Il milione e mezzo di tessere a restauro a partire da fine gennaio e con un ‘cantiere aperto’ grazie alle tecnologie.

 

Quella battaglia, il 5 novembre 333 a.C., è il simbolo dell’inizio di un’era, quella delle conquiste di Alessandro Magno. E quello, forse più di altri capolavori lì custoditi, è a buon diritto il simbolo del Museo archeologico nazionale di Napoli (Mann), se non altro per essere uno dei suoi tesori più conosciuti.

Ora il mosaico della Battaglia di Isso, quella nell’Anatolia meridionale che segnò la sconfitta dei Persiani di cui era re Dario III, un manufatto di 5,82 metri per 3,13 metri datato 100 a.C., trovato il 24 ottobre 1831 durante gli scavi della domus del Fauno nella Regio VI di Pompei, sarà restaurato sotto gli occhi di tutti.

 

Un milione e mezzo di tessere

Il Mann, infatti, si prenderà cura del milione e mezzo di tessere di 4 colori (bianco, giallo, rosso e blu/nero) disposte in opus vermiculatum, cioé in maniera asimmetrica, seguendo il contorno delle immagini raffigurate, a partire da fine gennaio e con un ‘cantiere aperto’ grazie alle nuove tecnologie. I lavori di ripulitura e studio, che saranno conclusi a luglio, sono realizzati con la supervisione dell’Istituto centrale per il restauro. Le attività diagnostiche sono promosse in rete con l’Università del Molise e il Center for research on archaeometry and conservation science.

 

Gli occhi e i riccioli di Alessandro

Nella domus in cui era, il mosaico decorava il grande pavimento dell’esedra. La Battaglia di Isso è un unicum non solo nelle dimensioni, ma anche nello stato sostanzialmente buono di conservazione, dato che le ampie lacune che ci sono nella sezione sinistra dell’opera non impattano sul fulcro della raffigurazione, la testa di Alessandro, occhi e riccioli neri che catturano subito lo sguardo di chi osserva.

 

Un dibattito di 12 anni

La scelta tra staccarlo dal pavimento per trasportarlo nel Real Museo Borbonico o lasciarlo in situ impegnò gli studiosi in un dibattito che richiese 12 anni. Solo dopo la decisione di una commissione, il 16 novembre 1844, fu messo in una cassa e portato lentamente da Pompei a Napoli, su un carro trainato da sedici buoi. Durante il tragitto, all’altezza di Torre del Greco, un incidente minacciò l’integrità del mosaico, facendo rovinare la cassa in strada. La prima collocazione per il mosaico fu il pavimento della sala CXL del museo, secondo il progetto iniziale di Pietro Bianchi. Vittorio Spinazzola, nel 1916 ne definì la sistemazione a parete nelle riallestite sale dei mosaici e da allora, in oltre un secolo, ha catturato, con la sua bellezza magnetica, l’attenzione dei visitatori di tutto il mondo.

 

Le criticità

L’attività di restauro è complessa. La battaglia di Isso, oltre a un peso di sette tonnellate, presenta, infatti, diverse criticità, dai distacchi di tessere, alle lesioni superficiali, rigonfiamenti e abbassamenti della superficie. ci sono, inoltre, microfratture ad andamento verticale e orizzontale, nonché una lesione diagonale. Nel 2015, con il contributo di Iperion Ch.it e del Cnr-Isti di Pisa, è stato possibile distinguere i materiali costitutivi originali da quelli riconducibili ai restauri effettuati in epoca antica e moderna.

Nel 2018, con la partecipazione dell’Università del Molise e del Cnr, è stato eseguito il rilievo di dettaglio del mosaico, con una fotogrammetria ad alta risoluzione, e al modello tridimensionale dell’opera si è aggiunta l’indagine tramite georadar per verificare le condizioni del supporto. Probabile che i fenomeni di deterioramento siano dovuti essenzialmente all’ossidazione dei supporti in ferro e al degrado delle malte; un ruolo lo giocano anche il peso e la posizione verticale

 

Gli smart glass 

Per avere un quadro esaustivo sulle effettive condizioni, prevista una nuova campagna di indagini diagnostiche. Tra gennaio e febbraio, dunque, avverrà la messa in sicurezza della superficie prima di muovere l’opera; il pre-consolidamento delle tessere e degli strati di malta distaccati; la pulitura; la velinatura con idonei bendaggi di sostegno su tutta la superficie attualmente visibile. Verrà, poi, sistemato un tavolato ligneo di protezione e una intelaiatura metallica di sostegno, e il mosaico sarà rimosso con un sistema meccanico di movimentazione appositamente progettato.

L’indagine diretta sarà accompagnata da ulteriori analisi strumentali, grazie alle quali si definiranno gli interventi di restauro ipotizzati nella prima fase della progettazione, stabilendo le azioni da eseguire sul supporto per garantire la conservazione. Tra aprile e luglio si lavorerà al supporto del mosaico.

A questo punto i restauratori saranno dotati di appositi smart glass che, una volta indossati, consentiranno di monitorare costantemente la corrispondenza tra la zona di intervento e la relativa superficie non visibile. Infatti, la parte frontale del mosaico protetta dal tavolato sarà proiettata su una parete o un telo, permettendo a chi opera di capire in quale porzione del mosaico interviene e al pubblico di osservare quanto accade. Una serie di parametri geofisici sarà nota agli operatori in tempo reale. Poi la rimozione dei bendaggi e il completamento del restauro con operazioni di pulitura, ulteriori ed eventuali consolidamenti, e il trattamento protettivo finale.

 

 

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