Università Statale di Milano: i lavori delle donne sembrano avvantaggiati soprattutto nelle riviste di medicina, mentre nei campi di ricerca non ci sono differenze significative.

 

Un lavoro uscito su Science Advances,  coordinato dal sociologo dell’Università Statale di Milano Flaminio Squazzoni, ha verificato se le scienziate donne siano discriminate da reviewer e editor in un campione di 145 riviste scientifiche di prestigiose case editrici, quali Elsevier e Wiley.  È la prima volta che un’analisi delle pratiche editoriali interne alle riviste scientifiche raggiunge una scala simile: 145 riviste, da quelle di medicina a quelle delle scienze umane, più di un milione e mezzo di autori, 740.000 reviewer. I risultati mostrano che, a parità di caratteristiche dei lavori sottomessi e di altri fattori di controllo, i lavori scientifici delle donne abbiano persino maggiori probabilità di essere pubblicati rispetto a quelli degli uomini, sebbene le differenze statistiche siano minime. A parità di condizioni e con le stesse valutazione dei reviewer, i lavori delle donne sembrano avvantaggiati soprattutto nelle riviste di medicina, mentre nei campi di ricerca dove le donne sono in proporzione più numerose come autrici, cioè le scienze sociali, non ci sono differenze significative in termine di probabilità di pubblicazione tra donne e uomini.

Nelle varie ipotesi che sono state avanzate per spiegare le differenze di produttività tra donne e uomini in vari campi di ricerca, s’era spesso infatti fatto riferimento a penalizzazioni dovute alle riviste scientifiche, sia in termini di valutazione dei reviewer, sia in termini di decisioni editoriali. Lo studio suggerisce che le penalizzazioni di genere nella comunità scientifica vadano ricercate altrove: nella scelta dei percorsi universitari, nella probabilità di entrare in università prestigiose come giovani ricercatrici e nelle successive possibilità di carriera. Da un lato, il lavoro dimostra che decenni di attenzione al miglioramento dei processi di valutazione nelle riviste scientifiche sembrano aver neutralizzato questi bias. Dall’altro, il lavoro suggerisce che le riviste debbano continuare a mandare segnali di attenzione al ruolo delle donne come reviewer e come editor. Come sottolinea Flaminio Squazzoni: “I nostri risultati restituiscono una buona immagine della peer review – spesso ingiustamente vituperata – e delle riviste scientifiche, almeno per quanto riguarda l’influenza del genere sulle pubblicazioni. Tuttavia, l’impressione è che spesso le colleghe siano indotte a sottomettere meno lavori scientifici perché spinte ad investire di più nelle loro ricerche, convinte di dover dimostrare di essere molto più brave dei colleghi maschi da un ambiente accademico ancora spesso dominato da figure maschili in posizioni di prestigio e autorità. È per questo che è apprezzabile che le riviste continuino a porre attenzione nella scelta di editor donne e a una composizione equilibrata dei loro board. Sono segnali sull’inclusività di una rivista che può incoraggiare le colleghe a sottomettere i loro lavori senza timore di distorsioni di giudizio da parte di reviewer e editor. In ogni caso, la situazione sembra più positiva di quanto altre ricerche, limitate però a riviste individuali o con dati di qualità minore dei nostri, avevano enfatizzato in precedenza”.

 

 

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