Una applicazione delle raccomandazioni a livello locale porterebbe a una drastica riduzione dei decessi per malattie non trasmissibili.

 

Si mangia male, mettendo a rischio sé stessi, la sostenibilità e la salute del pianeta. Si parla e si scrive continuamente di corretti stili di vita, mettendo al primo posto l’alimentazione. L’Organizzazione mondiale della salute (OMS) ha fissato da tempo linee guida e raccomandazioni per i Paesi di tutto il mondo. Ma, udite udite, 83 Paesi su 85 sembra non ne ha tenuto pienamente conto nelle proprie raccomandazioni ufficiali. Chi lo dice? Un ampio studio dei ricercatori dell’Università di Oxford, nel Regno Unito, pubblicato sul British Medical Journal. Le linee guida ufficiali sulla corretta nutrizione di 85 Paesi sono state analizzate nel dettaglio, messe a confronto con quelle dell’Oms e della commissione Eat-Lancet e fatto proiezioni sugli effetti della loro applicazione. Stato per Stato, considerando anche le diverse culture alimentari.

Risultato più eclatante: il quantitativo di carni rosse consigliate nelle linee guida nazionali non è conforme alle indicazioni dell’OMS e lo stesso accade, con pochissime eccezioni, per frutta e verdura, cereali integrali, semi oleosi come noci, nocciole e mandorle. Riguardo alle stime relative agli esiti previsti, sembra che gli obiettivi non siano proprio quelli che pensavano OMS e Eat-Lancet. È stata focalizzata l’attenzione sulla diminuzione del numero di malati e di morti per malattie non trasmissibili (che potrebbe ridursi di un terzo, se si seguissero le giuste indicazioni) e dell’impatto sul pianeta (che prevede di limitare il riscaldamento globale ai 2°C, seguendo l’Accordo di Parigi sul clima). 

In media, l’adozione delle raccomandazioni ufficiali porterebbe a un calo del 15% dei decessi precoci dovuti a patologie cardiovascolari, ai tumori e al diabete, oltre a una diminuzione del 13% delle emissioni di gas serra derivanti dalla filiera alimentare, pari a 550 milioni di tonnellate di CO2-equivalente in meno. Tuttavia, il 98% delle linee guida (83 su 85) non è adeguato al raggiungimento di almeno uno degli obiettivi globali, sia esso legato alla salute o all’ambiente. 

Per esempio, circa un terzo di quanto ufficialmente consigliato a livello delle varie nazioni non è in linea con gli obiettivi sulle malattie non trasmissibili e una percentuale che va dal 67 all’87% non è in linea con le indicazioni dell’Accordo di Parigi. Oltre a ciò, emerge che le linee guida dell’OMS in realtà non sono poi così lontane dalle attuali dei vari Paesi e che, quindi, la loro adozione rigorosa non apporterebbe vantaggi rilevanti.

Mentre invece sono ben distanti dai dettami della commissione Eat-Lancet che, se applicate dai vari Paesi (OMS compreso), porterebbero a una riduzione dei decessi significativamente più grande (il 34% superiore alle linee guida nazionali). Lo stesso vale per gli aspetti ambientali: la riduzione delle emissioni sarebbe tre volte maggiore. Ciò significa, nei numeri, che per esempio nel Regno Unito si potrebbero passare da 78 mila a 104 mila decessi in meno, negli Stati Uniti da 480 a 585 mila, e in Cina le morti premature evitate potrebbero aumentare da 1.149.000 a 1.802.000 ogni anno.

Lo studio di Oxford, quindi, porta a una bocciatura di quanto si fa nei vari Paesi, forse perché si antepongono altri interessi a quelli della salute generale. E porta a risultati poco confortanti. Certo il confronto con i consigli della commissione Eat-Lancet ha condizionato molto l’esito dello studio. Pubblicati nel 2019, questi consigli sono il top ma anche difficili per un Paese da mettere in pratica.

Il primo consiglio è di ridurre di tre quarti il consumo di carne. Un target che, come hanno fatto notare in molti, è quasi inapplicabile nei Paesi a sviluppo medio o basso, dove la sussistenza è affidata alle filiere tradizionali e dove non di rado ci sono carenze proteiche da colmare. Inoltre, in molti Paesi le linee guida sono più che altro qualitative ed è difficile valutare che peso abbiano realmente nella prevenzione delle malattie e sulle emissioni.

Peraltro, in Paesi ad alto sviluppo la cultura della carne sarebbe da affrontare alle radici: vedi gli Stati Uniti, per esempio, dove però nonostante la medicina d’avanguardia l’aspettativa di vita è molto più bassa dei Paesi dove prevale la cosiddetta dieta Mediterranea che è molto parca nei quantitativi di carne.

Al di là delle varie considerazioni, però la conclusione è che la stragrande maggioranza delle linee guida nazionali andrebbe rivista, e se si seguissero i consigli della commissione Eat-Lancet ci sarebbero i benefici più significativi sia per l’ambiente che per la salute umana.

 

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