Incrociando tutti i dati, nei primi tre mesi della pandemia è emerso un quadro decisamente più roseo per le nazioni a guida femminile.

 

Ecco alcuni esempi: Hong Kong, guidata da Carrie Lam, ha fatto registrare 1.056 contagi e quattro decessi, mentre Singapore, “che ha un’economia simile e caratteristiche demografiche comparabili ma è governata da un uomo – scrivono Supriya Garikipati dell’Università di Liverpool e Uma S Kambhampati dell’Università di Reading -, ha registrato 28.794 contagi e 22 decessi nello stesso arco temporale”.

Un paragone analogo può essere fatto per la Norvegia e per l’Irlanda: nella prima, guidata da Erna Solberg, sono stati registrati 8.257 casi e 233 morti, mentre la seconda, a guida maschile, ha fatto registrare 24.400 infezioni e oltre 1.500 morti. Infine, viene citato il parallelismo tra Taiwan e Corea del Sud: la prima, guidata da Cai Yingwen, ha avuto solo 440 infezioni e 7 morti, mentre la seconda a guida maschile ha sperimentato 11.078 contagi e 263 morti.

Per capire se la guida femminile sia stata effettivamente migliore di quella maschile nella gestione della pandemia, Garikipati e Kambhampati hanno messo a punto uno studio sistematico in grado di definire con criteri scientifici eventuali differenze. Le due scienziate, entrambe impegnate nel ramo dell’Economia, hanno però dovuto fare i conti con l’esiguo numero di Paesi guidati da donne rispetto all’egemonia maschile: sui 194 Paesi del campione, infatti, solo il 10 per cento (una ventina) è risultato essere a guida femminile. Data la percentuale così bassa, per fare un confronto scientificamente credibile le ricercatrici non hanno lavorato sui dati globali, ma hanno abbinato i vari Paesi sulla base di diversi criteri socio-demografici, connessi al rischio di trasmissione del virus e alla mortalità per Covid-19. Quindi, età media della popolazione e la percentuale di over 65, il PIL pro capite, la densità della popolazione, la spesa sanitaria pro-capite, l’interesse turistico del Paese, il numero di turisti in entrata e altro ancora, come specificato in un articolo pubblicato su The Conversation.

Un aspetto interessante risiede nel fatto che questo “primato femminile” sembra reggere non solo con i Paesi più vicini dal punto di vista socio-demografico, ma anche con gli altri meno vicini o addirittura lontani. L’unico Paese risultato in controtendenza è il Belgio, benché accorpandolo ai dati globali non influenza la virtuosa gestione al femminile.

Intanto, l’emergenza coronavirus continua a colpire, la pandemia oggi 5 settembre ha provocato il contagio di quasi 27 milioni di persone e oltre 875mila morti. Questi drammatici dati continuano ad aumentare giorno dopo giorno e continueranno a farlo forse fin quando non sarà disponibile un vaccino per tutti, sempre che il virus non sparisca per conto proprio, come fece quello responsabile della Spagnola (anche se diversi esperti ritengono che conviveremo col SARS-CoV-2 molto a lungo, se non per sempre).

Nella fase iniziale della pandemia ciascun Paese ha approcciato l’emergenza secondo una propria strategia, ottenendo risultati spesso assai divergenti: basti pensare al noto caso della Svezia, l’unico Paese europeo a non avere attuato il lockdown, che ha ottenuto come unico risultato tassi di mortalità elevatissimi. Al di là delle singole decisioni, c’è comunque questo “fil rouge” che lega i Paesi guidati da leader donne, tra i più virtuosi in assoluto in termini di contenimento di vittime e contagi.

 

Leggi anche:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *