Nel 25% delle diagnosi paziente non sospetta di avere il tumore.

 

È allarme per la mancata prevenzione del melanoma. A lanciare l’SOS per questo tumore maligno della pelle che evolve facilmente in metastasi è l’Intergruppo Melanoma Italiano (IMI) nel corso del XXVI Congresso Nazionale svoltosi in virtual edition.

In Italia, nel 2019, si stimano, secondo i dati dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM), 12300 nuovi casi di cui 6700 uomini e 5600 donne. Il rischio di sviluppare un melanoma nel corso della vita è del 1.5% nei maschi e del 1.2% nelle donne e il 25% dei pazienti scopre di essere malato durante una visita dermatologica di consulenza per altri problemi della pelle.

A preoccupare è anche il melanoma in gravidanza (PAM, Pregnancy Associated Melanoma) che rappresenta il 30% dei tumori solidi maligni che insorgono durante la gestazione ed è la seconda neoplasia per frequenza diagnosticata in questa delicata fase della vita.

Con il drammatico calo delle prime visite del -31.3%, del numero delle biopsie del -36.5% e delle radicalizzazioni che segnano il – 22.9%, registrati dall’inizio dell’epidemia e potenzialmente si sta tornando ai numeri degli anni ’80, quando la diagnosi precoce intercettava appena il 65% dei casi contro una media di quasi il 90% del periodo pre-Coronavirus.

Una situazione resa ancora più grave se confrontata con i dati preliminari del progetto Bersaglio Melanoma, nato dalla collaborazione tra quattro associazioni di pazienti AIMAME (Associazione Italiana Malati di Melanoma), APAIM (Associazione Pazienti Italia Melanoma), Emme Rouge (Comitato Emme Rouge in ricordo di Mara Nahum Onlus) e MIO (Melanoma Italia Onlus) con il patrocinio IMI, secondo il quale prima del COVID 19, l’accesso alle strutture presentavano percorsi ben delineati e tempi d’attesa mediamente contenuti tra il caso sospetto e la visita e tra la visita e l’asportazione.

Ad oggi nella fascia di età inferiore a 50 anni il melanoma è il secondo e terzo tumore più diagnosticato rispettivamente negli uomini 9% e nelle donne 7%. La sopravvivenza a 5 anni in Italia è pari all’86,78%.

Tuttavia esiste un forte gradiente per età: la sopravvivenza a 5 anni passa dal 93,55% registrata nei pazienti giovani – 15-44 anni – al 73% dei pazienti anziani, 75+. Ma le mancate visite registrate nel periodo febbraio-aprile 2020, causate dal lockdown, rispetto allo stesso trimetre 2019, e quelle che si stanno verificando ora a causa della seconda ondata dell’infezione, sottolineano gli specialisti, si tradurranno presto in melanomi in stadio più avanzato con prognosi peggiore. Il melanoma, affermano gli esperti, prima si asporta chirurgicamente e meglio è.

La diagnosi precoce – afferma il Presidente IMI Ignazio Stanganelli, Direttore Skin Cancer Unit IRST Istituto Tumori Romagna e professore Università di Parma – è l’arma più efficace per sconfiggere il melanoma.  Il trattamento di elezione è, infatti, l’asportazione chirurgica radicale e la prognosi è fortemente condizionata dallo spessore di questo tumore della pelle. Lesioni sottili consentono una sopravvivenza a 5 anni superiore al 95%, mentre per lesioni spesse più di 2 millimetri la sopravvivenza scende al 78% e per quelle di spessore superiore ai 4 millimetri al 65%. 45% se è presente una ulcerazione. Tutto dipende, quindi, dalla precocità della diagnosi. E questa è conseguenza anche di un controllo sistematico della propria pelle”.

Fondamentale, anche durante questo lungo periodo di pandemia da coronavirus, sottoporsi alle visite di controllo ad inizio gravidanza. A rischio sono soprattutto le donne con la pelle chiara, i cosiddetti fototipi I e II, cioè capelli rossi o biondi e occhi verdi o azzurri, e le pazienti affette da Sindrome del Nevo Displastico, presenza di più di 100 nei, di uno o più nei di diametro maggiore di 6 mm e di uno o più nei displastici.

Altri elementi che dovrebbero essere considerati sono una storia familiare di melanoma, la precedente asportazione di nevi displastici e le gravidanze tardive. La presenza di nei sul ventre e nelle parti del corpo che subiscono normali cambiamenti durante la gravidanza non è un fattore di rischio. Tuttavia, le modificazioni dovute proprio allo stiramento della pelle dovrebbero essere valutate da uno dermatologo. La prima arma a disposizione ricordano gli esperti, è ancora una volta la diagnosi precoce.

Mai scappare – afferma Pietro Quaglino, della clinica Dermatologica di Torinodi fronte una diagnosi di PAM. La diagnosi tardiva metterebbe solo in pericolo la vita della madre e del nascituro. Occorre rivolgersi subito ad un Centro di riferimento con comprovata esperienza nella gestione multidisciplinare di queste giovani pazienti per verificare lo stadio della neoplasia e avviare i corretti step terapeutici”.

Le cose si complicano invece se la diagnosi è tardiva. Melanomi spessi o ulcerati necessitano di interventi più radicali. Non solo: in questi casi è importantissimo per la salute della madre e del nascituro fare l’analisi della placenta. Il melanoma è responsabile del 30% delle metastasi placentari e del 58% delle metastasi fetali.

Da qui l’appello degli esperti IMI: occorre continuare a ribadire nella l’importanza della prevenzione anche nell’emergenza, per non trovarci domani in una situazione ancora peggiore.

Una buona notizia arriva invece dalla biopsia del linfonodo sentinella: è oramai dimostrato scientificamente che la sua esecuzione per i tumori ulcerati inferiore a 0.8 mm, oppure con uno spessore uguale o superiore a 0.8 mm permette di capire chi siano i pazienti con un rischio maggiore di recidiva e che pertanto possano essere candidati ad un trattamento preventivo dopo l’intervento chirurgico al fine di ridurre il rischio di recidiva della malattia. Un nuovo studio dell’Intergruppo Melanoma Italiano (IMI) ne ha analizzato la tempistica.

Sono stati analizzati retrospettivamente più di 10.000 pazienti – spiega Mario Mandalà professore di Oncologia Medica dell’Università degli Studi di Perugia – ed è emerso come l’esecuzione del linfonodo sentinella entro o dopo 31 giorni dall’asportazione del melanoma non influenzasse la sopravvivenza dei soggetti con melanoma”.

Confortanti anche il punto sulle terapie. Migliora sempre di più, la sopravvivenza dei pazienti con diagnosi di melanoma in stadio avanzato, tanto che oggi, grazie all’immunoterapia, il 52% è libero da recidive a 4 anni dall’inizio delle cure. Il successo è dovuto al nivolumab, molecola che in Italia ha ricevuto la rimborsabilità.

L’efficacia del nivolumab è stata confermata nello studio Checkmate 238 – spiega Antonio Maria Grimaldi, Dirigente medico del Dipartimento Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative presso l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione ‘G. Pascale’ di Napoli – che lo ha messo a confronto con l’ipilimumab, terapia standard adiuvante negli USA fino a 3 anni or sono, nei pazienti in stadio IIIB-IIIC o IV NED sia mutati nel gene BRAF che non mutati”.

Non solo: all’immunoterapia, approccio mirato ad attivare il sistema immunitario contro il melanoma, si affianca la target therapy, terapia a bersaglio molecolare anti-BRAF. E se da un lato è stato sollevato qualche dubbio sui risultati degli studi sperimentali mirati alla combinazione delle due, per l’elevata tossicità che possono creare, per contro la sequenza target terapy-immunoterapia sta dimostrando invece di dare un vantaggio almeno analogo quello della terapia combinata senza elevati effetti collaterali gravi.

Il messaggio che ci viene dagli studi presentati in quest’ultimo anno – conclude Virginia Ferraresi, oncologa all’IRCSS Istituto Tumori Regina Elena di Roma – è che qualora il tumore fosse in fase avanzata, si hanno a disposizione diverse terapie da somministrate in sequenza oppure in combinazione di sequenze. Attualmente stiamo studiando come definire il miglior percorso terapeutico per ciascun sottogruppo di pazienti affetti da melanoma”.

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