Ultimamente sono sempre più gli studi scientifici che associano al consumo di questo alimento pericolose conseguenze per la salute. Ma sono accurati?

 

È di qualche giorno fa la notizia che la UE, nell’ambito della campagna per sconfiggere il cancro entro il 2040, vorrebbe attuare norme per ridurre il consumo di carni rosse, ritenute dalla comunità scientifica, OMS in testa, tra le cause dell’insorgenza di tumori, alla pari del fumo.

È solo l’ultima delle voci che si innalzano contro questo tipo di alimento, ormai additato come un vero e proprio rischio per la salute. Ma tutti gli studi scientifici in merito sono davvero accurati? Oggi è uscito sul Journal of the American Heart Association, prestigiosa rivista sulla cardiologia, un articolo su uno studio che tratta anche di questo argomento. Vediamo cosa dice.

Il titolo, “Association of Major Dietary Protein Sources With All‐Cause and Cause‐Specific Mortality: Prospective Cohort Study” introduce allo scopo dello studio, cioè verificare quali fonti di proteine sarebbero la causa di maggiore mortalità in una determinata coorte, nello specifico le donne in menopausa.

Le conclusioni affermano che chi ha una dieta più ricca in proteine vegetali ha un minore rischio di morte per cause dovute alla demenza senile. In dettaglio si dice che la percentuale si riduce di un buon 21%, ma anche di un 12% per malattie cardiovascolari e un 9% in generale per tutte le cause di morte.

E che l’alto consumo di carni rosse si associa invece ad un aumento del rischio del 20%; al quale si aggiunge un altro 12% per le malattie cardiocircolatorie, che aumenta al 24% per i latticini e all’11% per le uova, che inoltre aumentano anche del 10% il rischio di morte per tumore, ma abbassano del 14% quello per la demenza. Si salva il pollame che secondo lo studio abbassa il rischio del 15%.

I dati sono stati raccolti da un campione di centomila donne americane in post menopausa tra i 50 e 79 anni arruolate nello studio Women’s Health Initiative tra il 1993 e 1998 e seguite poi fino al 2017.

Per quanto riguarda le uova gli autori rivelano che non è chiaro perché il loro consumo porta a un aumento della mortalità per le cause appena citate e affermano che potrebbe essere collegato alla maniera di cucinarle (anche se non si sa appunto se sono quelle fritte o sode a essere più letali) oppure alle pietanze con le quali vengono servite, come per esempio la pancetta, un must sulle tavole delle colazioni Usa.

Poi c’è un altro dato che fa riflettere: l’analisi ha mostrato che le donne che consumano il più alto ammontare di proteine animali (derivanti da carne e latticini) presentano anche caratteristiche peculiari che le collocano già in una categoria a rischio. Sono infatti ex fumatrici, bevitrici di alcol e con scarsa attitudine all’attività fisica. Molte di loro avevano inoltre, all’inizio dello studio, il diabete di tipo 2, una storia familiare di patologie cardiache e un alto indice di massa corporea, tutti fattori di rischio, a prescindere dalla dieta alimentare che poi avrebbero seguito.

 

 

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