: “Il fatto che durante l’estate si sviluppino con meno frequenza malattie respiratorie è legato a vari aspetti, uno di questi è il fattore climatico. Respirare aria fredda e umida può abbassare le difese locali delle prime vie respiratorie, porta d’ingresso del coronavirus, un clima più mite di per sé predispone ad un minor tasso di infezione. Se la carica infettiva è bassa, si può avere un’infezione ma non una malattia importante”.

 

Che cosa possiamo aspettarci?

In estate, possiamo aspettarci meno casi clinicamente evidenti, ma è difficile che si possa bloccare la circolazione del virus. Del resto, è quanto accade ogni estate: scompare la malattia che causano, ma i virus continuano a circolare. In autunno e inverno poi riprendono forza.

 

Controllo della temperatura, lavarsi spesso le mani, mascherina e distanza di sicurezza. È la prevenzione?

Sì. Fino a quando non ci sarà la certezza che il virus non circola più o che ha perso la sua cattiveria, queste regole di prevenzione vanno messe in pratica. Al momento, fare previsioni non è scientifico, né etico.

 

E sempre ai fini della prevenzione, quali le retromarce scientifiche?

Prima le mascherine solo per gli infettati e gli operatori sanitari, poi per tutti. E quelle usa e getta una volta tolte vanno buttate, le altre in tessuto lavate. Prima l’OMS consigliava l’uso di guanti usa e getta e ora avverte che l’uso di guanti può “aumentare il rischio di infezione, dal momento che può portare alla auto-contaminazione o alla trasmissione ad altri quando si toccano le superfici contaminate e quindi il viso”. Quindi, nei luoghi pubblici, niente guanti, ma mascherine, distanziamento fisico e distributori di gel igienizzanti all’ingresso e all’uscita.

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