Prodotto in Italia nello stabilimento Janssen di Latina, ha dimostrato una riduzione del rischio di morte del 48% e un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione secondaria del 38%.
Un uomo su otto nel corso della sua vita farà i conti con il tumore alla prostata. Lo dicono i dati: in Italia ogni anno 36 mila nuove diagnosi di questo cancro si aggiungono ai 564.000 con pregressa diagnosi.
“Nel 2021, nel nostro Paese, si sono stimati 7.200 decessi per cancro prostatico”, afferma Vincenzo Mirone, Responsabile ufficio risorse e comunicazione Società Italiana di Urologia (SIU), Professore ordinario e direttore della Scuola di Specializzazione in Urologia dell’Università Federico II di Napoli, Presidente Fondazione PR, pur dovendo sottolineare che le comorbidità generalmente presenti nelle persone anziane possono rendere complesso separare i decessi per tumore della prostata da quelli con tumore della prostata.
In ogni caso questa neoplasia rappresenta il 20% di tutti i tumori maschili. “negli ultimi anni l’aumento delle conoscenze e nuove soluzioni di cura hanno permesso una drastica riduzione della mortalità e un significativo aumento delle aspettative di vita” continua Mirone, “soprattutto grazie alla precisione ed efficienza della chirurgia robotica, che permette di intervenire e dimettere il paziente già il giorno seguente all’operazione”.
Complessivamente la frazione di guarigione del tumore della prostata supera il 75% e la sopravvivenza dei pazienti con carcinoma prostatico, non considerando la mortalità per altre cause, è attualmente attestata al 91% a 5 anni dalla diagnosi e del 94% a ulteriori 4 anni se condizionata al superamento del primo anno dopo la diagnosi.
“Importantissimo e semplicissimo per la prevenzione è verificare se ci sono casi in famiglia” sottolinea Mirone, “dato che il 9% sono forme ereditarie e rappresentano il 43% nei pazienti con età inferiore ai 55 anni” ma non solo: “se ci sono casi di tumore alla mammella tra le donne la probabilità aumenta di un 30%” aggiunge.
Un’altra buona notizia che apalutamide, farmaco antitumorale in compresse inibitore del recettore degli androgeni, sviluppato da Janssen – azienda farmaceutica del Gruppo Johnson & Johnson – ha ricevuto dall’agenzia del farmaco italiana, AIFA, la rimborsabilità per l’indicazione relativa al trattamento di uomini adulti con carcinoma prostatico metastatico sensibile agli ormoni (mHSPC) in combinazione con terapia di deprivazione androgenica (ADT).
Il farmaco era già rimborsato nel carcinoma prostatico resistente alla castrazione non metastatico (nmCRPC).
Orazio Caffo, Direttore Unità operativa oncologia medica, Ospedale di Trento, commenta così: «la rimborsabilità di apalutamide per i pazienti con mHSPC rappresenta una notizia che gli oncologi italiani aspettavano da tempo. Per anni l’unica strategia disponibile in Italia in questa fase di malattia è stata rappresentata dall’aggiunta della chemioterapia con docetaxel alla terapia di deprivazione androgenica. Con la rimborsabilità di apalutamide possiamo finalmente offrire ai nostri pazienti una alternativa terapeutica con una chiara efficacia e con un profilo di tollerabilità favorevole».
Non è una malattia unica
Per capire bene l’importanza della rimborsabilità del trattamento anche per mHSPC bisogna ricordare che il tumore alla prostata si differenzia in due sottotipi: uno sensibile agli ormoni e un no.
Il tumore ha origine dalle cellule presenti all’interno della prostata, che cominciano a crescere in maniera incontrollata sotto l’influsso degli ormoni, in particolare di quelli maschili, come il testosterone, che ne influenzano la crescita.
“Se la malattia è sensibile alla terapia ormonale è a uno stadio in cui risponde ancora alla deprivazione androgenica (ADT), ma il tumore è già diffuso in altre parti del corpo. I pazienti con mHSPC tendono ad avere una prognosi sfavorevole, con una sopravvivenza globale mediana (OS) inferiore a cinque anni” spiega Mirone.
“il 15% dei pazienti presenta metastasi alla diagnosi, quindi parliamo di circa settemila nuovi casi ogni anno” dice Caffo “per i quali fino a dieci anni fa l’unica opzione in caso di inadeguatezza della terapia ormonale era la chemio, con tutti gli svantaggi che porta con sé” spiega Caffo.
“Il vantaggio del trattamento con apalutamide in termini di sopravvivenza globale è evidente anche considerando i trattamenti successivi che somministrati sequenzialmente confermano l’efficacia del farmaco”.
“Apalutamide, la cui maneggevolezza avevamo già avuto modo di apprezzare nel nmCRPC, si è dimostrata ben tollerata anche in questi pazienti con malattia avanzata con un chiaro beneficio in termini di qualità di vita. L’introduzione di apalutamide nella pratica clinica rappresenta un ulteriore passo avanti nei progressi di questi anni che consentono oggi ai nostri pazienti affetti da neoplasia prostatica di affrontare con maggiore serenità la loro malattia”, aggiunge.
I dati dello studio TITAN dimostrano che apalutamide in combinazione con ADT, al follow-up mediano di quasi quattro anni, riduce del 35 per cento il rischio di morte rispetto alla sola ADT; applicando la correzione per il cross-over dei pazienti nel braccio placebo, questa riduzione cresce al 48 per cento.
Inoltre, il farmaco migliora la sopravvivenza libera da progressione secondaria (PFS2) del 38 per cento e ritarda l’insorgenza della resistenza alla castrazione, temibile peggioramento della situazione.
Quest’ultimo dato suggerisce che un’intensificazione precoce della terapia con apalutamide può influenzare positivamente il decorso della malattia per i pazienti che successivamente vengono sottoposti alla chemioterapia o trattati con nuovi agenti ormonali.
Apalutamide nel carcinoma prostatico resistente alla castrazione non metastatico (nmCRPC)
La definizione di carcinoma prostatico resistente alla castrazione non metastatico (nmCRPC) si riferisce ad uno stadio della malattia in cui il tumore non risponde più ai trattamenti che riducono il testosterone, senza che siano rilevabili metastasi mediante scintigrafia ossea e/o TC/RM.
Il 90% dei pazienti con nmCRPC svilupperà metastasi. La percentuale di sopravvivenza a cinque anni per i pazienti con diagnosi di carcinoma prostatico in stadio avanzato è del 31 percento.
In questa forma, i dati dello studio SPARTAN hanno evidenziato come apalutamide in combinazione con ADT riduca il rischio di morte del 22 per cento, rispetto alla sola ADT e prolunghi significativamente la sopravvivenza complessiva mediana di 14 mesi, che diventano 21 mesi, applicando la correzione per il cross-over dei pazienti che nel braccio placebo all’apertura del cieco hanno assunto apalutamide per manifesta superiorità del braccio sperimentale.
Meccanismo d’azione
“Apalutamide ha una potente attività antitumorale, ottenuta aumentando l’apoptosi delle cellule tumorali e riducendone quindi la proliferazione. Esercita tale azione bloccando i recettori degli androgeni, ai quali si lega il testosterone, che è l’ormone di cui si serve il carcinoma prostatico per crescere. Nel dettaglio, il farmaco inibisce la crescita delle cellule tumorali impedendo il legame degli androgeni al recettore degli androgeni, la sua penetrazione nelle cellule tumorali e il legame al DNA della cellula” spiega Daniela Curzio, Therapeutic Area Oncology Medical Manager Janssen Italia.
