Analizzando i dati di oltre mille pazienti, un team di ricerca internazionale ha dimostrato che chi presenta la condizione genetica ha un rischio circa triplo di morire per l’infezione.

 

I pazienti con sindrome di Down contagiati dal coronavirus SARS-CoV-2 hanno un rischio sensibilmente superiore di sviluppare complicanze e morire per l’infezione rispetto alla popolazione generale. Le probabilità di perdere la vita a causa della COVID-19, la malattia provocata dal patogeno pandemico, per questi pazienti si impennano in modo significativo a partire dal quarantesimo anno di età.

Più elevato anche il rischio di ricovero, a causa dei problemi cardiaci congeniti. A determinare che le persone con sindrome di Down sono più esposte ai rischi della COVID-19 è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell’Istituto di Psichiatria, Psicologia e Neurologia del King’s College di Londra e della Scuola di Medicina dell’Università Emory di Atlanta (Stati Uniti), che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi, dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona e di numerosi altri istituti sparsi per il mondo. Gli autori dello studio sono riuniti sotto l’egida della “T21RS COVID-19 Initiative”, un’indagine internazionale volta a comprendere l’impatto della pandemia sui pazienti con Trisomia 21/sindrome di Down.

Gli scienziati, coordinati da Andre Strydom, docente presso il Dipartimento di Scienze Forensi e del Neurosviluppo dell’ateneo britannico, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver messo a punto un sondaggio internazionale nel quale sono stati coinvolti medici e operatori sanitari di pazienti con sindrome di Down, tutti risultati infettati dal coronavirus SARS-CoV-2 tra aprile e ottobre dello scorso anno. In totale sono stati analizzati i dati di oltre mille pazienti affetti dalla condizione genetica, con un’età media di 29 anni. Incrociando i dati dei pazienti dell’indagine T21RS con quelli di una coorte (ISARIC4C) composta da altri pazienti COVID con e senza sindrome di Down, il professor Strydom e i colleghi hanno determinato che i pazienti con sindrome di Down avevano un rischio circa triplo di morire per COVID-19 rispetto alla popolazione generale. Le probabilità di perdere la vita era sensibilmente superiore all’aumentare dell’età: un quarantenne con sindrome di Down, infatti, aveva lo stesso rischio di morire per l’infezione di un settantenne della popolazione generale.

I medici hanno scoperto che nei pazienti con Trisomia 21 i segni e i sintomi più frequenti della COVID-19 erano febbre, tosse e difficoltà respiratorie, esattamente come nella popolazione generale, tuttavia avevano nausea, dolori articolari e muscolari con minore frequenza, mentre lo stato di coscienza alterato e la confusione erano più comuni. Come indicato, inoltre, i problemi cardiaci congeniti erano un fattore di rischio supplementare per il ricovero nei pazienti con sindrome di Down.

“I nostri risultati, che si basano su più di 1.000 pazienti COVID-19 unici con sindrome di Down, mostrano che gli individui con sindrome di Down spesso hanno sintomi più gravi al momento del ricovero e sperimentano alti tassi di complicanze polmonari associate ad un aumento della mortalità”, ha dichiarato in un comunicato stampa Anke Huels, coautore dello studio e docente di Epidemiologia l’Università Emory. “Questi risultati hanno implicazioni nella prevenzione e nella clinica dei pazienti COVID-19 con sindrome di Down, e mettono in evidenza la necessità di dare la priorità alle persone con sindrome di Down per la vaccinazione”, ha spiegato l’esperto. Un precedente studio aveva determinato che i pazienti con sindrome di Down possono avere un rischio di morire per COVID-19 fino a dieci volte superiore. I dettagli della ricerca “Medical vulnerability of individuals with down syndrome to severe COVID-19 – data from the trisomy 21 research society and the UK ISARIC4C survey” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica EClinical Medicine del circuito The Lancet.

 

 

 

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